Tre anni dopo lo scoppio della guerra civile in Sudan, il 15 aprile 2023, l’Unione europea ha lanciato un forte richiamo sul costo umano di un conflitto ormai in gran parte scomparso dai titoli dei media globali.
In una dichiarazione pubblicata il 21 aprile, l’alta rappresentante Kaja Kallas ha descritto i combattimenti tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF) – insieme alle milizie affiliate – come una forza devastante che continua a distruggere vite e a soffocare le aspirazioni democratiche nate dalla rivoluzione del 2018-2019.
L’Unione ha ribadito il proprio impegno per l’unità, la sovranità e l’integrità territoriale del Sudan, respingendo con fermezza qualsiasi iniziativa unilaterale volta a creare strutture di governance parallele che potrebbero portare alla divisione del Paese. Ha inoltre sottolineato l’urgenza di evitare che il conflitto degeneri in una guerra regionale su vasta scala.
Conferenza di Berlino e rinnovati appelli al cessate il fuoco
La dichiarazione arriva pochi giorni dopo la Conferenza sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026, che ha riunito attori internazionali per aumentare la pressione sulle parti in conflitto. Richiamando le conclusioni del Consiglio dello scorso ottobre, l’Unione ha rinnovato l’appello per un cessate il fuoco immediato e duraturo, esprimendo la propria disponibilità a sostenere qualsiasi iniziativa di pace credibile e unitaria – inclusa la possibile creazione di un meccanismo internazionale di monitoraggio. Ha inoltre invitato gli attori esterni a smettere di alimentare la guerra e ha sostenuto l’estensione del mandato della Corte penale internazionale (CPI) e dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite all’intero territorio sudanese, e non solo al Darfur.
Durante l’incontro di Berlino, i donatori internazionali hanno promesso 1,5 miliardi di euro di aiuti, di cui 812 milioni forniti dall’Unione e dai suoi Stati membri. L’Unione ha ribadito il proprio impegno nella risposta umanitaria, chiedendo al contempo un accesso senza ostacoli per gli aiuti in tutto il Sudan. Gli attacchi contro civili, strutture sanitarie, operatori umanitari e infrastrutture sono stati condannati come possibili crimini di guerra.
La dichiarazione ha inoltre evidenziato gravi e continue violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, tra cui l’uso sistematico della violenza sessuale e di genere legata al conflitto come arma di guerra. L’Unione ha espresso sostegno alla missione d’inchiesta delle Nazioni Unite e alla CPI, impegnandosi a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – comprese ulteriori sanzioni mirate contro l’economia di guerra – per promuovere responsabilità e pace.
Attori civili sudanesi, invitati dal Quintetto guidato dall’Unione africana (Unione africana, Nazioni Unite, Unione europea, Autorità intergovernativa per lo sviluppo e Lega degli Stati arabi), hanno utilizzato l’incontro di Berlino per lanciare un Appello congiunto per porre fine alla guerra e avviare un processo politico guidato dai sudanesi. L’Unione ha indicato in un processo civile indipendente e rappresentativo l’unica via per ripristinare la legittimità dello Stato sudanese.
Contesto: una lotta di potere dal costo umano catastrofico
La guerra è scoppiata nell’aprile 2023 come una violenta competizione per il controllo dello Stato e delle sue risorse tra il leader delle SAF, il generale Abdel Fattah al-Burhan, e il comandante delle RSF, Mohamed Hamdan Dagalo (Hemedti), le cui forze derivano dalle milizie Janjaweed, responsabili di atrocità in Darfur. Quella che era iniziata come una rivalità tra due fazioni militari si è trasformata in un conflitto che ha travolto gran parte del Paese, rendendo il Sudan – il terzo più grande dell’Africa per estensione e confinante con sette – teatro della più grande crisi umanitaria al mondo.
Secondo quanto riportato da EUAlive alla fine di marzo 2026, oltre 12 milioni di persone (una su cinque) sono state sfollate, mentre la carestia minaccia quasi due terzi dei 52 milioni di abitanti. Ospedali e mercati sono stati bombardati o saccheggiati, causando focolai di colera, dengue e malaria. Solo nel Kordofan, recenti attacchi con droni hanno ucciso oltre 500 civili nel marzo 2026, tra cui 64 in un attacco a un ospedale durante l’Eid al-Fitr. Entrambe le parti sono accusate di crimini di guerra, inclusi massacri etnici e stupri sistematici, mentre i convogli umanitari vengono regolarmente ostacolati.
La dimensione islamista: reti che prolungano il conflitto
Un fattore cruciale e spesso sottovalutato è la riemersione delle reti islamiste, in particolare della Fratellanza musulmana sudanese (nota anche come Movimento islamico sudanese). Queste forze sono riemerse dopo la rivolta popolare del 2019 e il colpo di Stato militare del 2021, operando attraverso la Brigata al-Baraa Bin Malik – un’ala armata con oltre 20.000 combattenti alleata delle SAF. La brigata riceve addestramento, droni e altri supporti dal Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) dell’Iran ed è stata collegata a esecuzioni di massa, persecuzioni etniche e tentativi di sabotare i negoziati di pace per preservare l’influenza islamista.
In uno sviluppo significativo, gli Stati Uniti hanno designato la Fratellanza musulmana sudanese come organizzazione terroristica globale appositamente designata il 9 marzo 2026, seguita una settimana dopo dall’inserimento nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere, citando la “violenza indiscriminata contro i civili” e i legami con l’Iran. L’Unione europea, tuttavia, si è finora limitata a sanzioni mirate contro 18 individui e otto entità, evitando una designazione terroristica più ampia che potrebbe complicare le operazioni umanitarie o le relazioni diplomatiche.
Il “silenzio vicino” dell’Europa e le prospettive
Nonostante la vicinanza geografica del Sudan all’Europa – i voli da Roma o Atene a Khartoum sono più brevi di molte rotte intra-UE – la crisi è rimasta una priorità secondaria, oscurata da altre emergenze globali. L’UE ha fornito consistenti finanziamenti umanitari e partecipa a forum di coordinamento, ma secondo i critici ciò non basta a esercitare la pressione diplomatica e antiterrorismo necessaria per sbloccare lo stallo.
La dichiarazione ha elogiato la resilienza della società civile sudanese, in particolare le Emergency Response Rooms e i gruppi di mutuo aiuto, sottolineando anche l’emergere di un processo politico guidato dai sudanesi. In questo contesto, l’Alleanza Sumud – una coalizione civile nata a metà 2025 sotto la guida dell’ex primo ministro Abdalla Hamdok – si è affermata come una voce credibile contro le soluzioni militari e l’influenza islamista, promuovendo un dialogo inclusivo nel quadro del Quintetto.
Come conclude la dichiarazione dell’Unione, è “ormai da troppo tempo” che questo conflitto devastante deve essere fermato. Con la conferenza di Berlino che segnala un rinnovato slancio internazionale e gli attori civili che presentano una roadmap credibile e guidata dai sudanesi, le prossime settimane diranno se alle parole seguiranno azioni concrete – tra cui l’estensione delle sanzioni, l’applicazione piena dell’embargo sulle armi e un sostegno deciso a un processo politico civile – prima che le conseguenze regionali della guerra, comprese le pressioni migratorie e la diffusione dell’estremismo nel Sahel e nel Mar Rosso, diventino impossibili da ignorare.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

