La guerra in corso ormai da quasi un mese nella regione del Golfo seguita agli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele lo scorso 28 febbraio sta avendo effetti che vanno ben oltre la sola crisi di prodotti energetici. Il conflitto ha infatti creato un collo di bottiglia fisico, interrompendo parte dell’approvvigionamento di petrolio e gas a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz.

Le interruzioni del traffico di petroliere hanno costretto i produttori del Golfo a ridurre la produzione, avendo esaurito la capacità di stoccaggio. Inoltre, gli attacchi iraniani contro le infrastrutture del gas e del petrolio hanno provocato danni e la chiusura precauzionale di molti impianti. Questi attacchi alle infrastrutture hanno amplificato l’incertezza, aumentando i premi di rischio e sottraendo parte della capacità produttiva al mercato con conseguenze a cascata su tutti i settori produttivi, soprattutto quelli più energivori.

L’escalation con l’Iran paralizza Hormuz: gas e petrolio in forte risalita, Europa di nuovo sotto pressione

Calano l’attività del settore manifatturiero e la fiducia dei consumatori

L’indice PMI composito della zona euro di S&P Global, un’indagine attentamente monitorata e pubblicata martedì, ha rilevato che l’attività complessiva del settore manifatturiero e dei servizi nell’area della moneta unica è diminuita da 51,9 a febbraio a 50,5 a marzo, avvicinando l’indice alla soglia dei 50 punti che separa la crescita dalla contrazione.

“L’indice PMI preliminare dell’Eurozona sta facendo scattare l’allarme stagflazione, poiché la guerra in Medio Oriente spinge i prezzi al rialzo e al contempo soffoca la crescita”, ha affermato Chris Williamson, capo economista aziendale di S&P Global Market Intelligence.

I dati – i più bassi degli ultimi 10 mesi – sono stati in gran parte determinati dal rallentamento dell’attività in Germania e Francia, le due maggiori economie dell’eurozona. La riduzione della crescita dei servizi ha fatto scendere l’indice composito tedesco da 53,2 a 51,9, mentre la diffusa debolezza in Francia ha portato il suo indice a contrarsi da 49,9 a 48,3.

Entrambi i paesi hanno anche registrato un forte aumento dei prezzi dei fattori produttivi, che gli analisti hanno attribuito all’impennata dei costi energetici e alle interruzioni della catena di approvvigionamento innescate dall’attacco israelo-americano all’Iran del mese scorso. Anche i prezzi di vendita sono aumentati, sebbene in misura meno marcata.

Secondo Williamson, l’impennata dei costi energetici e la decisione dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz, un punto di strozzatura commerciale vitale attraverso il quale transita il 20% delle forniture globali di petrolio e gas, hanno fatto sì che i costi delle aziende dell’eurozona aumentassero al ritmo più rapido degli ultimi tre anni.

Nel frattempo, i ritardi da parte dei fornitori hanno raggiunto i livelli più alti da poco dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022.

A calare è anche la fiducia dei consumatori, scesa bruscamente a marzo, toccando i livelli più bassi da oltre due anni e mezzo. Secondo la stima preliminare (“flash”) della Commissione europea, l’indice è calato di 3,4 punti nell’Ue e di 4 punti nell’Eurozona rispetto a febbraio, attestandosi rispettivamente a -15,2 e -16,3 punti.

Si tratta di un peggioramento significativo, che riporta l’indicatore ai livelli più bassi dall’ottobre 2023 e ben al di sotto della media di lungo periodo. Il dato segnala un deterioramento marcato del clima di fiducia tra le famiglie europee, in un contesto segnato da nuove tensioni geopolitiche e da pressioni economiche persistenti. A pesare sarebbe infatti la guerra in Iran e l’aumento dei prezzi energetici.

Andrew Kenningham, capo economista per l’Europa di Capital Economics, ha affermato in un’intervista a Reuters, che “il calo di marzo è uno dei più ampi mai registrati al di fuori della pandemia e della crisi ucraina”. In un contesto di prezzi energetici elevati, aggiunge, è probabile che la spesa delle famiglie diminuisca e che il Pil ristagni nei prossimi due trimestri.

