La Commissione europea introduce nuovi standard ambientali per gli allevamenti intensivi di suini e pollame, sulle emissioni di ammoniaca, ma anche azoto, fosforo e sulla gestione dei reflui. Le aziende avranno tempo fino al 2030-2032 per adeguarsi.
La Commissione ha definito ieri (8 ottobre) i nuovi standard ambientali per gli allevamenti intensivi di pollame e suini, stabilendo limiti alle emissioni di ammoniaca e introducendo requisiti più precisi sull’alimentazione degli animali, sulla gestione dei liquami e dei letami e sul monitoraggio degli inquinanti. Il provvedimento dà attuazione alla revisione della direttiva europea sulle emissioni industriali e degli allevamenti, approvata nel 2024, e punta a ridurre l’impatto ambientale della zootecnia senza imporre indistintamente gli stessi obblighi a tutte le aziende. Le nuove disposizioni entreranno, infatti, in applicazione gradualmente, tra il 2030 e il 2032, e dipenderà dalle dimensioni degli allevamenti.
Secondo le stime della Commissione europea, il numero di allevamenti di suini interessati dalla direttiva passa da circa 11.400 a oltre 29.200, mentre quelli avicoli salgono da 11.000 a più di 21.000, a cui si aggiungono quasi 3.000 allevamenti misti di suini e pollame. Complessivamente, le nuove regole riguarderanno circa il 30% degli allevamenti europei dei due comparti, lasciando fuori il restante 70%, costituito prevalentemente da aziende di dimensioni più contenute. Sono inoltre esclusi gli allevamenti biologici di suini.
Il principale inquinante su cui interviene la normativa è l’ammoniaca, un gas prodotto soprattutto dalla decomposizione delle deiezioni animali, che contribuisce all’inquinamento atmosferico e alla formazione di particolato secondario. La decisione europea interviene stabilendo valori massimi di emissione per i ricoveri degli animali differenziati in base alla specie allevata, alla categoria produttiva e alle caratteristiche delle strutture.
Bilancio UE, 17 Paesi chiedono di non tagliare PAC e coesione e rispondono ai “frugali”
Per i suini da ingrasso, ad esempio, il limite ordinario è fissato a 2 chilogrammi di ammoniaca per posto animale all’anno nei nuovi impianti e a 2,4 chilogrammi in quelli esistenti, per i suinetti svezzati i valori scendono rispettivamente a 0,4 e 0,5 chilogrammi. Nel comparto avicolo, invece, i nuovi impianti per polli da carne dovranno rispettare un massimo di 0,05 chilogrammi di ammoniaca per posto animale all’anno, contro gli 0,07 previsti per le strutture esistenti. Per le galline ovaiole allevate senza gabbie, i limiti sono rispettivamente di 0,10 e 0,13 chilogrammi.
L’esecutivo ha previsto deroghe e condizioni particolari per alcune tipologie di allevamento, comprese quelle dei suini pesanti, particolarmente importanti per la filiera italiana dei prosciutti a denominazione d’origine.
La direttiva permette di raggiungere obiettivi ambientali attraverso tecniche differenti, e gli Stati membri potranno così consentire agli allevatori di compensare le emissioni tra diversi capannoni della stessa azienda, purché non si determini un aumento complessivo dell’ammoniaca. Sarà inoltre possibile adottare sistemi alternativi basati su percentuali di abbattimento delle emissioni, a condizione che garantiscano risultati equivalenti.
La normativa prevede, inoltre, valori massimi di azoto e fosforo escreti dagli animali e individua nell’impiego di mangimi a ridotto contenuto proteico, nell’alimentazione multifase e nell’utilizzo di additivi autorizzati alcuni degli strumenti per raggiungerli. Secondo la Commissione, proprio gli interventi nutrizionali potrebbero consentire a numerosi allevamenti di rispettare i nuovi limiti senza dover affrontare costose modifiche strutturali.
Le prescrizioni riguardano inoltre la gestione degli effluenti zootecnici, dalla raccolta allo stoccaggio, fino all’eventuale trattamento e allo spandimento effettuato nell’ambito dell’installazione. Particolare attenzione viene riservata alla copertura dei depositi di liquami, per contenere le emissioni durante la conservazione, e le aziende dovranno anche monitorare le emissioni di ammoniaca e metano e i quantitativi di azoto e fosforo escreti, generalmente con frequenza annuale, utilizzando metodologie di calcolo e fattori di emissione riconosciuti.
I numeri dell’allevamento in Italia
Le nuove regole interessano da vicino l’Italia, dove suinicoltura e avicoltura rappresentano due componenti fondamentali della produzione agroalimentare, con un peso economico che va ben oltre l’attività di allevamento.
