Al termine del vertice del Consiglio europeo, nelle prime ore di venerdì mattina, i leader dell’Unione europea hanno adottato delle conclusioni che danno formalmente il via alla cosiddetta agenda “Un’Europa, un mercato unico”, la loro risposta principale al calo di competitività globale dell’UE.

L’iniziativa, che si basa direttamente sul ritiro informale tenutosi ad Alden Biesen a febbraio, fissa scadenze ambiziose: la maggior parte delle misure dovrà essere attuata nel 2026 “ove possibile” e l’intero pacchetto completato entro la fine del 2027 al più tardi. Le azioni concrete includono la rimozione degli ostacoli rimanenti alle quattro libertà, l’introduzione di un “28° regime” facoltativo (soprannominato “EU Inc.”) che consentirà alle imprese di operare secondo un unico insieme di norme a livello europeo anziché 27 regimi nazionali, il lancio di pacchetti “omnibus” di semplificazione per ridurre la burocrazia, l’approfondimento dell’integrazione nei mercati dell’energia e delle telecomunicazioni, la promozione della mobilità del lavoro, la digitalizzazione della pubblica amministrazione, la promozione del rinnovamento industriale e dell’innovazione (in particolare intelligenza artificiale e calcolo quantistico), la riduzione delle dipendenze strategiche e la mobilitazione degli investimenti privati.

Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha salutato la decisione come la presentazione di una chiara tabella di marcia politica che gli stessi leader monitoreranno nei prossimi mesi. L’obiettivo dichiarato: rafforzare la competitività, accrescere l’autonomia strategica e salvaguardare il modello sociale europeo, rendendo al contempo la vita quotidiana più accessibile per i cittadini.

Eppure, anche dopo l’adozione delle conclusioni, l’evidente omissione era impossibile da ignorare. Con i prezzi dell’energia ancora alle stelle a seguito dell’escalation in Medio Oriente – il petrolio Brent ha brevemente superato i 119 dollari al barile – il documento offre solo modesti palliativi a breve termine.

I leader chiedono alla Commissione di presentare “senza indugio” una serie di misure mirate temporanee (tasse sull’elettricità e tariffe di rete più basse, aiuti di Stato limitati). Sul sistema di scambio di quote di emissione dell’UE (ETS), il testo è volutamente vago e non ha soddisfatto nessuna delle due parti.

La crisi energetica e il compromesso sull’ETS: i leader privi di una vera strategia

I Paesi a forte vocazione industriale (e diversi governi dell’Europa centrale e orientale) avevano chiesto una revisione più radicale: un intervento più incisivo nella Riserva di Stabilità del Mercato, l’estensione delle quote gratuite o persino la sospensione temporanea del Sistema di scambio di quote di emissioni (Emissions Trading Scheme, ETS). Le capitali più attente alle tematiche ambientali hanno insistito affinché il sistema ETS rimanesse inalterato nella sua struttura di base. Il testo definitivo si limita ad accelerare una revisione già pianificata e promette proposte per “stabilizzare” i prezzi del carbonio nel breve termine, preservando al contempo l’integrità del sistema. Nessun cambiamento strutturale, nessun sollievo immediato, nessun nuovo strumento audace.

Il bilancio a lungo termine dell’UE, noto come Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2028-2034, è stato inserito nell’agenda del vertice. Tuttavia, in questa fase non sono state concordate cifre indicative, limiti di spesa rivisti o elementi negoziali. I leader hanno invece ribadito l’obiettivo di raggiungere un accordo politico unanime in seno al Consiglio europeo entro la fine del 2026, per consentire una tempestiva adozione legislativa nel 2027 e un finanziamento ininterrotto a partire da gennaio 2028. Il QFP rimarrà un punto ricorrente all’ordine del giorno per tutto il 2026, con discussioni dedicate previste nelle future riunioni ordinarie e una sessione straordinaria del Consiglio europeo incentrata esclusivamente su di esso a novembre.

Il Parlamento europeo continua a spingere per un obiettivo più ambizioso (circa l’1,38% del RNL in alcune posizioni), mentre le posizioni degli Stati membri variano notevolmente in termini di priorità, flessibilità e contributi netti. Per ora, il vertice ha sostanzialmente rinviato le decisioni sostanziali, mantenendo i lavori preparatori in corso sotto l’attuale presidenza senza modificarne la tempistica o la portata.

In breve, nonostante mesi di avvertimenti e ripensamenti ad alto livello, i leader dell’UE hanno ancora una volta scelto l’approccio graduale anziché un’azione decisa. L’agenda “Un’Europa, un mercato unico” sembra più una lista dei desideri a lungo termine che una strategia di gestione della crisi in grado di garantire energia a prezzi accessibili e la sopravvivenza industriale nel 2026. Con i prossimi negoziati sul quadro finanziario pluriennale alle porte e le reali difficoltà economiche che già colpiscono fabbriche e famiglie, le conclusioni potrebbero aver fissato delle scadenze, ma non hanno fornito l’urgenza né gli strumenti necessari al momento.

Il vertice di Bruxelles sarà probabilmente ricordato per quello che molti sperano sia stato l’ultimo atto di Viktor Orbán: il suo ostinato veto che ha bloccato il pacchetto di aiuti da 90 miliardi di euro all’Ucraina.

(qui l’articolo originale pubblicato su EuAlive)

Traduzione a cura di Simone Cantarini.

, , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *