Il nuovo shock energetico provocato dal conflitto in Medio Oriente ha riportato in primo piano una fragilità strutturale dell’economia italiana: la sua particolare esposizione alle oscillazioni dei prezzi dell’energia fossile. Proprio per questo è legittimo chiedersi se le risorse straordinarie per ridurre questa vulnerabilità che sono state messe a disposizione dall’Unione europea e dagli stessi governi italiani negli ultimi anni siano state utilizzate nel modo più efficace.

Partiamo da un confronto fra l’Italia e le altre economie europee. Secondo le simulazioni di Oxford Economics, se gli attuali prezzi del petrolio e del gas europeo persistessero l’inflazione in Italia potrebbe aumentare di oltre un punto percentuale nell’ultimo trimestre dell’anno, superando il 3%. Nell’area dell’euro, invece, l’incremento medio sarebbe di solo mezzo punto percentuale, portando l’inflazione intorno al 2,3%.

Rispetto alle altre grandi economie europee, l’Italia dipende in misura maggiore dalle importazioni di petrolio e gas e presenta una struttura industriale relativamente più energivora. Inoltre, il gas continua a svolgere un ruolo centrale nella produzione di energia elettrica, generandone il 45-50%. Questa quota è molto più elevata che in Paesi comparabili, compresa la Germania dove solo il 15-20% origina dal gas.

Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la composizione delle importazioni. Una quota significativa del gas naturale liquefatto (LNG) acquistato dall’Italia — circa il 45% — proviene dal Qatar, mentre l’LNG rappresenta ormai circa un quarto delle importazioni complessive di gas. Ciò significa che shock persistenti sui prezzi degli idrocarburi o perturbazioni nei mercati globali dell’LNG si trasmettono rapidamente ai prezzi dell’elettricità e ai costi energetici per imprese e famiglie.

È vero che una parte consistente del gas consumato in Italia arriva ancora via gasdotto, soprattutto da Algeria e Azerbaijan. Ma questo non elimina la vulnerabilità del sistema. Il prezzo marginale del gas in Europa è infatti determinato dai mercati internazionali — in particolare dal mercato globale dell’LNG — e reagisce quindi immediatamente a shock geopolitici o tensioni sull’offerta.

A rendere il quadro ancor più delicato c’è un fattore distributivo. Anche a causa di una tassazione particolarmente onerosa, le famiglie italiane destinano una quota relativamente elevata del proprio reddito alle spese energetiche — circa il 7,2%, contro il 4,7% in Francia e il 5,5% in Germania. Ogni aumento dei prezzi dell’energia ha, quindi, effetti non solo macroeconomici ma anche sociali.

Alla luce di questi dati, è inevitabile chiedersi come siano stati utilizzati i fondi messi a disposizione dall’UE attraverso NextGenerationEU e, più recentemente, REPowerEU.

Il regolamento europeo su cui si fonda il PNRR prevede che almeno il 37% delle risorse messe a disposizione sia destinato alla transizione verde. Nel caso italiano ciò corrisponde a circa 72 miliardi di euro, pari al 37,5% del piano. Questa quota è appena superiore alla soglia minima e ben inferiore a quella di Paesi come Francia (42%) o Spagna (40%).

Ancor più sintomatica è la composizione di questa spesa. Circa il 40% dei fondi climatici è destinato alla mobilità sostenibile, soprattutto all’alta velocità ferroviaria e al potenziamento delle reti regionali. Un altro 31% finanzia interventi di efficienza energetica degli edifici, inclusi circa 14 miliardi del PNRR che furono destinati al Superbonus. Il 15% riguarda dissesto idrogeologico, gestione idrica ed economia circolare. Ma solo il 14% — circa 10 miliardi — è destinato allo sviluppo delle energie rinnovabili e alla modernizzazione delle reti elettriche.

Alla luce della forte dipendenza italiana dalle importazioni di gas e petrolio, è lecito chiedersi se non sia stato commesso un errore strategico nel destinare una quota così limitata del PNRR agli investimenti direttamente orientati all’autonomia energetica. È vero che il piano fu concepito prima dello shock energetico del 2022. Ma anche includendo i circa 18 miliardi aggiunti successivamente con REPowerEU, gli investimenti diretti nel sistema energetico restano relativamente contenuti rispetto ad altri Paesi europei.

Il confronto con la Spagna è illuminante. Madrid ha utilizzato i fondi europei soprattutto per installare nuovi impianti di energia rinnovabile su larga scala. Ciò è avvenuto a un ritmo quasi doppio rispetto all’Italia, accompagnandosi allo sviluppo della filiera dell’idrogeno verde. Così facendo, la Spagna si candida oggi a diventare uno dei principali hub energetici in Europa.

Questo non significa che gli investimenti italiani — come il rafforzamento della rete ferroviaria — non abbiano effetti positivi. Ma si tratta di benefici indiretti e di più lungo periodo. L’Italia continua nel frattempo a dipendere fortemente dalle importazioni di energia fossile.

Il problema non riguarda solo l’uso dei fondi europei. La principale misura nazionale di efficientamento energetico degli ultimi anni — il Superbonus — solleva interrogativi ancor più inquietanti sull’efficienza della spesa pubblica nel nostro Paese. Il costo complessivo della misura ha superato i 200 miliardi di euro, a fronte di benefici energetici relativamente modesti.

Eppure, invece di trarre insegnamento da queste esperienze, l’azione del Governo sembra muoversi nella direzione opposta. La richiesta italiana di ammorbidire il sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS ed ETS2, che sarà operativo dal 2027) rischia di indebolire il principale segnale di prezzo che ha incentivato la transizione energetica in questi anni. É questo sistema a essere dipinto come il problema; non la lentezza nell’installazione delle rinnovabili, l’insufficienza delle reti elettriche, o l’assenza di un piano operativo per lo sviluppo di impianti nucleari di nuova generazione.

Il risultato è un paradosso: il Paese più vulnerabile agli shock energetici utilizza solo una parte limitata delle risorse europee per rafforzare la propria autonomia energetica e, allo stesso tempo, continua di fatto a promuovere il gas, così ostacolando l’unica soluzione strutturale al problema dell’alto costo dell’energia.

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