Il dato sulla fiducia tende infatti a tradursi, nel tempo, in consumi più deboli. Non in modo immediato, ma attraverso un processo cumulativo: si riduce la spesa discrezionale, vengono rinviati gli acquisti più importanti e aumenta il risparmio precauzionale. Un meccanismo che rischia di consolidare una fase di rallentamento per l’economia europea nei mesi a venire.

Nelle ultime settimane, alti funzionari dell’UE, tra cui il commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis, hanno espresso timori di una stagflazione simile a quella che l’Europa ha vissuto in seguito ai due shock petroliferi degli anni ’70 – innescati dalla guerra arabo-israeliana del 1973 e dalla rivoluzione iraniana del 1979 – timori simili a quelli espressi nelle ultime settimane .

Anche il direttore generale dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) Fatih Birol, ha lanciato l’allarme affermato che i danni economici causati dalla guerra con l’Iran potrebbero essere gravi quanto l’impatto combinato degli shock petroliferi degli anni ’70 e della crisi energetica successiva all’invasione su vasta scala da parte della Russia. “Questa crisi, allo stato attuale, è come se fossero due crisi petrolifere e una del gas messe insieme”, ha affermato Birol lunedì.

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Il timore di una crisi del debito

Secondo quanto riferisce un’analisi pubblicata dal quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), la crisi sta alimentando anche i timori di una crisi del debito. In Germania, il rendimento dei titoli di Stato decennali, che lo Stato deve pagare ai propri creditori, è salito dal 2,66% di fine febbraio al 3,06% di lunedì mattina, con un aumento del 15%. Anche in altri Paesi europei e negli Stati Uniti i rendimenti obbligazionari sono saliti. In Paesi fortemente indebitati come l’Italia e la Francia, nelle ultime settimane i tassi di interesse sui titoli di Stato sono saliti in modo particolarmente rapido.

In Italia, lunedì lo spread tra BTP e Bund tedeschi ha raggiunto i 104 punti base, per poi ridiscendere a 88 punti base nella mattina di martedì 24 marzo, a seguito dell’annuncio fatto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di rimandare di cinque giorni l’ultimatum sulle infrastrutture energetiche e aprire alle trattative per arrivare alla fine del conflitto. I titoli francesi a dieci anni hanno invece raggiunto temporaneamente gli 80 punti base. Prima dell’inizio della guerra, gli spread di Italia e Francia erano a circa 60 punti.

Come osserva però la FAZ, l’incertezza permane. Secondo il portavoce per la politica di bilancio della CDU, Christiane Haase, “l’andamento negativo dei mercati finanziari non è una cosa da poco”, ma un “segnale d’allarme”.

Da parte sua, il ministero federale delle finanze guidato Lars Klingbeil (SPD) non vede finora motivi di preoccupazione. Il fatto che la spesa pubblica finanziata con prestiti, come il fondo speciale per le infrastrutture e l’offensiva della difesa, comporti il pagamento di interessi negli anni successivi, verrà preso in considerazione nell’ambito dei negoziati sul bilancio, ha affermato una portavoce. Per il prossimo piano finanziario verranno utilizzati i dati di mercato più aggiornati.

Come sottolineato sempre al quotidiano tedesco da Friedrich Heinemann del Centro per la ricerca economica europea le conseguenze di un rendimento superiore al tre per cento gravano sulla Stato federale su base annua, ma ancora con una cifra gestibile di 1,5 miliardi di euro, con una sostenibilità di breve periodo. “Tuttavia, l’aumento dei rendimenti è esplosivo”, ha avvertito Heinemann.

In passato, i titoli di Stato federali erano considerati un porto sicuro e in caso di guerre tendevano a beneficiare di guadagni di corso, cosicché i rendimenti calavano. Per l’economista, però, tutto ciò non vale più al momento, soprattutto a fronte di un aumento del debito pubblico tedesco a causa del fondo speciale e delle spese per la difesa finanziate dal debito.

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