Secondo i dati dell’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (Ismea), nel 2025 gli allevamenti suinicoli italiani, escludendo quelli familiari e alcune categorie particolari, erano 24.744, con un patrimonio di circa 7,8 milioni di capi, un numero in diminuzione rispetto alle oltre 26.300 registrate nel 2023, a conferma di un processo di concentrazione produttiva che caratterizza da tempo il settore. La Lombardia si conferma la principale regione italiana per numero di suini allevati, seguita da altri importanti poli produttivi del Nord.
La produzione primaria nazionale di carni suine ha generato nel 2025 un valore di circa 3,9 miliardi di euro, mentre il fatturato dell’industria dei salumi ha raggiunto 9,64 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 9,46 miliardi dell’anno precedente. Nel 2025 le esportazioni italiane di suini, carni e preparazioni hanno superato i 2,6 miliardi di euro, mentre le importazioni hanno raggiunto circa 3,1 miliardi, con un saldo commerciale negativo, sebbene in miglioramento, che riflette una caratteristica strutturale della filiera nazionale: la produzione italiana copre soltanto una parte del fabbisogno di materia prima necessario all’industria di trasformazione.
Per quanto riguarda l’avicoltura, secondo gli ultimi dati pubblicati da Ismea, riferiti al 2024, in Italia operavano 6.654 allevamenti avicoli, di cui 2.590 specializzati nella produzione di polli da carne, e il patrimonio allevato a fine anno ammontava a circa 140 milioni di capi. Nello stesso anno, il fatturato dell’industria delle carni avicole era stimato in 7,5 miliardi di euro.
Quanto consumano gli italiani
Nel 2025, secondo l’Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi (Assica), il consumo medio di carne suina fresca e salumi ha raggiunto 27,6 chilogrammi per abitante, in leggero aumento rispetto ai 27,2 chilogrammi del 2024. Un dato che comprende sia la carne fresca sia i prodotti trasformati, dai prosciutti ai salami, dalle pancette alle altre specialità della salumeria nazionale.
Anche le carni avicole continuano a occupare uno spazio importante sulle tavole italiane. Secondo l’Unione Nazionale Filiere Agroalimentari delle Carni e delle Uova (Unaitalia) – associazione di categoria del comparto – nel 2025 il consumo domestico pro capite è arrivato a 22,47 chilogrammi, con una crescita dell’1,9% rispetto all’anno precedente. Il pollo rappresenta il 78,3% delle carni avicole consumate, seguito dal tacchino con il 18,8%. Le altre specie, tra cui anatre e faraone, costituiscono una quota decisamente più contenuta. A questi consumi si aggiungono le uova, un altro pilastro della filiera avicola. Nel 2025 gli italiani ne hanno consumate mediamente 234 a testa, secondo i dati di Unaitalia.
Nel complesso, il settore avicolo nazionale, considerando sia le carni sia le uova, esprime un valore economico stimato dall’associazione in circa 9,74 miliardi di euro, di cui 6,02 miliardi riferiti alle carni e 3,73 miliardi alle uova.
Adeguamenti graduali e costi per gli allevatori
L’applicazione della normativa sarà progressiva ed interesserà per primi gli allevamenti con una capacità pari o superiore a 600 unità di bestiame, che dovranno adeguarsi entro l’8 ottobre 2030. Per quelli con almeno 400 unità il termine sarà l’8 ottobre 2031, mentre per le altre aziende comprese nel campo di applicazione della direttiva la scadenza è fissata all’8 ottobre 2032.
Carne dal Brasile, Bruxelles: stop temporaneo, si lavora alla ripresa delle importazioni
Le unità di bestiame sono un parametro convenzionale che permette di confrontare allevamenti con specie e categorie animali differenti, mentre il numero effettivo di capi necessario a raggiungere le soglie varia a seconda della tipologia di produzione.
Nella valutazione che accompagna il provvedimento, Bruxelles stima costi complessivi massimi compresi tra 503 e 701 milioni di euro l’anno a livello europeo, con benefici ambientali e sanitari valutati tra 2,9 e 10,3 miliardi di euro annui, a seconda del metodo utilizzato. La Commissione ritiene che gran parte delle riduzioni delle emissioni possa essere ottenuta intervenendo sull’alimentazione degli animali. Soltanto una quota stimata tra il 10 e il 25% degli allevamenti di nuova inclusione potrebbe avere bisogno anche di interventi sulle strutture di ricovero per rispettare i limiti.
Per contenere gli oneri amministrativi, il nuovo quadro europeo prevede inoltre un regime specifico per gli allevamenti, con procedure semplificate rispetto a quelle applicate agli impianti industriali.
Adesso tocca gli Stati membri che dovranno darne attuazione e validare le eventuali tecniche alternative proposte dagli operatori. La questione è particolarmente delicata poiché, da una parte c’è la necessità di ridurre le emissioni di un settore produttivo rilevante per la qualità dell’aria e la tutela dell’ambiente, dall’altra, quella di preservare la competitività di aziende già impegnate a fronteggiare costi produttivi, esigenze di biosicurezza e trasformazioni del mercato.

