Negli ultimi giorni il tema dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea è tornato con forza nel dibattito politico e mediatico. A rilanciarlo contribuiscono sia l’incertezza sull’evoluzione della guerra – con una Russia che appare sempre più debole nelle dichiarazioni, ma che continua a colpire massicciamente Kyiv e i principali centri urbani ucraini – sia l’avvicinarsi del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, il primo con Peter Magyar alla guida del governo ungherese.
Nonostante le aspettative di discontinuità rispetto al suo predecessore Viktor Orbán, autore della maggior parte dei veti nei confronti dell’Ucraina, Magyar pare avere scelto di mantenere alta la pressione su Kyiv sul tema dei diritti della minoranza ungherese nella regione della Transcarpazia. Il premier ha dichiarato che l’Ungheria potrebbe ostacolare l’apertura formale dei cluster negoziali per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea finché Budapest non riterrà soddisfatte le proprie richieste in materia linguistica e culturale.
Da parte di Kyiv, l’obiettivo è aprire tutti e sei i cluster negoziali – i grandi capitoli tematici che regolano il percorso di adesione all’Unione – già nel vertice di Bruxelles di giugno. La Commissione europea sta tentando una mediazione, anche alla luce delle condizioni eccezionali in cui si trova il Paese, i cui stessi confini restano oggi incerti a causa del conflitto. Con ogni probabilità, il cancelliere tedesco Friedrich Merz porterà al tavolo del Consiglio europeo la proposta dell’adesione graduale, che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha però fatto già sapere di non apprezzare.
Ma quali sono le richieste di Budapest? Secondo Magyar, la minoranza ungherese in Ucraina non gode pienamente dei diritti garantiti alle minoranze nazionali negli Stati membri dell’Unione europea. Sebbene il premier non abbia illustrato pubblicamente in dettaglio tutte le richieste del suo esecutivo, Budapest avrebbe riproposto gran parte degli undici punti già presentati a Kyiv nel gennaio 2024 sotto il precedente governo.
Il nodo principale riguarda il sistema educativo. L’Ungheria chiede il ripristino dello status formale delle scuole di minoranza in lingua ungherese, una maggiore libertà per le università nella scelta della lingua di insegnamento e la possibilità di sostenere esami standardizzati anche in ungherese.
Sul piano politico, Budapest punta inoltre ad ampliare le aree riconosciute come “tradizionalmente minoritarie”, nelle quali sarebbe consentito un utilizzo più ampio della lingua ungherese nei servizi pubblici e nell’istruzione. Tra i punti più controversi figura anche la richiesta di garantire una rappresentanza parlamentare specifica alla minoranza ungherese.
La minoranza ungherese dell’Ucraina è concentrata prevalentemente nell’oblast della Transcarpazia, regione occidentale confinante con Ungheria, Slovacchia e Romania. Sebbene nel censimento del 2001 circa 150mila cittadini si fossero dichiarati di etnia ungherese, oggi il loro numero sarebbe sceso a circa 70-80mila persone, anche a causa dell’emigrazione.
Le tensioni tra Budapest e Kyiv si sono intensificate nel 2017, quando l’Ucraina ha approvato una riforma dell’istruzione che introduceva l’ucraino come lingua principale per l’insegnamento delle materie fondamentali nelle scuole secondarie. La misura è stata giustificata dalle autorità ucraine con la necessità di rafforzare la coesione nazionale e contrastare gli effetti di decenni di russificazione. Due anni dopo, ulteriori attriti sono emersi con l’adozione della legge che rafforzava l’uso dell’ucraino nella pubblica amministrazione, nei media e in altri ambiti della vita pubblica.
Negli ultimi anni, tuttavia, l’Ucraina ha introdotto diverse modifiche alle normative linguistiche nell’ambito del processo di adesione. La Commissione europea ha accolto positivamente questi aggiustamenti, ritenendo che Kyiv abbia compiuto progressi significativi nella tutela delle minoranze nazionali.
Secondo numerosi osservatori, le dichiarazioni di Magyar appaiono quindi più severe della situazione reale sul terreno. Thomas Laffitte, ricercatore del Brussels Institute for Geopolitics, ha sottolineato come alcune affermazioni del premier ungherese sulle restrizioni linguistiche in Ucraina siano “inesatte o superate”. Anche Csilla Fedinec, ricercatrice del centro HUN-REN di Budapest, sostiene che molte delle critiche avanzate da Budapest siano “esagerate” e che la minoranza ungherese gode oggi in Ucraina di diritti garantiti in materia di lingua, istruzione e vita culturale.
Nonostante la continuità sul dossier della Transcarpazia, il nuovo governo ungherese sembra voler adottare un approccio differente rispetto all’era Orbán. Magyar ha infatti assunto toni più concilianti verso Bruxelles e ha apertamente condannato gli attacchi russi contro la regione occidentale ucraina, prendendo le distanze dalla tradizionale ambiguità del suo predecessore nei confronti di Mosca.
Lo stesso non si può dire per alcune forze politiche al governo in altri Paesi. In Italia, la Lega di Matteo Salvini – che poco si è spesa sul tema del conflitto, anche per via della spada di Damocle di un vecchio accordo con Russia Unita, il partito di Vladimir Putin – si è detta “assolutamente contraria a ogni ipotesi di adesione di Kyiv all’Unione europea”.
Nella nota del partito, appartenente al gruppo europeo Patrioti per l’Europa, si legge che: “oltre a non avere i requisiti necessari, che altri Paesi hanno o stanno per ottenere dopo anni di lavoro, l’Ucraina nell’Unione rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni”.
Non sarà però Salvini a sedere al tavolo del Consiglio europeo, bensì la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che ha invece speso frequentemente parole di apertura verso l’Ucraina e il suo presidente Zelensky. Meloni dovrà portare a Bruxelles una linea capace di mediare tra le diverse sensibilità della sua maggioranza, composta anche da Forza Italia, il cui leader Antonio Tajani ricopre il ruolo di ministro degli Esteri.
Proprio Tajani ha preso una posizione più diplomatica sul tema, dichiarando: “Noi siamo favorevoli all’avvio di un percorso che porti l’Ucraina all’interno dell’Unione europea, ma non dobbiamo dimenticare che ci sono altri Paesi candidati. Per noi la priorità sono i Balcani”.
Anche all’opposizione le posizioni sono differenti. L’appoggio più incondizionato all’adesione dell’Ucraina arriva dai centristi di Più Europa e Azione, entrambi parte della famiglia di Renew Europe, solido ma più timido è quello del Partito Democratico. Per il Movimento 5 Stelle, parte di The Left, la storia è diversa.
Il presidente del partito Giuseppe Conte ha affermato come non ci siano le condizioni per un ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, proponendo eventualmente l’applicazione “con molta attenzione” di uno status di partenariato privilegiato.
Il pentastellato ha inoltre richiamato l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, che prevede il principio di mutua assistenza tra gli Stati membri, sostenendo che un eventuale ingresso di Kyiv potrebbe trascinare l’Europa in un conflitto diretto con la Russia. Su quest’ultimo punto, tuttavia, gioca in sfavore di Conte il fatto che la clausola non sia stata invocata recentemente nemmeno dopo episodi che hanno coinvolto direttamente Stati già membri dell’Unione: Cipro, colpita da un drone iraniano, e Romania, raggiunta proprio nelle prime ore di oggi da un drone russo.

