Ieri, ad Aquisgrana, Mario Draghi ha lanciato un messaggio chiaro. L’Europa può diventare una potenza politica, economica e militare solo se ricorre a un nuovo metodo: il “federalismo pragmatico”.

Nelle parole di Draghi, “i Paesi che hanno la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in ambiti concreti, attraverso strumenti che producano risultati visibili e misurabili per i cittadini. E ciascuno dovrebbe aderire per effetto di una scelta nazionale deliberata, avallata dal proprio elettorato.” Tali iniziative dovrebbero essere guidate “da una meta condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme, se intendono preservare i propri valori. L’euro dimostra come tutto ciò possa realizzarsi. Coloro che erano disposti a farlo hanno fatto un passo avanti. Hanno edificato istituzioni comuni dotate di un’autorità reale.”

Poco dopo il Cancelliere Friedrich Merz, nel rendere omaggio a Draghi cui veniva conferito il Premio Carlo Magno di quest’anno, ha espresso la volontà di attuarne la visione. Il problema è che lo ha fatto ̶ ieri come in passato ̶ in maniera selettiva. E tale selettività rischia di ricreare esattamente quei colli di bottiglia che Draghi intende eliminare.

Merz accetta la diagnosi di Draghi. Concorda che l’Europa deve agire come attore geopolitico, che il mercato interno dell’UE rimane incompiuto, che un
bilancio europeo concepito nel XX secolo non può far fronte alle sfide del XXI secolo.

Tuttavia, quando si passa alla terapia proposta da Draghi, Merz si ferma a metà del guado.

Tre contraddizioni sono evidenti.

1. Una potenza senza potere fiscale?

Merz auspica un’Europa più forte — maggiore difesa, maggiore sovranità tecnologica, maggiore resilienza energetica — eppure si rifiuta di dotarla degli strumenti fiscali necessari, come il potenziamento delle risorse proprie dell’UE, un bilancio europeo di dimensioni adeguate, e la creazione di debito comune per il finanziamento di investimenti strategici europei.

Ciò crea un’evidente contraddizione.

Molti beni pubblici europei ̶ difesa area integrata, satelliti, infrastrutture informatiche, reti energetiche transnazionali, cloud sicuri, piattaforme di ricerca congiunta ̶ presentano forti economie di scala. Produrli attraverso 27 sforzi nazionali paralleli non è solo strategicamente inefficiente. È fiscalmente irrazionale.

L’Europa sta pagando una tassa crescente sulla propria frammentazione.

Anche per i paesi che beneficiano di minori costi di indebitamento nazionale, come la Germania, l’approvvigionamento e il finanziamento congiunto degli investimenti strategici sarebbe, nel complesso, fiscalmente più vantaggioso. Le economie di scala, l’interoperabilità e la riduzione dei costi di duplicazione possono più che compensare qualsiasi premio di finanziamento a livello nazionale.

Eppure, Merz vuole affrontare le sfide poste da Draghi usando esclusivamente strumenti tradizionali: utilizzo dello spazio fiscale nazionale ove disponibile, riallocazione della spesa pubblica, strumenti UE ad hoc e temporanei come Security Action for Europe (SAFE).

Tutto ciò non è all’altezza delle sfide individuate da Draghi. Né è nello stesso interesse dei tedeschi. Anche per paesi con ingenti piani di spesa nazionale, come la Germania, la difesa cessa di essere nazionale nel momento in cui le minacce possono oltrepassare i confini degli alleati. Uno scudo missilistico nazionale smette di essere nazionale nell’istante in cui un missile può sorvolare i paesi limitrofi. La sicurezza della Germania è forte soltanto quanto il confine più debole dell’Europa.

2. Linguaggio federalista, prassi intergovernativa

Draghi intende estendere a settori come la difesa, l’energia e i consorzi tecnologici l’approccio impiegato con successo in passato per l’euro: coalizioni aperte di “volenterosi”, sostenute da nuove istituzioni e regole vincolanti.

Merz elogia Draghi, ma poi rimane ancorato ai vecchi meccanismi: conclusioni generiche del Consiglio, negoziati estenuanti sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale, politica dei comitati, cultura dell’unanimità.

In altre parole: Merz parla da federalista, ma governa ancora secondo logiche intergovernative. E il punto centrale del ragionamento di Draghi è proprio che tali meccanismi non producono più risultati.

3. La diversificazione commerciale non basta

Merz auspica giustamente nuovi accordi commerciali e una riduzione delle dipendenze da partners poco affidabili.

Tuttavia, l’argomentazione di Draghi va più in profondità. La vera vulnerabilità dell’Europa non risiede unicamente nella dipendenza dalle forniture esterne, bensì nella dipendenza dalla domanda estera. I persistenti surplus delle partite correnti dell’eurozona e il conseguente eccesso di risparmio sugli investimenti domestici sono sintomo di un modello di crescita strutturalmente sbilanciato per un’economia di queste dimensioni. Ciò richiede una domanda interna più forte, acquisti congiunti, strategie “Made in Europe”, e autentici campioni continentali ̶ non solo ulteriori accordi di libero scambio.

A onor del vero, il discorso di Merz contiene anche spunti importanti: il suo linguaggio in merito all’autonomia strategica europea, all’Ucraina e alla prerogativa degli europei di decidere chi parli a nome dell’Europa segna una svolta reale.

Permane tuttavia un limite: Merz accetta, nelle grandi linee, l’agenda di Draghi; non ne accetta ancora, però, le modalità di attuazione. Il punto non è, quindi, se Merz abbia compreso Draghi; è se sia disposto a trarne fino in fondo le conseguenze politiche.

E Draghi sembra avere in mente proprio leader come lui quando ammonisce: “L’azione può rivelarsi talmente inadeguata rispetto alla portata della sfida da risultare peggiore dell’inazione”.

*Ettore Dorucci un ex manager della Banca centrale europea (BCE) e membro del Movimento Federalista Europeo (MFE). 

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