L’amministrazione americana ha restituito agli importatori circa 100 miliardi di dollari di dazi doganali da quando, a febbraio, la Corte Suprema ha dichiarato illegittimo l’uso dei poteri di emergenza con cui il presidente Donald Trump li aveva imposti. Il dato, riportato dal Financial Times sulla base di un deposito presentato martedì 4 agosto dai funzionari doganali alla Corte per il commercio internazionale degli Stati Uniti (Us Court of International Trade), corrisponde a circa il 60% dei 165-166 miliardi di dollari incassati con i dazi del cosiddetto “Liberation day” del 2 aprile 2025. Nello stesso deposito la Customs and Border Protection (Cbp), l’agenzia doganale statunitense, ha reso noto che richieste di rimborso per oltre 128 miliardi di dollari sono già state accettate e certificate, segnale che ulteriori restituzioni sono in arrivo.
Il 20 febbraio la Corte Suprema, con una sentenza 6 a 3, ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), legge del 1977, non autorizza il presidente a imporre unilateralmente dazi sulle importazioni. La pronuncia ha colpito in particolare le tariffe collegate all’emergenza fentanyl su Canada, Messico e Cina e i dazi “reciproci” applicati a oltre 90 paesi, ma non ha toccato le tariffe settoriali su acciaio, automobili e rame, imposte sulla base di una norma diversa, il Trade Expansion Act del 1962. A marzo la Corte per il commercio internazionale ha poi stabilito che le aziende colpite dalle tariffe invalidate avevano diritto al rimborso, aprendo la strada alle restituzioni.
Trump ha reagito duramente alla sentenza, definendo i giudici che si sono espressi contro di lui “disleali” e proseguendo la sua politica commerciale attraverso altri strumenti giuridici: nello stesso giorno della sentenza ha introdotto nuovi dazi temporanei del 10% basandosi su un’autorità legale diversa, e nelle settimane successive ha varato un’ulteriore serie di tariffe globali richiamando la Section 301 del Trade Act del 1974, la stessa norma usata nella guerra commerciale con la Cina nel 2018. Il mese scorso l’amministrazione ha imposto con questa base giuridica dazi del 10-12,5% su importazioni da decine di paesi, giustificati con l’accusa di non aver adottato misure sufficienti contro il lavoro forzato.
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Un nuovo fronte legale
Lunedì 3 agosto un gruppo di 25 Stati americani a guida democratica, tra cui New York, California, Arizona e Colorado, ha presentato un ricorso legale contro le nuove tariffe introdotte con la Section 301, definendole un pretesto per reintrodurre di fatto i dazi già bocciati a febbraio. Solo le aziende registrate come importatrici, circa 330mila in tutto, possono presentare domanda di rimborso: ne restano esclusi le piccole imprese che hanno sostenuto i costi dei dazi sotto forma di prezzi più alti o sovrapprezzi in fattura, e i consumatori finali.
Proprio la destinazione dei rimborsi è diventata terreno di scontro politico. Il deputato democratico Greg Casar, presidente del Congressional Progressive Caucus, ha criticato il fatto che le somme restituite siano finora andate quasi interamente alle grandi aziende: secondo dati diffusi dallo stesso Casar, Apple avrebbe ricevuto un rimborso di 2,2 miliardi di dollari e Amazon di 600 milioni. “Ogni singolo centesimo di questi rimborsi dovrebbe tornare ai consumatori americani”, ha scritto il parlamentare sui social, sostenendo che siano stati i cittadini, attraverso l’aumento dei prezzi, a sostenere la maggior parte del costo reale dei dazi dichiarati illegittimi.
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