C’era grande attesa a Bruxelles per il primo Consiglio europeo del primo ministro ungherese Peter Magyar. Il vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione europea è stato letto da molte capitali non solo come un banco di prova per la nuova leadership di Budapest, che segna una discontinuità rispetto alla stagione di Viktor Orbán, ma anche come un possibile punto di svolta nei rapporti tra l’Unione europea e l’Ucraina sul delicato dossier dell’allargamento.
Il predecessore di Magyar è stato infatti tra i principali protagonisti dei ritardi su diverse decisioni europee, dalle sanzioni contro la Russia al sostegno politico e finanziario all’Ucraina, facendo più volte ricorso al diritto di veto in cambio di concessioni su dossier nazionali o per la sola volontà di esercitare pressione su Bruxelles. La nuova leadership ungherese ha corretto in parte la rotta, ma sul fronte dell’allargamento non era ancora chiaro quale posizione avrebbe adottato.
Per Ucraina e Moldavia, l’Unione europea ha aperto nei giorni scorsi il primo dei sei cluster negoziali necessari per avanzare nel percorso di adesione, quello relativo ai diritti fondamentali. L’aspettativa diffusa era che gli altri cinque potessero essere avviati entro l’estate, in linea con un approccio basato sul merito e con una spinta politica sostenuta soprattutto da Kyiv e da diversi Stati membri dell’Est.
Come alcuni osservatori avevano ipotizzato, proprio su questo punto si è registrata la prima frizione politica del nuovo ciclo ungherese. La bozza delle conclusioni del Consiglio europeo prevedeva infatti un riferimento esplicito all’apertura “il prima possibile” dei cluster rimanenti. Nel testo finale, tale formulazione è stata rimossa. Secondo diverse fonti diplomatiche, la modifica sarebbe arrivata su impulso diretto di Magyar.
Il primo ministro ungherese avrebbe chiesto di evitare qualsiasi linguaggio percepito come un’accelerazione automatica del processo di adesione ucraino. Una posizione che, pur nei toni meno conflittuali rispetto al passato, mantiene una linea di sostanziale cautela.
Magyar ha rivendicato tra le righe l’intervento, presentando la correzione come un esempio di approccio pragmatico, con meno conflitto e più compromesso a livello europeo. Dietro tale spiegazione potrebbe tuttavia celarsi il segnale che Budapest non intenda rinunciare a un ruolo di filtro politico sul percorso di allargamento a Est. Una prospettiva che desta preoccupazione nelle istituzioni europee, soprattutto dopo l’accelerazione impressa alla politica di allargamento a seguito dell’invasione russa in Ucraina.
La posizione ungherese sull’adesione di Kyiv non è nuova, ma affonda le radici in una lunga stagione di tensioni bilaterali tra Ungheria e Ucraina. Negli ultimi anni, i rapporti si sono deteriorati su più livelli, dalle dispute sui diritti della minoranza ungherese nella regione della Transcarpazia alle divergenze sulla politica energetica e sulla gestione delle sanzioni contro la Russia.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha partecipato ai lavori del vertice con l’obiettivo dichiarato di ottenere segnali più forti sul sostegno politico all’ingresso nell’Unione. Il risultato finale appare però come un compromesso al ribasso, anche alla luce della rimozione di riferimenti temporali espliciti nell’avanzamento dei negoziati.
Zelensky ha comunque ribadito la fiducia nei partner europei, sottolineando che “tutti i cluster saranno aperti” e che l’Ucraina “non si fermerà”. Dietro le dichiarazioni di facciata, resta comunque evidente che il percorso verso l’adesione continui a essere profondamente politico oltre che tecnico.

