Il rischio recessione entra esplicitamente nel dibattito economico italiano. A evocarlo è il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che lega il futuro della crescita all’evoluzione della crisi energetica innescata dal conflitto in Iran. “Se la situazione continuerà così sul fronte dell’energia, temo che la recessione arriverà”, ha dichiarato, segnalando come lo scenario non sia più teorico ma sempre più concreto.

Le parole del titolare del Tesoro arrivano mentre i mercati energetici tornano sotto pressione: i futures europei del gas sono saliti di quasi il 9%, mentre il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile. A pesare è soprattutto il rischio di un blocco dello Stretto di Hormuz, snodo chiave per i flussi globali di greggio, che riporta al centro la vulnerabilità energetica europea.

Per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni, l’aumento dei prezzi dell’energia si traduce rapidamente in un effetto a catena sull’economia reale. Costi più elevati comprimono i margini delle imprese e riducono il potere d’acquisto delle famiglie, con ricadute su consumi, investimenti e occupazione.

Tecnicamente, la recessione si configura con due trimestri consecutivi di contrazione del Pil. Ma, nei fatti, il processo si manifesta prima: rallentamento della domanda interna, frenata della produzione industriale e indebolimento del mercato del lavoro. Dinamiche che iniziano a emergere in un contesto già segnato da crescita debole e inflazione persistente.

Il sistema energetico italiano resta particolarmente esposto. Circa metà della produzione elettrica dipende ancora dal gas, una quota superiore alla media europea, che amplifica l’impatto degli shock esterni.

La pressione su Bruxelles

È su questo sfondo che il governo guidato da Giorgia Meloni torna a chiedere maggiore flessibilità fiscale a Bruxelles. L’obiettivo è ottenere una sospensione del Patto di stabilità per creare spazio di bilancio e finanziare misure di sostegno a famiglie e imprese.

La richiesta ribadita settimana scorsa dalla premier Giorgia Meloni alla Camera, tuttavia, si scontra con un nodo politico e tecnico. Come ricordato dallo stesso Giorgetti, la Commissione europea è disposta ad aprire a deroghe solo in presenza di una crisi conclamata. Un paradosso per Roma: i margini di intervento si amplierebbero solo quando la recessione è già in atto.

Il tema si intreccia con un’altra pressione crescente sui conti pubblici, quella dell’aumento della spesa per la difesa richiesto dagli impegni Nato. Una combinazione che senza maggiore flessibilità rischia di comprimere ulteriormente lo spazio fiscale.

Divisioni interne e strategia incerta

All’interno della maggioranza emergono sensibilità diverse. Il vicepremier Matteo Salvini ha rilanciato lo scontro con Bruxelles sulle regole fiscali, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha richiamato la necessità di evitare un’escalation geopolitica. Più diretto il ministro delle Imprese Adolfo Urso, che collega apertamente la tenuta economica ai flussi energetici.

Nel breve periodo, l’esecutivo valuta misure emergenziali per contenere l’impatto dei rincari, mentre nel medio termine resta centrale la diversificazione delle forniture, lo sviluppo delle rinnovabili e l’efficienza energetica.

Il nodo crescita

Il quadro si complica guardando alle prospettive macroeconomiche. La crescita resta debole, mentre la spinta del Pnrr si avvia verso la fase finale. A fine aprile sono attesi i dati validati da Eurostat, che orienteranno le valutazioni della Commissione e le scelte del governo sul nuovo Documento di finanza pubblica.

Sul tavolo resta anche l’incognita di una possibile procedura per deficit eccessivo, che potrebbe limitare ulteriormente la capacità di manovra. In questo contesto, l’evoluzione della crisi energetica diventa il principale fattore di rischio.

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