L’industria europea della difesa non è ancora in grado di soddisfare le esigenze militari dell’Ucraina, mentre la Russia continua ad aumentare la propria capacità produttiva, in particolare nel settore dei droni e dei missili balistici. È questo l’allarme lanciato dal commissario europeo alla Difesa e allo Spazio, Andrius Kubilius, intervenuto a Stoccolma insieme al ministro della Difesa svedese Pål Jonson a un dibattito dedicato al nuovo ordine mondiale e alle prospettive della sicurezza europea.
“Con la nostra attuale produzione militare, non siamo ancora in grado di soddisfare nemmeno le esigenze dell’Ucraina. E non sto neppure parlando delle nostre necessità”, ha dichiarato Kubilius, sottolineando che l’aumento della capacità produttiva rappresenta una priorità per raggiungere gli obiettivi europei di preparazione alla difesa entro il 2030.
Il commissario ha richiamato in particolare la produzione di droni, evidenziando il divario tra le capacità industriali europee e quelle di Russia e Ucraina. Secondo i dati illustrati da Kubilius, Kyiv ha bisogno di produrre circa 10 milioni di droni, equivalenti a quasi 30.000 unità al giorno, per tenere il passo con Mosca, che dispone di una capacità produttiva analoga. Nell’Unione europea, invece, la produzione si attesta intorno a 1,5 milioni di droni.
A questo squilibrio si aggiungono le difficoltà nella produzione di sistemi di difesa aerea e antimissilistica. Il commissario ha spiegato che, nell’ambito dei nuovi strumenti di finanziamento per l’Ucraina, sono previsti 28,3 miliardi di euro, su uno stanziamento complessivo di 60 miliardi, destinati a sostenere le capacità militari ucraine. Di questi, circa 15 miliardi dovrebbero essere utilizzati per la produzione di droni.
Altri 10 miliardi di euro sarebbero invece destinati alla difesa aerea e antimissilistica, con circa 8 miliardi indirizzati ai produttori europei e 2 miliardi ai sistemi PAC-3 utilizzati dai Patriot, per i quali esiste una grave carenza di missili.
Il problema, secondo Kubilius, riguarda soprattutto i tempi di consegna. Per gli equipaggiamenti prodotti dalle aziende europee, diversi contratti prevedono infatti forniture soltanto nel 2028 o nel 2029. “Questo è estremamente preoccupante”, ha osservato l’ex premier lituano.
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La frammentazione industriale e il modello produttivo
Tra le principali criticità individuate da Kubilius figura la frammentazione dell’industria europea della difesa, già evidenziata nel rapporto sulla competitività presentato da Mario Draghi e in quello dell’ex presidente finlandese, Sauli Niinisto, dedicato ad analizzare la capacità dell’Unione Europea di affrontare crisi multidimensionali, minacce ibride e conflitti.
Secondo il commissario, questa frammentazione limita le possibilità di aumentare la produzione e rende necessario sviluppare progetti industriali comuni a livello europeo.
Un secondo problema riguarda il modello produttivo adottato dalle imprese europee, tradizionalmente concentrato su sistemi tecnologicamente molto avanzati, costosi e difficili da realizzare in grandi quantità.
“Le nostre industrie erano troppo concentrate su quella che definiscono una produzione haute couture”, ha spiegato Kubilius, sostenendo la necessità di affiancare ai sistemi più sofisticati soluzioni good enough, ovvero sufficientemente efficaci dal punto di vista operativo, meno costose e soprattutto producibili su larga scala.
Il commissario ha inoltre ricordato che la Russia potrebbe arrivare a produrre circa 2.000 missili balistici nell’anno in corso, rispetto ai circa 1.000 dell’anno precedente, mentre l’Europa non dispone attualmente di una produzione equivalente.
Sul piano finanziario, Kubilius ha richiamato gli impegni assunti dagli alleati NATO per portare le spese militari fondamentali al 3,5% del PIL, con un ulteriore 1,5% destinato alle spese collegate alla difesa e alla sicurezza. Secondo i suoi calcoli, gli Stati membri europei potrebbero spendere complessivamente circa 6.800 miliardi di euro entro il 2035.
