L’Europa continua a mantenere una posizione cauta rispetto a eventuali rischi imminenti per la sicurezza energetica nel continente, mentre prosegue senza sosta l’aumento dei prezzi di petrolio e gas a causa del sostanziale blocco dello Stretto di Hormuz legato alla guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Parlando durante il consueto briefing con i giornalisti a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione UE a Bruxelles, la portavoce per l’Energia dell’esecutivo comunitario, Anna-Kaisa Itkonen, ha assicurato che l’UE segue l’andamento dei “prezzi di mercato” delle materie prime energetiche “con una certa preoccupazione”, osservando però che al momento non vi sarebbero rischi per la “sicurezza energetica” dell’UE che, malgrado sia un importatore netto di commodities energetiche, ha un approvvigionamento “diversificato”, sostenuto da “riserve strategiche”.

I commenti della Commissione UE giungono mentre prosegue la lista dei Paesi del Golfo che sospendono le proprie operazioni di estrazione di idrocarburi sia a causa degli attacchi condotti dall’Iran in rappresaglia alle azioni di Stati Uniti e Israele che in seguito al blocco sostanziale delle esportazioni tramite lo Stretto di Hormuz.

Dopo il Kuwait e altri Paesi produttori, anche il colosso petrolifero saudita Aramco avrebbe iniziato a ridurre la produzione in due dei suoi giacimenti petroliferi, secondo quanto riportato da Reuters. Per il momento Aramco, che ha dirottato alcuni dei suoi carichi di greggio verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso.

In merito alla situazione in corso, il portavoce agli Affari Esteri della Commissione UE, Anouar el Anouni, ha sottolineato che la riapertura del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, resta ovviamente “una priorità”, osservando che Bruxelles, continuerà “a valutare come proteggere la sicurezza marittima” anche alla luce della presenza nell’area degli assetti navali delle operazioni europee militari Aspides ed Atalanta.

Venerdì, il prezzo di un barile di West Texas Intermediate (WTI), il riferimento statunitense, è balzato di oltre il 35,63 percento in una settimana, raggiungendo i 90,90 dollari. Tuttavia, domenica, all’apertura delle contrattazioni, il prezzo di riferimento del petrolio statunitense è balzato sopra i 100 dollari al barile un livello mai visto da quando la Russia ha lanciato l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Un barile di greggio Brent, il riferimento internazionale, si aggirava intorno ai 110 dollari. Anche il prezzo del gas è aumentato di circa il 40 percento nell’ultima settimana.

L’aumento dei prezzi del petrolio registrato la scorsa settimana ha innescato ricadute globali, minacciando un’impennata inflazionistica che potrebbe danneggiare in modo duraturo la crescita economica in tutto il mondo, come sottolineato oggi dalla direttrice del Fondo monetario internazionale (FMI), Kristalina Georgieva, parlando al simposio del ministero delle Finanze giapponese.

L’UE guarda a possibili alternative ai fornitori del Golfo

Itkonen conferma che l’UE sta guardando alle possibili alternative ai fornitori del Golfo, come l’Azerbaigian, dove si è subito recato il commissario all’Energia Dan Jorgensen, che sarà seguito dopodomani dal presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, anch’egli atteso a Baku. Da sottolineare che gli attacchi iraniani non hanno risparmiato il territorio azero, colpendo nei giorni scorsi quattro droni l’exclave Nakhchivan.

“Restiamo in stretto contatto con l’Azerbaigian, che è un importante fornitore dell’UE”, ha affermato la portavoce UE, sottolineando il ruolo strategico del corridoio del gas meridionale che trasporta il gas attraverso Georgia, Turchia, Grecia, Albania fino all’Italia tramite il TAP trasportando in media circa 10 miliardi di metri cubi l’anno. Inoltre, Itkonen ha ribadito che tutti i Paesi europei “dispongono di riserve strategiche di petrolio che consentono autonomia per “85-90 giorni”, compresi anche Ungheria e Slovacchia.

Itkonen ha inoltre precisato che, secondo le informazioni in possesso della Commissione, il rilascio di eventuali scorte da parte di Budapest e Bratislava “non era legato al conflitto in Medio Oriente”.

Lo scontro con Ungheria e Slovacchia

La situazione in Medio Oriente sta portando a un duro scontro Bruxelles e Ucraina con Ungheria e Slovacchia, con i due Paesi dell’Europa orientale che contestano la decisione dell’UE di interrompere le forniture petrolifere russe tramite l’oleodotto Druzhba che attraversa il territorio ucraino.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha invitato lunedì l’Unione europea a sospendere le sanzioni sull’energia russa e ha convocato una riunione d’emergenza del governo per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti, a sole cinque settimane da un’elezione cruciale.

“Il blocco del petrolio da parte dell’Ucraina e la guerra in Medio Oriente stanno facendo salire i prezzi. L’Europa deve guardare in faccia la realtà: dobbiamo rivedere e revocare tutte le sanzioni sull’energia russa”, ha scritto Orbán in un post su X.

Sul contenzioso specifico relativo al Druzhba, i portavoce della Commissione hanno sottolineato di non avere aggiornamenti ulteriori rispetto ai giorni precedenti, ma hanno confermato che proseguono “contatti intensi con la parte ucraina” e il lavoro con gli Stati membri interessati dalla vicenda.

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