Il mancato protagonismo delle nuove generazioni non sarebbe il prodotto di disinteresse, individualismo o scarsa consapevolezza. Al contrario, è il risultato di una serie di ostacoli economici, sociali, culturali e organizzativi che impediscono alle inquietudini giovanili di trasformarsi in un moto collettivo capace di incidere sulla società. È la tesi al centro del saggio “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile. La partecipazione delle nuove generazioni come questione democratica”, scritto da Fabrizio Barca e Caterina Manicardi per il Forum Disuguaglianze e Diversità, e presentato martedì dai due autori a Roma presso la Biblioteca della Fondazione basso.

Il volume, pubblicato nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo”, sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, affronta la partecipazione delle persone tra l’adolescenza e i 34 anni come una questione che riguarda il funzionamento stesso della democrazia.

Il lavoro si basa su dati di istituti di ricerca, Eurobarometro, Istat e Cnel, oltre che su un’indagine condotta dal ForumDD tra il 2023 e il 2026 su 3mila studenti e studentesse tra i 17 e i 19 anni in 21 scuole italiane e su nove mesi di confronto con organizzazioni giovanili.

Secondo gli autori, il punto non è che le nuove generazioni non percepiscano le crisi sociali, ambientali e politiche che attraversano il Paese. Il problema è che questa consapevolezza non trova canali efficaci per tradursi in iniziativa, pressione collettiva e cambiamento.

“Con questo saggio mostriamo che il problema non sono le perturbazioni delle nuove generazioni”, affermano Barca e Manicardi. “Il problema sono gli ostacoli che impediscono a esse di tradursi in un moto collettivo di trasformazione sociale”, aggiungono gli autori.

Il saggio mette anzitutto in evidenza il calo del peso demografico dei giovani. La fascia fra 15 e 25 anni, ricordano gli autori, rappresentava il 15,7% della popolazione italiana negli anni Sessanta, mentre oggi è scesa al 10,8%. A questo si aggiungono la precarietà delle prospettive economiche, la perdita di fiducia nel cambiamento, la diffidenza verso le istituzioni e un ecosistema associativo e politico frammentato.

Movimenti, organizzazioni della cittadinanza attiva, soggetti del lavoro e partiti vengono descritti come realtà spesso incapaci di ascoltare o incorporare le istanze giovanili. Nel frattempo, le politiche su istruzione, lavoro, cura, abitare e spazi collettivi resterebbero insufficienti a rispondere alle aspirazioni delle nuove generazioni, mentre si rafforzerebbero misure percepite come dissuasive rispetto all’impegno politico.

Il testo richiama anche alcuni segnali di disagio e disorientamento. Secondo i dati Istat elaborati da Openpolis citati nel saggio, la quota di ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 17 anni che vede amici e amiche ogni giorno è passata dal 70% del 2006 al 30% attuale. Sul fronte dell’informazione, il 75% dei giovani tra 16 e 30 anni dichiara di essere stato esposto a fake news nella settimana precedente, ma più di un quarto non è sicuro di saperle riconoscere.

Un altro capitolo riguarda la mobilità internazionale. Il ForumDD contesta la lettura che riduce il fenomeno alla fuga dei laureati: ogni anno lasciano il Paese circa 50mila persone tra i 18 e i 34 anni e il 58% non possiede una laurea. Tra il 2019 e il 2023, inoltre, i 58mila giovani laureati italiani tra 25 e 34 anni emigrati sono stati più che compensati dai 68mila giovani migranti laureati entrati nel Paese nello stesso periodo.

Il nodo, secondo gli autori, non è quindi soltanto la perdita di capitale umano, ma la difficoltà dell’Italia nell’offrire condizioni materiali e opportunità adeguate ai giovani, indipendentemente dalla loro origine. Oltre un terzo degli 11-19enni, italiani e di origine straniera, dichiara infatti di voler andare all’estero.

“Emigrare così viene percepito e spesso diventa l’unico atto di potere possibile”, si legge nel saggio.

Per Barca e Manicardi, la risposta non può limitarsi a incentivi temporanei o a politiche rivolte selettivamente ai cosiddetti talenti di ritorno. Occorre invece intervenire su scuola, università, lavoro, cura, casa, spazi pubblici e cittadinanza, rimuovendo le barriere che frenano autonomia, partecipazione e fiducia.

“Dobbiamo lavorare per rimuovere gli ostacoli che si ergono su entrambi i fronti”, sostengono gli autori.

Da un lato, chiedono “un’apertura potente” di organizzazioni, associazioni, movimenti e partiti al “disturbo” prodotto dalle nuove consapevolezze e preoccupazioni giovanili.

Dall’altro, indicano la necessità di una contesa culturale capace di rafforzare la fiducia nella possibilità di un’alternativa. “Mobilitarsi cambia le cose”, affermano Barca e Manicardi, sollecitando una strategia di proposte strutturali e non limitate a “nuovi sussidi o esenzioni temporanee”.

 

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