Tuttavia, ha avvertito, “il denaro da solo non ci difende dai droni”, rendendo indispensabile tradurre l’aumento degli investimenti in capacità industriali e operative.
Jonson: l’importanza degli strumenti europei e il ruolo della NATO
Nel corso del dibattito, il ministro della Difesa svedese, Pål Jonson, ha riconosciuto i progressi compiuti dall’Unione europea, individuando due risultati fondamentali: lo Strumento europeo per la pace (EPF) e i prestiti destinati al sostegno militare dell’Ucraina.
Secondo Jonson, l’EPF è stato indispensabile nelle prime fasi dell’invasione russa per incentivare gli Stati membri a fornire equipaggiamenti militari a Kyiv, mentre i finanziamenti europei hanno contribuito a mantenere la capacità di resistenza ucraina dopo l’interruzione degli aiuti diretti statunitensi.
Il ministro ha inoltre evidenziato l’importanza dell’allentamento delle regole del Patto di stabilità, che ha ampliato lo spazio fiscale disponibile per gli investimenti nella difesa, e dello strumento SAFE, pur ricordando che la Svezia, grazie al basso livello del proprio debito pubblico, non ha richiesto i relativi prestiti.
Per quanto riguarda la produzione industriale, Jonson ha sottolineato i risultati ottenuti con il programma europeo ASAP, che ha contribuito a creare le condizioni per triplicare la capacità di produzione delle munizioni da 155 millimetri nel giro di pochi anni.
Ha inoltre ricordato gli investimenti sostenuti attraverso il Programma per l’industria europea della difesa (EDIP), citando la realizzazione in Svezia di un centro di eccellenza per la nitrocellulosa, materiale utilizzato nella produzione dei propellenti per munizioni.
Jonson ha tuttavia invitato la Commissione a formulare proposte legislative più mirate, evitando che l’eccessiva complessità normativa sottragga tempo alle discussioni sulle priorità strategiche.
Quanto alla ripartizione delle responsabilità, il ministro ha ribadito che la NATO rimane il principale garante della difesa collettiva attraverso l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, mentre l’UE può svolgere un ruolo complementare, soprattutto nel finanziamento, nella cooperazione industriale, nella ricerca e nella regolamentazione.
Kubilius propone una difesa europea aperta a Regno Unito, Norvegia e Ucraina
Il confronto ha affrontato anche la necessità di riformare l’architettura della sicurezza europea, alla luce del progressivo spostamento delle priorità strategiche degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico.
Secondo Kubilius, gli europei dovranno assumere una responsabilità crescente nella difesa del proprio continente, pur mantenendo il legame transatlantico e la protezione nucleare statunitense.
“Stiamo passando progressivamente da una difesa collettiva transatlantica a una difesa collettiva sempre più europea”, ha affermato il commissario, sottolineando la necessità di adattare anche le istituzioni a questa trasformazione.
In questo contesto, Kubilius ha rilanciato l’ipotesi di una Unione europea della difesa che non si limiti ai 27 Stati membri, ma comprenda anche Paesi strategicamente rilevanti per la sicurezza del continente.
“Abbiamo il Regno Unito e la Norvegia, che sono membri della NATO ma non dell’UE. E abbiamo l’Ucraina, che non è membro né della NATO né dell’Unione europea”, ha ricordato.
Secondo il commissario, i tempi necessari per l’eventuale adesione ucraina alle istituzioni euro-atlantiche non sono compatibili con l’urgenza di rafforzare le capacità di difesa europee.
“Abbiamo bisogno dell’esperienza ucraina maturata sul campo di battaglia non tra dieci anni, ma adesso”, ha dichiarato.
La proposta prevede quindi la costruzione di un quadro di cooperazione aperto ai Paesi europei interessati, su un piano di parità, per rafforzare la preparazione militare e industriale del continente.
Kubilius ha inoltre riproposto la creazione di un Consiglio di sicurezza europeo, richiamando le iniziative avanzate nel 2018 da Emmanuel Macron e Angela Merkel.
L’organismo potrebbe riunire i Paesi dotati delle maggiori capacità militari e industriali, affiancati da membri a rotazione provenienti da diverse regioni europee, per favorire decisioni più rapide sulle principali questioni strategiche.
Secondo Kubilius, i meccanismi decisionali costruiti durante il periodo di pace, spesso basati sul consenso dei 27 Stati membri, rischiano di non essere sufficientemente efficaci nel nuovo contesto internazionale.
Preparare l’Unione europea a un eventuale conflitto e rendere operativo l’articolo 42.7
Un’altra questione sollevata dal ministro svedese riguarda la capacità delle istituzioni europee di reagire a un eventuale attacco armato contro uno Stato membro. “Che cosa fa l’Unione europea se scoppia una guerra?”, ha chiesto Jonson, sottolineando che i governi nazionali dispongono di procedure e piani di emergenza, mentre occorre chiarire come verrebbero mobilitate le risorse comunitarie in caso di conflitto.
Il ministro ha richiamato il rapporto sulla preparazione civile e militare dell’UE elaborato dall’ex presidente finlandese Sauli Niinistö, evidenziando la necessità di integrare gli strumenti europei nei piani di difesa collettiva della NATO.
Kubilius ha risposto indicando tra le priorità della Commissione per il prossimo anno l’attuazione operativa dell’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea, che prevede l’obbligo degli Stati membri di prestare aiuto e assistenza a un Paese dell’Unione vittima di un’aggressione armata sul proprio territorio.
Secondo il commissario, la clausola non deve essere interpretata esclusivamente in termini militari.
Un eventuale conflitto provocherebbe infatti conseguenze economiche, sociali e umanitarie, rendendo necessario il ricorso all’insieme degli strumenti di cui dispone l’Unione europea.
Per questo, Kubilius ha proposto di predisporre procedure comuni che consentano ai governi di individuare rapidamente le forme di assistenza disponibili e di attivare il coordinamento tra Stati membri e istituzioni comunitarie.
Il commissario ha ipotizzato anche la creazione di una sorta di manuale operativo, a disposizione dei capi di governo, contenente le procedure da seguire in caso di crisi.
“Se queste risorse non saranno organizzate in anticipo, non funzioneranno durante una guerra”, ha avvertito Jonson, evidenziando il rischio che la complessità istituzionale europea possa ostacolare la risposta a un’emergenza.
La mobilità militare e il trasferimento delle truppe
Tra le priorità indicate da Kubilius figura, infine, il rafforzamento della mobilità militare europea, considerata essenziale per rendere credibile la capacità di risposta a un’eventuale aggressione.
Il commissario ha spiegato che il cosiddetto “Schengen militare” non può limitarsi alla semplificazione dei permessi per l’attraversamento delle frontiere o agli investimenti nelle infrastrutture stradali e ferroviarie.
Rimangono infatti due problemi fondamentali: la disponibilità di mezzi di trasporto sufficienti e il coordinamento dei movimenti militari su larga scala.
Secondo Kubilius, i piani della NATO prevedono la possibilità di trasferire 100.000 soldati verso il fronte nell’arco di dieci giorni.
Per illustrare le difficoltà logistiche, il commissario ha citato il caso di una brigata di circa 5.000 militari, il cui trasferimento su strada richiederebbe un convoglio di mezzi pesanti lungo approssimativamente 12 chilometri.
Una mobilitazione di 100.000 soldati comporterebbe quindi il movimento di circa venti brigate, con esigenze logistiche considerevoli.
Per Kubilius, questi esempi dimostrano come la preparazione europea alla difesa non dipenda soltanto dall’aumento delle spese militari, ma richieda una revisione complessiva della capacità industriale, delle infrastrutture e dei meccanismi istituzionali necessari per affrontare un’eventuale crisi.
Didascalia: nella foto, il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius (al centro) e il ministro della Difesa svedese Pål Jonson (a destra) partecipano al dibattito dedicato al nuovo ordine mondiale e alle prospettive della sicurezza europea, organizzata dallo Swedish Institute for European Policy Studies. Stoccolma, Svezia, 6 novembre 2026.

