L’amministrazione Trump venerdì (24 luglio) ha imposto nuovi dazi del 10% e del 12,5% sui beni provenienti da 60 partner commerciali, tra cui l’Unione europea, citando l’applicazione insufficiente dei divieti relativi ai prodotti realizzati attraverso il caporalato. I dazi sono entrati in vigore esattamente nel momento in cui è scaduto un precedente dazio globale temporaneo del 10%.
Le misure, introdotte ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, riguardano il 99,4% delle importazioni statunitensi, ma prevedono numerose esenzioni, tra cui petrolio e gas, fertilizzanti, alcuni prodotti alimentari, aeromobili, minerali critici e beni già soggetti a dazi per motivi di sicurezza nazionale su acciaio, alluminio, rame e automobili. Sono inoltre esenti i prodotti conformi all’accordo commerciale USMCA (l’accordo tra Stati Uniti, Messico e Canada).
Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno applicato con rigore il proprio divieto di importazione di merci prodotte con lavoro forzato o in violazione di diritti dei lavoratori, in vigore da quasi un secolo, e che era “ampiamente giunto il momento” che anche i partner commerciali facessero lo stesso. Ha descritto i dazi come una risposta sia a una violazione dei diritti umani sia a una pratica commerciale distorsiva.
Per Unione europea, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Svizzera, i nuovi dazi sono stati calibrati in modo tale che, sommati alle aliquote già esistenti della clausola della nazione più favorita (MFN), il totale raggiungesse il 10% o il 12,5%. L’amministrazione ha indicato che, per i partner con cui sono già stati negoziati tetti massimi ai dazi, le nuove tariffe legate al lavoro forzato non faranno superare tali limiti.
La dura reazione dell’Unione
L’alta rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas ha reagito duramente, definendo i dazi uno shock e mettendone in discussione la logica. Parlando a Reuters a margine degli incontri dell’ASEAN a Manila, ha dichiarato: “Confrontiamo le nostre leggi sul lavoro con quelle degli Stati Uniti, noi abbiamo ferie retribuite, abbiamo condizioni di lavoro molto buone per i nostri dipendenti, quindi non è una misura realmente fondata”.
Kallas ha aggiunto che l’Unione non si aspettava di essere inclusa e che avrebbe chiesto chiarimenti a Washington. “Avevamo un accordo con l’America e lo abbiamo rispettato, almeno da parte nostra. Per questo il fatto che questo accordo non venga rispettato è una sorpresa negativa”, ha affermato.
L’Unione europea è ampiamente considerata un leader globale nella lotta contro il caporalato, avendo adottato alcuni dei quadri normativi più completi al mondo in materia di due diligence aziendale e divieti sulle importazioni. Negli ultimi anni il blocco ha promosso una legislazione ambiziosa che obbliga le aziende a identificare, prevenire e rimediare ai casi di lavoro forzato nelle proprie catene di approvvigionamento, mentre si prepara anche a introdurre un divieto totale a livello europeo sui prodotti realizzati con lavoro forzato.
In questo contesto, la decisione dell’amministrazione Trump di imporre ulteriori dazi sui prodotti europei sulla base di una presunta applicazione insufficiente delle norme è considerata a Bruxelles non solo discutibile dal punto di vista fattuale, ma anche profondamente ingiusta, soprattutto se confrontata con gli stessi standard lavorativi degli Stati Uniti e con il lungo impegno dell’Unione a favore di elevati livelli di tutela dei lavoratori.
Fonti della Commissione europea hanno dichiarato che il blocco ha preso atto delle misure definitive statunitensi adottate nell’ambito dell’indagine ai sensi della Sezione 301 sulle pratiche commerciali legate al lavoro forzato. Già all’inizio di giugno, quando erano emersi i primi piani per i dazi, la Commissione aveva criticato l’ipotesi di nuove tariffe del 10% sui prodotti europei.
Anche altri partner hanno protestato. Australia e Brasile hanno definito i dazi arbitrari e ingiustificati, mentre la Norvegia ha dichiarato che “non esiste alcuna base” per imporli. Il Canada, già alle prese con altri nuovi dazi statunitensi, ha risposto in modo più prudente, affermando che avrebbe continuato un dialogo costruttivo.
Il contesto più ampio
I nuovi dazi sono ampiamente interpretati come un tentativo della Casa Bianca di mantenere una base tariffaria generale dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel febbraio scorso, ha annullato i precedenti dazi “reciproci” imposti da Trump sulla base dei poteri legati all’emergenza nazionale. La Sezione 301 è considerata giuridicamente più solida.
Gli esperti di diritto commerciale hanno osservato che, una volta entrati in vigore, i dazi conferiscono all’amministrazione un’ampia flessibilità nella modifica delle aliquote. I critici sostengono tuttavia che applicare la stessa giustificazione del lavoro forzato all’Unione europea – che mantiene alcuni degli standard più rigorosi al mondo in materia di lavoro e diritti umani – indebolisca la credibilità della misura.
I dazi sono entrati in vigore alle 00:01 dell’Eastern Daylight Time (EDT) del 24 luglio, mentre le merci già in transito saranno esentate fino al 28 luglio.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

