Alla serie di posizioni critiche contro la “negotiating box” sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034, presentata dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea, si aggiunge quella di sei Regioni italiane che, insieme a eurodeputati e rappresentanti del Comitato europeo delle Regioni, hanno ribadito la propria opposizione a un bilancio di lungo periodo che riduca le risorse destinate alla coesione, indebolisca l’agricoltura e ridimensioni il ruolo delle amministrazioni territoriali nella gestione dei finanziamenti europei.

La presa di posizione arriva mentre i capi di Stato e di governo dell’UE sono impegnati nel confronto sul prossimo bilancio europeo, sul quale permangono profonde divisioni tra i Paesi che chiedono un contenimento della spesa e quelli favorevoli a preservare le risorse per le politiche tradizionali dell’Unione. Il compromesso presentato dalla presidenza irlandese prevede una riduzione complessiva di circa l’8% rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea, con tagli che interessano diversi capitoli di spesa, sebbene agricoltura e coesione risultino relativamente più tutelate rispetto ad altri settori.

“Non accetteremo un bilancio che taglia la coesione, indebolisce l’agricoltura e cancella il ruolo delle Regioni e delle città”, si legge in un documento  presentato al Parlamento europeo con il titolo “Un’Europa dei territori, non un’Europa dei tagli“, firmato dai capidelegazione del Pd e del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, Nicola Zingaretti e Pasquale Tridico, dal presidente del gruppo del Partito socialista europeo (PES) al Comitato europeo delle Regioni, Luca Menesini, e dai presidenti di sei Regioni italiane: Stefania Proietti per l’Umbria, Alessandra Todde per la Sardegna, Michele de Pascale per l’Emilia-Romagna, Eugenio Giani per la Toscana, Antonio Decaro per la Puglia e Roberto Fico per la Campania.

La contestazione riguarda non soltanto la consistenza delle risorse finanziarie, ma anche l’architettura del futuro bilancio europeo. Al centro delle preoccupazioni c’è il rischio che la nuova organizzazione dei fondi finisca per trasferire ai governi nazionali una parte significativa delle competenze attualmente esercitate dalle amministrazioni regionali, riducendo l’autonomia dei territori nella programmazione degli investimenti.

Regioni in trincea per il nuovo bilancio dell’Unione: “Non sacrificare la coesione”

La proposta della Commissione prevede infatti l’introduzione dei Piani di partenariato nazionali e regionali (NRPP), attraverso i quali verrebbero riuniti in un unico quadro nazionale diversi programmi di finanziamento, dalla coesione all’agricoltura, fino alla pesca e ad alcune politiche sociali e di sicurezza. Bruxelles sostiene che questa struttura consentirebbe una gestione più semplice e flessibile delle risorse, ma le amministrazioni territoriali temono che possa rafforzare il controllo dei governi centrali sulla distribuzione dei finanziamenti.

Una preoccupazione condivisa anche dal Comitato europeo delle Regioni, che nei mesi scorsi ha chiesto di mantenere la gestione condivisa dei fondi e di garantire un coinvolgimento effettivo delle autorità regionali nella preparazione, nell’attuazione e nel monitoraggio dei nuovi piani. In una risoluzione approvata nel 2025, l’organismo consultivo dell’UE aveva già avvertito che affidare queste decisioni esclusivamente ai governi nazionali avrebbe indebolito il principio di sussidiarietà e il sistema di governance multilivello su cui si fonda la politica di coesione. È in questo contesto che si inseriscono le richieste avanzate dai firmatari del documento, che rivendicano un bilancio europeo “non meno ambizioso di quello richiesto dal Parlamento europeo”, “una politica di coesione con dotazione stabile e protetta”, “un fondo per la competitività che non diventi un acceleratore di divari” e “una politica agricola europea autonoma”.

La richiesta di salvaguardare la coesione nasce anche dal timore che le nuove priorità dell’Unione, a partire dalla difesa e dalla competitività industriale, possano sottrarre risorse agli investimenti destinati a ridurre le disparità economiche e sociali tra le diverse aree europee. Secondo i firmatari, il rafforzamento dell’economia europea non dovrebbe avvenire a discapito dei territori più fragili, che rischierebbero di beneficiare in misura minore dei nuovi programmi di investimento.

Un altro punto centrale riguarda la capacità dell’Unione di intervenire in caso di emergenze. Eurodeputati e presidenti regionali chiedono l’istituzione di una riserva di solidarietà per le catastrofi naturali di “almeno 4 miliardi l’anno”, con l’obiettivo di assicurare risorse adeguate e prevedibili ai territori colpiti da alluvioni, terremoti e altri eventi estremi.

Alla richiesta finanziaria si accompagna quella di una clausola di sussidiarietà che consenta di “respingere piani nazionali in caso ignorino le competenze regionali”. La proposta punta a introdurre una garanzia concreta contro il rischio che i governi possano definire unilateralmente le priorità di spesa, senza un adeguato coinvolgimento delle autorità territoriali.

Il tema era già stato affrontato dal Comitato europeo delle Regioni, che a maggio aveva chiesto espressamente di respingere i piani nazionali elaborati senza la partecipazione delle Regioni e di assicurare che la politica di coesione continui a sostenere tutti i territori europei, non soltanto quelli meno sviluppati.

Durante la presentazione, Menesini ha ribadito la contrarietà alla direzione assunta dal negoziato europeo, avvertendo che “se continua questa proposta il nostro voto sarà contrario”.

Il presidente del gruppo PES al Comitato europeo delle Regioni ha inoltre collegato la discussione sul bilancio comunitario al confronto politico italiano sull’autonomia differenziata, criticando il via libera del Consiglio dei ministri alle intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Una scelta che, secondo Menesini, sarebbe “complice dell’esclusione delle regioni nella gestione dei fondi europei”.

“Siamo di fronte a un attentato alla solidarietà dell’Italia e un accentramento rispetto alla programmazione Ue dei fondi”, ha aggiunto, denunciando il rischio di una progressiva concentrazione delle decisioni finanziarie a livello nazionale.

[a cura di Simone Cantarini]

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