Le organizzazioni della diaspora serba hanno presentato un appello formale all’Unione europea, all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e agli Stati Uniti, avvertendo che le nuove restrizioni imposte al voto dall’estero potrebbero impedire a un gran numero di cittadini serbi residenti fuori dal Paese di partecipare alle elezioni parlamentari del 25 ottobre.
I gruppi – ritenuti per la maggior parte critici nei confronti del regime di Aleksandar Vučić – denunciano una combinazione di un numero limitato di seggi e di orari di voto vincolati all’ora dell’Europa centrale (CET), misure che di fatto creano barriere geografiche e temporali, nonostante un forte aumento delle registrazioni, che ha già superato quello delle precedenti tornate elettorali.
Secondo i dati citati dalle autorità elettorali e dai rappresentanti della diaspora, più di 100.000 persone residenti fuori dalla Serbia si sono registrate per votare, quasi il triplo rispetto alle meno di 40.000 che si erano registrate per le elezioni parlamentari del 2023. Gli appelli arrivano mentre la Commissione elettorale della Repubblica ha definito le modalità organizzative del voto, che i critici descrivono come ostacoli amministrativi in un momento di forte rilevanza politica.
A Chicago si vota di notte
La decisione della Commissione lega gli orari di voto all’estero alla finestra prevista in Serbia, dalle 7:00 alle 20:00, invece di adeguarli all’ora locale dei Paesi ospitanti. Di conseguenza, gli elettori di Chicago, sede di una consistente comunità serba, avranno a disposizione una finestra di voto che va dall’1:00 alle 14:00 ora locale.
In alcune zone dell’Australia e della Nuova Zelanda, i cittadini dovranno recarsi presso le rappresentanze diplomatiche o gli uffici designati durante le ore notturne. Vincoli analoghi si applicano in altri Paesi caratterizzati da un fuso orario molto distante da quello serbo, tra cui Cina e Indonesia.
La Commissione ha approvato 93 seggi elettorali all’estero, 12 in più rispetto al 2023. Tuttavia, nove di questi si trovano nella vicina Bosnia-Erzegovina, dove i serbi costituiscono una parte consistente della popolazione dell’entità della Republika Srpska. La sola Bosnia-Erzegovina conta 28 seggi, quasi il 30% del totale dei seggi all’estero.
La componente della Commissione elettorale Sofija Mandic ha sostenuto che questa organizzazione potrebbe di fatto impedire a più di 26.000 elettori registrati di votare, ignorando le ripetute richieste di istituire ulteriori seggi in Nord America, Australia e alcune parti d’Europa. In un’intervista alla televisione indipendente N1, ha affermato che il ministero degli Esteri sembrava scegliere le sedi “sulla base di ipotesi su come le persone andranno a votare”.
Ostacoli logistici e difese delle autorità
Particolari difficoltà sono emerse nelle città in cui si è registrato un numero significativo di elettori, ma non è stato istituito alcun seggio locale. A Vancouver, in Canada, si sono registrate quasi 1.300 persone, ma gli elettori dovranno percorrere circa 3.500 chilometri per raggiungere Toronto o Ottawa. In Australia, i seggi sono stati autorizzati soltanto a Melbourne e Sydney, costringendo gli elettori di Perth e Brisbane ad affrontare viaggi lunghi e costosi; alcuni sono stati indirizzati verso Melbourne anche quando Sydney era più vicina.
Nemanja Djurovic, intervenendo da Brisbane, ha descritto la situazione come un trattamento dei cittadini della diaspora alla stregua di cittadini di seconda classe, osservando che le donne incinte e altre persone impossibilitate a viaggiare in aereo semplicemente non potranno votare. Ha inoltre sottolineato che la limitata disponibilità dei trasporti pubblici durante le ore notturne potrebbe ridurre ulteriormente l’affluenza.
In Cina, un unico seggio a Pechino serve l’intero Paese, imponendo viaggi lunghi e costosi alle famiglie, che devono inoltre fare i conti con le rigide norme locali relative agli assembramenti nelle vicinanze delle aree diplomatiche.
