L’inflazione nell’area euro è salita al 3,3% in agosto, dal 2,9% di luglio, secondo la stima flash diffusa oggi da Eurostat: si tratta del livello più alto da settembre 2024. L’accelerazione è trainata dai prezzi dell’energia, cresciuti del 14,3% su base annua rispetto al 10,3% di luglio, mentre l’inflazione core, che esclude energia e alimentari, è scesa lievemente dal 2,5% al 2,4%, segno che il rincaro energetico non si è ancora trasmesso in modo esteso a servizi e altri prezzi. Tra le maggiori economie, Germania e Francia restano sotto la media dell’area euro, rispettivamente al 2,9% e al 2,7%, con quest’ultima in aumento dal 2,4% di luglio.

Il dato rafforza le attese di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Banca centrale europea, che si riunirà il 10 settembre a Berlino per la prima volta dopo la pausa estiva. Secondo gli operatori di mercato, la probabilità di un aumento di un quarto di punto del tasso sui depositi, portandolo al 2,5%, supera il 95%: si tratterebbe del livello più alto dal marzo 2025. I mercati hanno inoltre già scontato un ulteriore rialzo di un quarto di punto, al 2,75%, entro febbraio dell’anno prossimo.

Il monito di Rehn sul Medio Oriente

Il governatore della banca centrale finlandese e membro del consiglio direttivo della BCE, Olli Rehn, ha dichiarato al Financial Times che l’istituto di Francoforte deve prepararsi a un “conflitto di logoramento” prolungato in Medio Oriente, che potrebbe mantenere elevata l’inflazione nell’eurozona. Secondo quanto riferito da Rehn al quotidiano britannico, non si può permettere alcuna compiacenza di fronte alle pressioni inflazionistiche in corso, riconducibili ai prezzi dell’energia spinti al rialzo dal conflitto e dalla quasi chiusura dello stretto di Hormuz. Le sue parole segnano una svolta più restrittiva per un policymaker che finora aveva dato maggiore peso ai rischi per la crescita rispetto a quelli inflazionistici, un segnale che il sostegno a una politica monetaria più rigida si sta allargando all’interno del consiglio direttivo.

Il 26 agosto anche Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della BCE e tra le voci più “falco” dell’istituto, aveva dichiarato a Bloomberg che i tassi devono salire ulteriormente, sostenendo che agli attuali livelli l’inflazione difficilmente tornerà all’obiettivo del 2% nel medio termine. Secondo Schnabel, la crescita dei prezzi al consumo resterà sopra il 2% per un periodo prolungato a causa degli alti costi energetici, e attendere che questi si trasferiscano sui salari lascerebbe la banca centrale “in ritardo sulla curva”.

Verso la riunione del 10 settembre

A giugno la BCE era stata la prima banca centrale del G7 a rispondere allo shock energetico legato al Medio Oriente, alzando il tasso di riferimento di un quarto di punto al 2,25%. Il livello è rimasto invariato nella riunione di luglio, in attesa di valutare l’impatto delle tensioni sui prezzi. Pur senza sbilanciarsi apertamente su un rialzo a settembre, Rehn ha definito comprensibili le attese del mercato per il prossimo incontro, mostrandosi più cauto sulle decisioni successive: data l’incertezza geopolitica diffusa, secondo quanto riferito al Financial Times, sarà necessario procedere riunione dopo riunione.

Le speranze di una rapida fine del conflitto in Medio Oriente e di una ripresa del normale traffico marittimo nello stretto di Hormuz sono sfumate durante l’estate, dopo il fallimento di un accordo di tregua provvisorio. Domenica scorsa le forze armate statunitensi hanno colpito lanciarazzi iraniani su un’isola nello stretto di Hormuz, il primo attacco americano contro le forze di Teheran in oltre un mese; l’Iran ha risposto lanciando missili contro la Giordania. I prezzi del petrolio sono di conseguenza tornati sopra i 90 dollari al barile, il 13% in più rispetto a inizio agosto e circa un quarto in più rispetto al livello precedente l’inizio del conflitto, a fine febbraio.

Crescita resiliente, ma previsioni caute

Rehn ha inoltre sottolineato, secondo quanto riportato dal Financial Times, una “notevole resilienza” della crescita economica nell’eurozona quest’anno, nonostante i prezzi energetici più alti e le tensioni commerciali. Sulla base delle rilevazioni più recenti, si attende che la Banca di Finlandia rivedrà al rialzo le proprie stime di crescita per il 2026, attualmente ferme allo 0,7%: secondo Rehn la crescita di quest’anno si collocherà probabilmente tra l’1,5% e il 2%. Il governatore ha definito l’economia finlandese un “microcosmo dell’eurozona”, fortemente dipendente dal “motore delle esportazioni tedesco”. Gli economisti indicano che la Germania, la maggiore economia dell’area euro, è attualmente sulla strada della crescita più sostenuta dal 2022.

Pur riconoscendo che i prezzi dell’energia più alti hanno spinto verso l’alto l’inflazione headline, Rehn ha detto di non vedere per ora “segnali di effetti di secondo impatto” nella forma di una spirale prezzi-salari. Ha tuttavia avvertito che l’impennata inflazionistica seguita alla pandemia di Covid-19 e all’invasione russa dell’Ucraina non era stata inizialmente colta dalle previsioni, motivo per cui il consiglio direttivo della BCE resta cauto nel formulare giudizi definitivi e “autocritico rispetto a qualsiasi previsione al momento attuale”.

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