Il vertice del Consiglio europeo di Bruxelles ha affrontato la questione ucraina attraverso uno scambio di opinioni con il presidente Volodymyr Zelensky e l’adozione di conclusioni sul sostegno all’Ucraina, approvate però solo da 25 Stati membri, escludendo Ungheria e Slovacchia.
Il veto del primo ministro ungherese Viktor Orbán rimane saldo, bloccando la piena attuazione del pacchetto di prestiti da 90 miliardi di euro (103 miliardi di dollari) per l’Ucraina, originariamente concordato all’unanimità nel dicembre 2025.
Il prestito, dettagliato nel documento del Consiglio europeo del 18 dicembre (EUCO 26/25), mira a finanziare la difesa, gli stipendi, le pensioni e la ripresa economica dell’Ucraina fino al 2026-2027 tramite prestiti UE garantiti dal bilancio (con un potenziale rimborso da future riparazioni di guerra russe). Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno ottenuto l’esenzione dal contributo diretto nell’ambito della cooperazione rafforzata.
Nel febbraio 2026 Orbán ha cambiato posizione, subordinando l’approvazione alla ripresa del transito di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba (“Amicizia”), danneggiato da un attacco russo nel gennaio 2026, che rifornisce Ungheria e Slovacchia attraverso l’Ucraina. Mentre l’Ucraina ha incolpato Mosca per il danno e ha citato i tempi di riparazione, l’Ungheria ha accusato Kiev di ostruzionismo deliberato.
Per superare la situazione di stallo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno offerto all’UE supporto tecnico e finanziamenti per le riparazioni poco prima del vertice. Zelensky ha accettato il 17 marzo, accogliendo con favore l’assistenza per accelerare le riparazioni ed esplorare alternative sostenibili – una mossa che molti hanno interpretato come una “via d’uscita” per Orbán. Tuttavia, Orbán si è presentato irremovibile, insistendo: “Aspettiamo il petrolio, il resto sono favole”, e ribadendo che “se non c’è petrolio, non ci sono soldi” per l’Ucraina.
Durante il vertice, i leader hanno avuto un colloquio con Zelensky (tramite collegamento video), nel quale quest’ultimo ha sottolineato l’urgenza del finanziamento, giunto al quinto anno di guerra, e ha respinto la controversia sull’oleodotto definendola un ricatto politico. I funzionari ucraini hanno ribadito che il prestito rappresenta un investimento contro l’aggressione russa.
Altri leader hanno criticato aspramente Orbán, accusandolo di aver sfruttato il diritto di veto a proprio vantaggio in vista delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile, dove Fidesz è in svantaggio rispetto al partito Tisza del leader dell’opposizione Péter Magyar. Il primo ministro finlandese Petteri Orpo ha definito la situazione “non positiva” e un tradimento dell’accordo di dicembre. Il primo ministro olandese Rob Jetten ha giudicato il veto “inaccettabile”, mentre altri hanno descritto le discussioni come tese e frustranti.
Non è stata adottata una dichiarazione congiunta completa da parte di tutti i 27 membri in merito al prestito o a questioni correlate (come il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, bloccato anche da Ungheria e Slovacchia). Sono state invece emanate delle conclusioni sul sostegno all’Ucraina senza l’approvazione di Orbán e probabilmente nemmeno della Slovacchia: una soluzione di ripiego ricorrente per superare gli ostacoli all’unanimità in materia di politica estera e bilancio. Ciò non rende pienamente operativo il prestito, poiché elementi chiave come la revisione del bilancio richiedono il consenso.
La frustrazione per la posizione di Orbán è cresciuta, e alcuni la definiscono una prova di fiducia e di capacità decisionale dell’UE. Oggi non si è registrata alcuna svolta sul veto, lasciando in sospeso il vitale flusso di finanziamenti per l’Ucraina.
