La Commissione europea è pronta ad attivare il Gruppo di coordinamento dell’energia elettrica se la crisi legata al livello del Danubio dovesse aggravarsi. Lo ha dichiarato il 4 agosto la portavoce dell’esecutivo comunitario per le questioni energetiche, Anna-Kaisa Itkonen, spiegando che “finora non c’è stata necessità di convocare il Gruppo di coordinamento dell’energia elettrica, ma siamo pronti a convocarlo” qualora la situazione lo richieda.

Itkonen ha respinto le letture che collegano la crisi a una fragilità strutturale del nucleare, sottolineando che “non è il caso di dire che l’energia nucleare è inaffidabile e insicura”. Quanto si sta verificando con i livelli record del Danubio, ha aggiunto la portavoce, è “clima estremo che ha effetti sulla capacità” di produzione elettrica, in particolare nucleare. La Commissione ha detto di seguire “la situazione in atto in Ungheria, Romania e Bulgaria” e ha assicurato che “al momento non vediamo problemi di forniture” a livello europeo, ricordando che l’Unione dispone comunque di meccanismi per rispondere a eventuali interruzioni.

Il Gruppo di coordinamento dell’energia elettrica è l’organismo di esperti della Commissione che facilita le discussioni strategiche su politica elettrica, sicurezza dell’approvvigionamento e attuazione del mercato interno. Si riunisce con flessibilità per affrontare sfide transfrontaliere emergenti, questioni di stabilità della rete e situazioni di crisi negli Stati membri. Secondo Itkonen l’esecutivo comunitario è già attivo sul dossier, pur non avendo ancora convocato formalmente il gruppo.

Ungheria, evitato per un soffio lo stop totale di Paks

La dichiarazione della Commissione arriva dopo giorni di forte tensione sull’unico impianto nucleare ungherese, quello di Paks, che normalmente copre oltre il 40% della produzione elettrica nazionale. Il primo ministro Péter Magyar aveva avvertito che erano in arrivo “i cinque giorni più critici”, con il rischio concreto di un arresto totale della centrale per la prima volta in 44 anni di attività, a causa del livello del Danubio insufficiente al raffreddamento dei reattori.

Nella notte tra il 3 e il 4 agosto l’impianto è arrivato, secondo Magyar, a “pochi millimetri” dallo spegnimento completo dell’ultima turbina rimasta attiva, prima che il calo del fiume si arrestasse e il livello risalisse di circa 1,5 centimetri, permettendo a Paks di continuare a operare. La centrale, che in condizioni normali produce circa 2.000 megawatt, lavora ora a circa 240 megawatt, poco più del 10% della capacità ordinaria. Il governo ungherese continua a chiedere a cittadini e imprese di ridurre i consumi, in particolare nella fascia oraria di picco tra le 17 e le 22, e non esclude nuovi stop se il livello del fiume tornasse a scendere.

Danubio in secca, la Romania fa esplodere una roccia per salvare il reattore di Cernavoda

Il precedente di Cernavoda in Romania

La crisi ungherese si somma a quella già in corso in Romania, dove la siccità sul Danubio ha costretto Nuclearelectrica a fermare un reattore della centrale di Cernavoda e dove la Marina militare rumena ha fatto ricorso a esplosioni controllate per deviare più acqua verso l’impianto e prolungare l’operatività del secondo reattore. Anche la Francia ha registrato riduzioni della produzione nucleare per il surriscaldamento dei bacini fluviali nel corso dell’estate.

La situazione lungo il Danubio, sottolinea la Commissione, resta sotto stretta osservazione: pur senza criticità immediate per le forniture a livello Ue, la concomitanza di più impianti nucleari sotto pressione nello stesso bacino idrografico rappresenta secondo Bruxelles un caso di scuola degli effetti del clima estremo sulla sicurezza energetica del continente.

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