Il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio su alcune misure del cosiddetto pacchetto “Omnibus IV”, l’ultimo di una serie di interventi legislativi orientati alla semplificazione del mercato unico. L’intesa riguarda due filoni principali: il sostegno alle imprese che hanno superato la soglia dimensionale delle piccole e medie imprese, e la digitalizzazione dei requisiti burocratici legati alla legislazione sui prodotti.

Uno dei punti centrali dell’accordo raggiunto il 9 giugno è l’introduzione di una categoria fino ad ora assente nel diritto europeo: le “small mid-cap enterprises” (SMC), ovvero le imprese di medie dimensioni che hanno ormai superato i parametri che definiscono le PMI. L’obiettivo è evitare quello che in gergo viene chiamato “effetto scogliera”: la situazione in cui un’azienda, crescendo, perde automaticamente tutti i vantaggi normativi di cui godeva da piccola impresa, senza avere ancora le spalle abbastanza larghe per reggere il peso regolatorio riservato alle grandi.

La soglia definitiva per rientrare nella nuova categoria, rialzata rispetto alla proposta originaria della Commissione, comprende le imprese con meno di mille dipendenti e un fatturato annuo fino a 200 milioni di euro oppure un bilancio totale fino a 172 milioni. Le SMC sono considerate un segmento rilevante per l’economia europea: forniscono il 6% dell’occupazione complessiva nell’Ue e sono particolarmente presenti in settori strategici come l’elettronica, l’aerospazio e la difesa, l’energia e la sanità.

Entro cinque anni dall’entrata in vigore della nuova normativa, la Commissione dovrà valutarne l’applicazione, verificando in particolare l’impatto sulla riduzione degli oneri amministrativi e sulla competitività delle imprese interessate.

Addio alla carta, almeno in parte

Il secondo pilastro dell’accordo riguarda la digitalizzazione. Le nuove norme modificano venti atti legislativi europei in materia di prodotti, con l’obiettivo di eliminare progressivamente i requisiti cartacei e affermare il principio del “digitale per impostazione predefinita”.

In pratica, la dichiarazione di conformità Ue, il documento con cui i produttori attestano che un prodotto rispetta le norme europee, potrà essere emessa in formato digitale. Anche le istruzioni per l’uso potranno essere fornite digitalmente, e le comunicazioni tra le autorità nazionali competenti e gli operatori economici potranno avvenire per via elettronica.

Rimane tuttavia una tutela esplicita per i consumatori: nei casi in cui esista un rischio di danno grave, le informazioni sulla sicurezza dovranno essere sempre disponibili anche in formato cartaceo.

L’accordo introduce inoltre la possibilità di dimostrare la conformità di un prodotto alle norme europee attraverso cosiddette “specifiche comuni”, in alternativa agli standard armonizzati, in situazioni eccezionali in cui questi ultimi non siano disponibili o risultino insufficienti. Si tratta di una misura pensata per offrire maggiore certezza giuridica e ridurre i costi per le imprese, pur restando una soluzione residuale.

L’accordo provvisorio dovrà ora essere formalmente approvato dal Consiglio e dal Parlamento europeo prima di essere sottoposto a revisione giuridico-linguistica, in vista dell’adozione definitiva. Gli Stati membri avranno 24 mesi per recepire la direttiva sulla digitalizzazione, e 15 mesi per quella sulle PMI allargate.

Il pacchetto si inserisce nel filone avviato dall’agenda sulla competitività europea, che ha preso impulso dai rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi e dalla Dichiarazione di Budapest del novembre 2024, con cui i leader europei avevano chiesto di lanciare una “rivoluzione della semplificazione” per ridurre gli oneri regolatori sulle imprese.

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