Nelle repliche alle Camere in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto che le provocazioni russe servono a Mosca per “distogliere l’attenzione sull’andamento del conflitto” e che il nuovo nemico di Putin “potrebbe essere l’Europa”. Alla Camera ha poi difeso la risoluzione della maggioranza che impegna il governo a sostenere una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche in Ucraina, chiedendo conto alle opposizioni dell’uscita dall’Aula al momento del voto in Senato.
Il Consiglio europeo si aprirà con il confronto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e affronterà, tra gli altri temi, il Quadro finanziario pluriennale, la competitività e l’escalation degli attacchi ibridi russi.
Replicando in Senato a Carlo Calenda sul rischio di un attacco russo, Meloni ha detto di vedere “il moltiplicarsi delle provocazioni”, ma di considerarle tali. Ha spiegato che “se qualcuno provoca è per avere una reazione” e che, a suo giudizio, “Putin provoca l’Europa perché deve distogliere l’attenzione sull’andamento del conflitto e cerca un nuovo nemico, e quel nemico potrebbe essere l’Europa”. Ha premesso “posso sbagliare”.
La conclusione è stata un invito alla prudenza: “Noi dobbiamo stare in allerta, monitorare, fare tutto quello che stiamo facendo, però io non posso dare a Putin questo vantaggio, dobbiamo dimostrare sangue freddo”. Ha ribadito che la posizione dell’Italia “non cambia”, con “sostegno a Kiev e pressing nei confronti di Mosca”.
Calenda aveva chiesto alla premier di incontrare i segretari dei partiti di opposizione per informarli sulla reale consistenza delle minacce. Meloni ha risposto di non essere contraria, ma di non voler entrare in una dinamica “già abbastanza complessa”, lasciando all’opposizione il compito di “comporre una posizione” con cui dice di essere pronta a confrontarsi.
La tregua energetica e le risoluzioni
Il Senato ha approvato la prima risoluzione della maggioranza con 104 voti favorevoli, 61 contrari e 4 astenuti. La seconda, che impegna il governo a spingere per una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, è passata con 108 sì, un contrario e due astenuti, dopo che quasi tutte le opposizioni hanno lasciato l’Aula. Le opposizioni ritengono irregolare che la stessa maggioranza presenti due risoluzioni su temi molto vicini. Francesco Boccia (Pd) ne aveva chiesto l’inammissibilità, richiesta respinta dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Il primo firmatario Maurizio Gasparri (Forza Italia) ha sostenuto che il testo completa la mozione principale.
Alla Camera Meloni ha detto: “Abbiamo presentato una risoluzione che chiede di sostenere una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Il campo largo ha abbandonato l’Aula per non partecipare alla votazione. Perché?”. E ha aggiunto: “Forse non siamo liberi di sostenere lo stop agli attacchi russi contro l’Ucraina?”.
Nelle comunicazioni del mattino la tregua sulle centrali era stata indicata come obiettivo che l’Italia sostiene. Meloni aveva ringraziato Zelensky per la disponibilità immediata di Kyiv e aveva detto di aspettarsi che la Russia faccia altrettanto.
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L’intesa Trump-Putin sul gasolio e le posizioni nella maggioranza
Sulla valutazione dell’intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump, definita da Meloni “una scelta molto rischiosa”, non c’è piena convergenza nella coalizione. Il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo ha detto in dichiarazione di voto che gli Stati Uniti “hanno fatto intendere che stanno già pensando al dopo-guerra” e che “forse siamo noi, come Unione europea, che siamo indietro”, aggiungendo che “ogni mese di guerra in più è un mese di energia più cara”. Futuro Nazionale ha organizzato un flash mob davanti a Montecitorio chiedendo un accordo con la Russia sui carburanti.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha invece ridimensionato la portata dell’accordo nel question time alla Camera: le prime 300mila tonnellate equivalgono a circa 14 ore di consumo americano di gasolio, “nulla che possa cambiare il mercato”. Ha ricordato che il prezzo del gasolio negli Stati Uniti è passato da 3,72 a 6,28 dollari al gallone dopo la guerra in Medio Oriente.
Il mandato europeo ai negoziati nel dibattito
Nelle comunicazioni Meloni aveva chiesto che i Ventisette potessero individuare una figura con il mandato di tutti per rappresentare l’Europa al tavolo negoziale e che, in alternativa, il formato E3 di Francia, Germania e Regno Unito potesse agire a nome di tutti. In merito, il capogruppo M5s al Senato Luca Pirondini ha parlato di “resa della diplomazia italiana”, sostenendo che la premier ha ammesso che il governo conta poco.
Alla Camera Peppe Provenzano (Pd) ha detto che in Europa il governo “fa le domande sbagliate, le battaglie sbagliate con gli alleati sbagliati”, definendolo “di trumpisti minori”. Il senatore Matteo Renzi ha accusato Meloni di incoerenza sull’Europa: quando una cosa va bene a Bruxelles la rivendica, quando c’è un problema la responsabilità è altrui.
Bilancio pluriennale, flessibilità e manovra
Piero De Luca (Pd) ha collegato il dibattito al negoziato sul bilancio pluriennale: la proposta della presidenza irlandese, che taglia l’8% rispetto alla Commissione, è per il Pd “irricevibile”. “Meloni ha l’occasione su questo tema per dire No”, ha detto, chiedendo di difendere “il nostro comparto agricolo” e il Sud. Nelle comunicazioni la presidente del Consiglio aveva già affermato che l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni PAC, pesca e coesione.