Mentre il vertice prosegue, i leader si concentrano sull’escalation militare in Medio Oriente, in particolare sulla situazione che coinvolge l’Iran, e sulle sue dirette implicazioni per l’UE, tra cui l’impennata dei prezzi dell’energia, la sicurezza energetica e le più ampie ricadute geopolitiche. Le discussioni vertono anche sulle modalità per rafforzare la competitività strategica e la resilienza dell’UE nel contesto globale, basandosi sui precedenti incontri informali e promuovendo un’agenda “Un’Europa, un mercato” con misure e scadenze concrete. Altri temi principali includono la preparazione del prossimo bilancio a lungo termine dell’UE, il cosiddetto quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2028-2034, e il suo ruolo nel sostenere la competitività; le priorità europee in materia di sicurezza e difesa; e le sfide migratorie. Il vertice, che potrebbe protrarsi fino a venerdì, prevede anche una sessione a margine del Vertice dell’euro per esaminare l’economia dell’area euro e i progressi compiuti verso l’unione economica e monetaria.
Nessun piano B
Dopo il vertice europeo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha usato toni duri contro Budapest. Intervenendo in conferenza stampa, von der Leyen, senza citare direttamente Viktor Orbán, ha denunciato che un leader “non sta mantenendo la parola data”, aggiungendo che l’Unione europea “troverà una soluzione in un modo o nell’altro”.
Al suo fianco, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha ribadito una linea altrettanto netta, affermando che “Un accordo è un accordo” e che “nessuno può ricattare il Consiglio europeo”.
Il riferimento è alla scelta dell’Ungheria di subordinare il via libera al pacchetto alla riparazione dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo verso il Paese. Costa ha ricordato che Kyiv si è impegnata a intervenire per riparare le infrastrutture danneggiate, sottolineando però che quei danni sono il risultato degli attacchi russi e non una responsabilità ucraina.
La frustrazione dei leader europei è emersa con forza anche nelle parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il rifiuto ungherese di sostenere il prestito, nonostante l’intesa politica raggiunta già a dicembre, potrebbe avere “conseguenze che vanno ben oltre questo singolo episodio”, ha avvertito Merz parlando con i giornalisti al termine del summit. “Solleverò nuovamente la questione, al più tardi durante le discussioni sul bilancio”, ha aggiunto.
L’Unione europea si trova infatti nelle prime fasi del negoziato sul prossimo bilancio pluriennale 2028-2034, destinato a essere il più grande di sempre, con una dimensione vicina ai 2.000 miliardi di euro. Merz ha spiegato che gli altri leader sono “profondamente indignati” per il veto ungherese e ha avvertito che la questione sarà discussa “in modo molto approfondito durante il processo di bilancio e in tutto ciò che ne consegue”.
Sulla stessa linea si è collocato il presidente francese Emmanuel Macron, che ha escluso l’esistenza di una vera alternativa al prestito concordato a dicembre. “Non dobbiamo scendere a compromessi”, ha dichiarato, avvertendo che cedere in questa fase porterebbe a una situazione “senza precedenti” e finirebbe per svuotare di significato il metodo stesso dei negoziati tra capi di Stato e di governo. “Non c’è un piano B”, ha insistito Macron, pur lasciando intendere che la Commissione potrebbe portare avanti nel breve termine un lavoro tecnico per uscire dall’impasse.
Nelle ore precedenti, sia il premier belga Bart De Wever sia l’Alta rappresentante per gli Affari esteri Kaja Kallas avevano lasciato filtrare l’ipotesi di un percorso alternativo, senza però entrare nei dettagli. “Credo che ci sia un piano B, ma non penso sia saggio parlarne”, ha detto De Wever, lasciando intravedere che a Bruxelles si stiano comunque valutando opzioni per evitare che il veto ungherese paralizzi del tutto il sostegno europeo a Kyiv.
Molto diversa la posizione dell’Italia. Uscendo dal vertice, Giorgia Meloni ha respinto quelli che ha definito “resoconti bizzarri” sul veto di Viktor Orbán, sostenendo che la questione non sia irrisolvibile. “Ho sempre detto che la questione si può risolvere. Ma ciò richiede flessibilità da entrambe le parti”, ha affermato. La presidente del Consiglio ha indicato nella riparazione dell’oleodotto Druzhba il punto chiave per sbloccare l’intesa, sostenendo che una volta risolta quella questione si sbloccherebbe “automaticamente” anche il prestito da 90 miliardi di euro.
La prima parte di questo articolo è una traduzione di un’analisi pubblicata sul sito del nostro partner EuAlive.