Un elettore residente in Cina ha raccontato di aver subito ritardi nella ricezione dei documenti necessari per votare e di aver ricevuto risposte lente da parte delle autorità. Ha aggiunto che gli orari poco agevoli, dal pomeriggio fino alle prime ore del mattino, aggravano ulteriormente il problema.
Il ministro degli Esteri serbo Marko Djurić ha respinto le accuse di una selezione politica delle sedi. Ha dichiarato che le decisioni non dipendono esclusivamente dal numero di elettori registrati, ma anche da criteri logistici, di sicurezza, territoriali e relativi al personale disponibile.
La stessa Commissione ha approvato gli orari standardizzati con 20 voti favorevoli e 7 contrari. I membri dissenzienti hanno sottolineato che un simile collegamento con i fusi orari non era mai stato imposto in precedenza e che restringe ulteriormente una finestra già limitata per l’esercizio del diritto di voto. Tra di loro, Vladimir Dragas ha definito potenzialmente illegale l’obbligo di votare durante le ore notturne e ha avvertito che potrebbe mettere in pericolo gli elettori, oltre ad alimentare il malcontento.
Le forze di opposizione e gli organizzatori del movimento studentesco interpretano l’insieme degli ostacoli come una forma deliberata di ostruzionismo amministrativo volta, secondo la loro interpretazione, a limitare il peso elettorale di una diaspora che ritengono orientata verso il cambiamento.
Il contesto politico di una sfida ad alta posta in gioco
Le elezioni si svolgono dopo le dimissioni del presidente Aleksandar Vučić, avvenute il 27 settembre. Vučić ha così interrotto anticipatamente, di oltre sette mesi, il suo secondo e ultimo mandato, in una mossa che gli consente di candidarsi nuovamente alla carica di primo ministro e di assumere la guida del Partito Progressista Serbo (SNS | PPE), che domina la politica nazionale da 14 anni.
Vučić ha ricoperto alternativamente la carica di primo ministro o quella di presidente negli ultimi 12 anni. Le sue dimissioni sono arrivate dopo quasi due anni di proteste ininterrotte, iniziate in seguito al crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e costato la vita a 16 persone.
Il movimento guidato dagli studenti, nato dalle richieste di accertamento delle responsabilità per quella tragedia e dalle più ampie denunce di corruzione, si è trasformato in una forza politica che presenta la Lista degli Studenti come sfidante diretto.
Gli analisti prevedono una competizione serrata e un’elevata affluenza, condizioni che potrebbero favorire la lista di opposizione. Le tensioni all’interno della Serbia rimangono elevate, con episodi segnalati durante gli eventi elettorali, mentre gli osservatori internazionali hanno da tempo rilevato irregolarità e occasionali episodi di violenza nelle elezioni del Paese.
La partecipazione della diaspora si è intensificata attraverso reti informali. A Francoforte, la reclutatrice Jelena Radivojčević ha trascorso le ultime settimane incoraggiando i connazionali a registrarsi, partecipando a gruppi che aiutano i cittadini a verificare i requisiti e a presentare le domande.
Un coordinamento analogo sembra essere in corso in tutta Europa, in Nord America e altrove, mentre gli studenti hanno diffuso lettere aperte chiedendo una conferma scritta che ogni richiesta proveniente dalla diaspora sia stata elaborata.
Alla fine di settembre, le registrazioni avevano già superato quota 55.000 e continuavano ad aumentare in vista della scadenza del 3 ottobre; un numero finale vicino o superiore a 100.000 rappresenterebbe una mobilitazione senza precedenti. Bosnia-Erzegovina, Germania, Austria, Stati Uniti, Italia, Svizzera, Canada e Montenegro figurano tra i principali Paesi di provenienza delle domande.
I critici sostengono che la concentrazione dei seggi in luoghi come la Bosnia-Erzegovina, dove Vučić mantiene un forte consenso e dove il suo alleato Milorad Dodik ha sostenuto una maggiore separazione della Republika Srpska, mentre l’accesso al voto viene limitato altrove, finisca per penalizzare selettivamente gli elettori considerati meno favorevoli al governo. Le autorità sostengono invece che siano i vincoli pratici, e non considerazioni politiche, a determinare la distribuzione dei seggi.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