Sulle regole fiscali, Mara Carfagna (Noi Moderati) ha sostenuto che le vecchie regole non tutelano più famiglie e ceto medio e si è detta fiduciosa che l’Ue ascolti l’Italia anche questa volta. Vannacci ha giudicato la flessibilità già ottenuta, circa 29 miliardi nel biennio 2027-2028, non rispondente alle necessità degli italiani, e ha definito “un piccolo passo in avanti” l’ulteriore flessibilità richiesta, di circa 4 miliardi.
Sulla manovra, interpellata da Luigi Marattin sul taglio dell’Irpef, Meloni ha detto che “molto dipende dalle risorse di cui potremo disporre”. La diretta ricorda che il governo ha varato ieri il Documento programmatico di bilancio e che la legge di bilancio non sarà quasi certamente presentata entro il 20 ottobre, perché serve più tempo per trattare con l’Europa.
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Difesa europea e sostegno a Kyiv
Il dibattito sulla difesa ha riguardato anche la dimensione europea. Isabella De Monte (Forza Italia) ha chiesto di accelerare sulla difesa comune dopo le violazioni dello spazio aereo, mentre Futuro Nazionale ha presentato una risoluzione che impegna il governo a contrastare l’accelerazione delle iniziative europee in materia di difesa, compresa la cosiddetta “Schengen militare”. Riccardo Ricciardi (M5s) ha chiesto di “fermare le armi in Ucraina e bloccare il riarmo europeo”, mentre +Europa ha proposto nella sua risoluzione un sostegno continuativo a Kyiv e il rafforzamento del percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione.
A Laura Ravetto (Futuro Nazionale), che aveva chiesto di smettere di firmare “assegni in bianco a Kyiv”, Meloni ha risposto che “quello che stiamo facendo sull’Ucraina è quello che c’è scritto nel nostro programma, programma che avete firmato anche voi”. Ettore Rosato (Azione) ha invece chiesto un decreto che stabilisca cosa l’Italia invia agli ucraini, indicando come motivo di preoccupazione l’assenza di un atto di questo tipo.
Il continuo rifiuto di uno stop al diritto di veto e di una maggiore integrazione europea
l superamento del diritto di veto e la necessità di una maggiore integrazione europea sono stati tra i temi più contestati dalle opposizioni alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel corso del dibattito parlamentare in vista del Consiglio europeo. Al Senato, Graziano Delrio (PD) ha chiesto come sia possibile costruire una politica estera europea efficace, anche nelle crisi in Libano e Iran, senza superare il principio dell’unanimità. Sulla stessa linea Alessandro Alfieri (PD): “Non c’è una politica estera e di difesa comune. Basta veti, basta decidere all’unanimità”. Alla Camera, Piero De Luca (PD) ha denunciato che “il veto non è più una garanzia, è una paralisi della democrazia europea”, mentre Marianna Madia (Italia Viva) ha accusato il governo di difendere un meccanismo che impedisce all’Unione di agire, ricordando anche la mancata adesione italiana all’iniziativa di undici Paesi favorevoli al superamento dell’unanimità.
Le critiche si sono estese anche all’assenza di iniziative per una maggiore integrazione economica ed energetica. Delrio ha richiamato i vantaggi di una rete energetica europea interconnessa, del mercato unico dei capitali e della ratifica della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES), chiedendo se la mancata ratifica italiana non indebolisca il processo di integrazione. Francesco Boccia (PD) ha accusato il governo di non avere “nessuna strategia sull’energia: nulla sulle reti, nulla sugli acquisti comuni, nulla sull’Unione europea per l’energia”. Alla Camera, Riccardo Magi (+Europa) ha chiesto esplicitamente a Meloni se fosse favorevole a un’Unione europea dell’energia con reti integrate, acquisti comuni e riserve strategiche, oltre che a un bilancio europeo più ambizioso e al completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali. Sul sistema ETS, Piero De Luca ha sostenuto la necessità di modificarlo senza smantellarlo, mentre Angelo Bonelli (AVS) e Giuseppe Provenzano (PD) hanno contestato al governo di non aver destinato adeguatamente i proventi del sistema alla transizione energetica e alla riduzione dei costi dell’energia.
La replica di Meloni sul futuro istituzionale dell’Unione è stata però un netto rifiuto della prospettiva federalista e dell’abolizione dell’unanimità. “Non sono d’accordo sul tema del superamento dell’unanimità e credo che l’Europa debba essere inclusiva e non impositiva”, ha dichiarato la presidente del Consiglio, sostenendo l’esistenza di strumenti più efficaci per conciliare capacità decisionale e coinvolgimento degli Stati membri. Meloni ha nuovamente rivendicato un “modello confederale piuttosto che federale”, affermando che l’Unione dovrebbe concentrarsi sulle grandi questioni che i singoli Stati non possono affrontare autonomamente, anziché ampliare continuamente le proprie competenze. “Un’Europa che faccia meno perché non è vero che se fa di meno fa peggio, io penso che sia esattamente il contrario”, ha spiegato. Come alternativa al superamento del veto, la premier ha indicato la cooperazione rafforzata, che permette a gruppi di Stati membri di procedere verso una maggiore integrazione senza coinvolgere necessariamente tutti i Paesi dell’Unione, definendola uno strumento finora non adeguatamente utilizzato e potenzialmente più efficace delle modifiche proposte dalle opposizioni.

