La nuova priorità strategica di Bruxelles nel campo della connettività è il cosiddetto Corridoio di Mezzo, la rotta che collega l’Europa all’Asia centrale attraverso il Caucaso meridionale, aggirando una Russia ormai compromessa e un Iran sempre più instabile. Al centro di questo tracciato si colloca la Georgia, snodo cruciale grazie ai suoi porti, alle infrastrutture energetiche e ai collegamenti ferroviari.
“Parlare di una vera agenda di connettività con l’Asia centrale senza coinvolgere Tbilisi è impossibile”, ha affermato Marta Kos, commissaria per l’Allargamento, tra la speranza e la preoccupazione. Infatti, se da un lato la popolazione georgiana continua a guardare all’Unione europea come al proprio orizzonte, dall’altro il governo monocolore di Sogno Georgiano ha sospeso unilateralmente il processo di adesione, sottraendosi agli impegni richiesti e accentuando le tensioni con Bruxelles, soprattutto sul terreno dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.
Il Corridoio di Mezzo non è soltanto un’infrastruttura commerciale, rappresenta una leva strategica per la sicurezza energetica, per il peso geopolitico dell’Unione e per la sua capacità di affrancarsi da rotte sempre più fragili, tanto sul piano politico quanto su quello economico. I progetti sostenuti da Bruxelles – dagli interconnettori elettrici con l’Armenia al potenziamento delle reti di trasporto – confermano la centralità della regione. Tuttavia, senza la Georgia, l’intero corridoio rischia di restare incompiuto.
Per ora, l’Unione ha intensificato i rapporti con l’Armenia, soprattutto sul piano energetico e politico, e mantiene relazioni pragmatiche con l’Azerbaigian, in particolare per le forniture di gas. Il risultato è un equilibrio più articolato, in cui la Georgia non è più l’interlocutore privilegiato indiscusso, come avveniva prima della drastica svolta autoritaria del partito di governo.
La dimensione politica resta quindi determinante. Lo ha ribadito anche l’alta rappresentante Kaja Kallas che, alla vigilia di una riunione dei ministri degli Esteri a Lussemburgo, ha spiegato come Bruxelles continui a sostenere la popolazione georgiana, ma non l’attuale governo, artefice di pressioni sull’opposizione, restrizioni ai media e leggi – tra cui quella sugli “agenti stranieri” e le norme restrittive nei confronti della comunità LGBT – giudicate incompatibili con gli standard europei.
Si delinea così un paradosso sempre più evidente. La Georgia è geograficamente indispensabile per la strategia europea, ma politicamente rischia di allontanarsi dalla sua orbita. In questo equilibrio fragile, la connettività diventa non solo una questione infrastrutturale, ma un banco di prova politico.
Per Bruxelles, la sfida è mantenere aperto il dialogo con un partner cruciale senza rinunciare ai propri principi. Per Tbilisi, invece, la scelta è più netta: sfruttare la propria posizione strategica per rafforzare il legame europeo, oppure rischiare una progressiva marginalizzazione in un contesto regionale sempre più competitivo.

