Serbia e Israele hanno siglato negli ultimi giorni un accordo di sicurezza intitolato “sullo scambio e la protezione reciproca dei dati classificati nel settore della difesa”. Il documento, a prima vista, definisce un’intesa tecnica sulla tutela delle informazioni sensibili, in realtà, secondo quanto rivelato dal Balkan Investigative Reporting Network (BIRN), amplia le libertà dei reciproci sistemi di intelligence e rende più fluida la compravendita di armamenti.

L’accordo si inserisce in un contesto di crescente cooperazione militare bilaterale, al cui centro occupa un grande spazio l’industria della difesa israeliana, in particolare la società Elbit Systems, uno dei principali attori globali del settore.

L’azienda ha già venduto alla Serbia sistemi di artiglieria avanzati e droni per circa 335 milioni di dollari solo nello scorso anno. Nell’agosto 2025, è stato siglato un ulteriore accordo da 1,6 miliardi di dollari e, più recentemente, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha confermato la volontà di Belgrado di produrre droni insieme a Elbit Systems sul proprio territorio.

Parallelamente, anche le esportazioni di armi della Serbia verso Israele sono cresciute in modo molto significativo. Dal 2023 al 2025 sono passate da livelli relativamente modesti a circa 114 milioni di euro, con un incremento stimato di circa 42 volte. Questo aumento è avvenuto nel contesto dell’offensiva a Gaza, che ha intensificato la domanda israeliana di munizioni e materiali militari, in particolare componenti per artiglieria e altri sistemi d’arma “consumabili”.

Tale dinamica ha suscitato critiche a livello internazionale, in particolare da parte di esperti delle Nazioni Unite, che hanno richiamato l’attenzione sul forte rischio che tali forniture siano impiegate in violazioni del diritto internazionale umanitario.

La logica dello scambio tra Serbia e Israele è essenzialmente complementare. La Serbia importa tecnologie militari avanzate – come droni, sistemi elettronici, intelligence e armamenti sofisticati – che le consentono di modernizzare le proprie forze armate. Israele, invece, importa soprattutto munizioni e materiali bellici tradizionali, fondamentali in tempo di guerra e soggetti a rapido consumo, che la Serbia è in grado di produrre in quantità.

Sul piano procedurale, quest’ultimo accordo ha goduto di un’applicazione immediata senza attendere il voto in seduta plenaria, essendo stato classificato come urgente e autorizzato dalla Commissione parlamentare serba per la sicurezza. Secondo il documento ottenuto da BIRN, questa accelerazione permetterebbe una più rapida entrata in vigore dei contratti di approvvigionamento militare e un rafforzamento delle capacità operative delle forze armate serbe.

Alcuni esponenti dell’opposizione hanno contestato la mancanza di trasparenza e l’ambiguità della formula “protezione reciproca”, esprimendo inoltre timori su una possibile estensione dell’influenza dei servizi di sicurezza israeliani nell’ambito della cooperazione bilaterale. Dato il contenuto tanto amplio dell’accordo, secondo l’opposizione è possibile che si determini uno squilibrio nella cooperazione, e che pur di accedere a sistemi militari più all’avanguardia, il governo serbo abbia svenduto i dati sensibili del Paese a organizzazioni opache come il Mossad.

Il testo copre infatti l’intero spettro delle informazioni militari sensibili, coinvolge sia attori pubblici che privati, prevede scambi regolari di delegazioni e stabilisce che eventuali controversie non possano essere discusse pubblicamente né sottoposte a giurisdizioni nazionali o internazionali.

Il governo serbo non ha risposto alle preoccupazioni sollevate dall’opposizione e ha nel frattempo consolidato la partnership con Israele attraverso un incontro bilaterale avvenuto ieri a Tel Aviv tra il ministro degli Esteri Marko Đurić e il presidente israeliano Isaac Herzog.

“È stato un piacere incontrare il presidente Herzog”, ha dichiarato Đurić. “Abbiamo esaminato gli sviluppi positivi nelle relazioni Serbia-Israele degli ultimi giorni, che hanno portato il nostro partenariato a un livello significativamente più alto di fiducia reciproca”.

Il ministro serbo ha inoltre fatto riferimento a rapporti trilaterali che includono gli Stati Uniti d’America, senza menzionare l’Unione europea né la Russia, in quello che alcuni osservatori interpretano come un tentativo di mascheramento del posizionamento internazionale di Belgrado, volto ad accreditarsi presso il partner mediorientale. Đurić ha infine affermato che “la Serbia rimane impegnata in un dialogo costruttivo e nel rispetto del diritto internazionale”.

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