Il Ministro degli Esteri olandese Tom Berendsen ha annunciato ieri in parlamento il divieto, a partire dal 22 settembre, di importare, acquistare e vendere merci prodotte negli insediamenti israeliani illegali. Con i Paesi Bassi salgono a quattro i Paesi Ue che hanno preso provvedimenti verso Israele.

La comunicazione del Ministro olandese fa seguito alla decisione annunciata lo scorso maggio e richiesta dalla maggioranza del Parlamento, e stabilisce un divieto non solo per le importazioni dai territori in occupati illegalmente, ma anche il commercio di beni destinati alla colonizzazione, e la misura si estende anche alle imprese olandesi che operano all’estero. Come riportato da Dutch News sono vietate tutte le attività volte ad aggirare il divieto.

La misura, che sarà effettiva a partire dal prossimo 22 settembre, avrà, in linea di principio, una durata di tre anni.

Il lungo Consiglio Affari esteri riscopre quanto è limitante il vincolo dell’unanimità

Con questo passo, Amsterdam si unisce a Belgio, Spagna e Irlanda, che hanno già introdotto restrizioni simili. Ciononostante, il Primo Ministro Rob Jetten e gli altri capi di governo promotori continuano a fare pressione affinché sia direttamente l’Unione Europea ad adottare sanzioni per garantire una risposta coordinata.

L’impatto del provvedimento olandese potrebbe rivelarsi significativo. Il valore annuo degli scambi commerciali tra Paesi Bassi ed Israele è stimato in decine di milioni di euro. Secondo un report dell’organizzazione Global Echo, il Paese europeo assorbe circa un terzo delle esportazioni agricole provenienti dagli insediamenti illegali e quasi la metà di quelle destinate all’intera UE. Tra i prodotti principali figurano avocado, datteri, arance, uva ed erbe aromatiche, oltre al vino prodotto nelle Alture del Golan occupate.

E l’Unione europea?

A Bruxelles, intanto, il dossier resta bloccato. Anche nell’ultimo Consiglio Affari Esteri, tenutosi il 13 luglio, i Ventisette non sono riusciti a trovare un’intesa sulle misure nei confronti di Israele, registrando la terza fumata nera consecutiva.

Sul tavolo della Commissione europea restano tre possibili opzioni per limitare il commercio con gli insediamenti israeliani illegali: un sistema di licenze per le importazioni, l’introduzione di dazi punitivi oppure un divieto totale delle merci provenienti dagli insediamenti nei territori occupati. Quest’ultima ipotesi è quella che ha raccolto il maggiore sostegno politico tra gli Stati membri, ma resta aperto il nodo della base giuridica. Per la Commissione si tratta di una decisione di politica estera che richiede l’unanimità, mentre i servizi giuridici del Consiglio ritengono che possa rientrare nella politica commerciale dell’Unione, dove sarebbe sufficiente la maggioranza qualificata.

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Le divisioni interne continuano così a paralizzare l’UE. Italia e Germania, pur ribadendo che le colonie violano il diritto internazionale, ritengono che qualsiasi misura debba essere approvata all’unanimità e chiedono di mantenere aperto il canale d’ascolto con Israele. Eppure, già a maggio, Italia, Francia, Germania e Regno Unito avevano irrigidito i toni condannando la violenza dei coloni, chiedendo a Tel Aviv di fermare l’espansione degli insediamenti, di indagare sulle violazioni delle proprie forze armate e di revocare le restrizioni economiche all’Autorità Palestinese. I quattro Paesi avevano inoltre definito il progetto di espansione dell’area E1 una grave violazione del diritto internazionale, invitando le imprese europee a non partecipare ai cantieri.

Ad aggravare lo stallo contribuisce infine la crisi diplomatica tra Bruxelles e il governo israeliano. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar continua ad attaccare pubblicamente l’Alta rappresentante dell’UE Kaja Kallas, rea – secondo indiscrezioni – di aver definito la situazione nei territori occupati un regime di “apartheid” durante un incontro privato. Sebbene la Commissione europea continui a ribadire il proprio impegno per il dialogo attraverso altri canali diplomatici, non è chiaro chi, in questo momento, stia parlando con lo Stato di Israele per conto dell’Unione europea.

Ong contro il commercio con gli insediamenti, mentre Bruxelles prova a tenere aperto il dialogo con Israele

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