In una chiara dimostrazione delle divisioni interne all’Alleanza, alcuni importanti membri della NATO hanno bloccato una proposta del Segretario generale Mark Rutte volta a stabilire un contributo minimo annuo pari allo 0,25% del PIL in aiuti militari all’Ucraina. Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Canada si sono opposti all’iniziativa, impedendo il raggiungimento di un consenso su quella che era stata concepita come una misura per rendere più prevedibile e stabile il sostegno a Kyiv in vista del vertice dell’Alleanza previsto per luglio 2026 ad Ankara.

Rutte aveva avanzato l’idea durante recenti riunioni ministeriali, nella speranza di formalizzare una più equa ripartizione degli oneri e garantire all’Ucraina un’assistenza militare costante mentre la guerra contro la Russia continua senza una conclusione in vista. “Non credo che questa proposta verrà accettata, perché c’è molta opposizione a questo tetto fisso dello 0,25%”, ha ammesso pubblicamente il 22 maggio. Una fonte NATO ha poi confermato al quotidiano britannico The Telegraph che i cinque Paesi contrari “non erano particolarmente entusiasti dell’idea”.

Il fallimento della proposta mette in evidenza una frattura crescente all’interno dell’alleanza composta da 32 membri. Da una parte vi sono gli Stati in prima linea e i Paesi che già superano la soglia dello 0,25%: la Polonia, i Paesi baltici – Estonia, Lettonia e Lituania – i Paesi nordici e i Paesi Bassi. Queste nazioni, che percepiscono più direttamente la minaccia russa, sostengono che obiettivi vincolanti siano essenziali per la pianificazione a lungo termine e per la deterrenza. Dall’altra parte si trovano le principali potenze dell’Europa occidentale e il Canada, riluttanti a vincolarsi a impegni fiscali permanenti in un contesto segnato da pressioni sui bilanci pubblici, incertezze economiche e crescente stanchezza nei confronti della guerra.

Contributi disomogenei e dibattito sulla condivisione degli oneri

I dati raccolti da istituti come il Kiel Institute for the World Economy evidenziano profonde disparità. I Paesi nordici e baltici sono stati i più generosi in termini relativi, con Stati come la Danimarca e l’Estonia che hanno destinato oltre l’1% del proprio PIL in aiuti bilaterali complessivi dall’inizio dell’invasione su larga scala. Anche la Polonia ha contribuito in misura significativamente superiore rispetto al proprio peso economico. Al contrario, diverse grandi economie hanno fornito aiuti più proporzionati – o addirittura inferiori – alla loro dimensione economica. La soglia minima dello 0,25% per i soli aiuti militari avrebbe comportato collettivamente decine di miliardi di dollari aggiuntivi, a seconda delle modalità di calcolo del PIL e della definizione di “assistenza militare”.

Non si tratta della prima controversia sulla ripartizione degli oneri all’interno della NATO. L’obiettivo storico di destinare il 2% del PIL alla difesa – riaffermato e rafforzato negli ultimi anni – ha registrato livelli di adesione molto variabili per oltre un decennio. La nuova richiesta relativa all’Ucraina avrebbe dovuto integrare gli obiettivi più ampi di investimento nella difesa discussi durante il vertice dell’Aia del 2025, nel quale gli alleati si erano impegnati a perseguire un percorso verso una spesa complessiva per la difesa pari al 5% entro il 2035. Tuttavia, sebbene i bilanci militari della NATO siano in aumento, destinare fondi specificamente all’Ucraina continua a essere un tema controverso.

Gli oppositori dell’obiettivo fisso preferirebbero pacchetti flessibili, bilaterali o definiti caso per caso. I critici all’interno di questi governi richiamano altre priorità concorrenti, come la spesa sociale interna, la transizione energetica e altri impegni globali. Vi è inoltre cautela nel garantire un flusso finanziario potenzialmente illimitato mentre eventuali negoziati di pace o sviluppi sul campo di battaglia restano imprevedibili. I sostenitori della proposta replicano che proprio la prevedibilità è ciò di cui l’Ucraina ha bisogno per pianificare la difesa, addestrare le proprie forze e sostenere una guerra industriale contro un avversario più grande. In assenza di tale certezza, Kyiv rischia di trovarsi di fronte a carenze di munizioni ed equipaggiamenti che potrebbero incoraggiare Mosca.

Le implicazioni per il vertice di Ankara

Il veto arriva mentre la NATO si prepara al vertice del 7 e 8 luglio ad Ankara. Rutte e gli altri leader dell’Alleanza hanno descritto l’incontro come un’occasione per dimostrare unità, accelerare la produzione militare e riaffermare il sostegno a lungo termine all’Ucraina. I funzionari ucraini, tra cui l’ambasciatore in Turchia Nariman Dzhelialov, si aspettano comunque che il tema dei finanziamenti occupi un posto centrale nei lavori del vertice, nella speranza che vengano esplorati meccanismi alternativi, come impegni bilaterali rafforzati o una maggiore cooperazione tra UE e NATO. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dovrebbe partecipare.

La proposta bloccata evidenzia tuttavia i limiti del sistema decisionale della NATO, fondato sul consenso. Una sola voce dissenziente – o, in questo caso, cinque – può fermare iniziative ambiziose. L’episodio si inserisce inoltre in una più ampia dinamica transatlantica. Con gli Stati Uniti che continuano a sollecitare l’Europa ad assumersi maggiori responsabilità, il mancato accordo rischia di rafforzare la percezione di un’eccessiva dipendenza europea dagli Stati Uniti, nonostante molti alleati abbiano aumentato significativamente la spesa per la difesa dal 2022.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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