La Commissione europea è passata venerdì dalle parole ai fatti, sospendendo l’esenzione dal visto per il personale diplomatico e per i funzionari pubblici georgiani. La decisione rientra nel quadro delle misure restrittive adottate da Bruxelles nei confronti di Tbilisi, accusata di allontanarsi sempre più dagli standard minimi richiesti per proseguire nel percorso di adesione all’Unione europea.
Sebbene la Georgia mantenga formalmente lo status di Paese candidato, il suo percorso di avvicinamento all’Europa comunitaria è stato sospeso unilateralmente dal governo georgiano dopo le ultime elezioni presidenziali. Il primo ministro Irak’li K’obakhidze ha infatti annunciato la decisione di congelare il dialogo con Bruxelles, accusando l’Unione europea di aver tentato di interferire nel processo democratico del Paese.
Secondo la narrazione sostenuta da Sogno Georgiano – il partito al potere che, in maniera tutt’altro che chiara, ha conquistato la maggioranza parlamentare e ha espresso l’attuale esecutivo – Bruxelles avrebbe cercato di imporre a Tbilisi la revisione o l’abrogazione di alcune leggi ritenute dal governo fondamentali per la sovranità nazionale. Tra queste figura la controversa normativa sui cosiddetti “agenti stranieri”, che impone a organizzazioni e associazioni finanziate dall’estero obblighi stringenti di registrazione e trasparenza, limitandone di fatto l’operatività sul territorio georgiano.
La Commissione europea ha più volte sottolineato come tali provvedimenti siano incompatibili con i principi di pluralismo, libertà di associazione e tutela della società civile che costituiscono il nucleo dell’ordinamento democratico europeo. Di fronte al mancato ripensamento da parte delle autorità georgiane, Bruxelles ha quindi iniziato ad adottare misure di pressione politica e diplomatica. Queste si sono intensificate negli ultimi mesi, parallelamente al progressivo deterioramento del clima politico interno nel Paese caucasico, segnato anche dalla dura repressione delle manifestazioni filoeuropee che da oltre un anno animano le strade di Tbilisi e delle principali città georgiane.
Già lo scorso dicembre l’esecutivo europeo aveva segnalato criticità significative nel funzionamento delle istituzioni democratiche georgiane e nella gestione della politica di circolazione delle persone. In quell’occasione Bruxelles aveva lasciato intendere la possibilità di sospendere il regime senza visti, introdotto all’inizio del 2025, per il personale democratico.
Con la decisione di venerdì, questa possibilità è diventata realtà. È la prima volta che l’Unione europea applica il meccanismo rafforzato che consente di sospendere l’esenzione dal visto per categorie di cittadini di Paesi terzi. L’attivazione è effettivamente possibile solo quando sia ritenuta necessaria per tutelare gli interessi dell’Unione o per rispondere a gravi regressi sul piano democratico.
La misura comporta che, perlomeno fino al 6 marzo 2027, ministri, diplomatici e altri funzionari governativi georgiani dovranno richiedere un visto per entrare nei Paesi dell’Unione europea e dell’area Schengen anche per missioni ufficiali. E non è detto che sia loro concesso.
“La decisione è una risposta alla violenta repressione contro manifestanti pacifici, oppositori politici e media indipendenti, iniziata in seguito all’annuncio delle autorità georgiane di non aprire i negoziati con l’Unione europea prima del 2028”, ha dichiarato la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen.
Nelle intenzioni di Bruxelles, la misura è calibrata per colpire direttamente i responsabili delle decisioni politiche che hanno determinato il deterioramento democratico del Paese, evitando al tempo stesso di penalizzare la popolazione georgiana. Per questo l’esenzione dal visto rimane in vigore per i cittadini comuni che continuano a poter accedere ai programmi europei di mobilità. Tra questi spicca il programma Erasmus, di cui negli ultimi dieci anni hanno beneficiato oltre tredicimila cittadini georgiani, contribuendo a rafforzare i legami culturali e accademici tra la Georgia e l’Unione.
Sul fronte interno georgiano, tuttavia, non si registrano segnali di ripensamento. La scorsa settimana è entrato in vigore un ulteriore irrigidimento della legge sugli “agenti stranieri”, annunciato da Irakli Kirtskhalia, presidente del gruppo parlamentare di Sogno Georgiano. Le nuove disposizioni introducono sanzioni più severe – sia pecuniarie sia detentive – nei confronti di individui e organizzazioni impegnati in attività di ricerca, giornalismo o associazionismo che ricevano finanziamenti dall’estero e che non rispettino gli obblighi previsti dalla normativa.
“Adottando questo pacchetto legislativo, le autorità georgiane continuano a ignorare i propri obblighi internazionali in materia di diritti umani e gli impegni assunti nell’ambito dell’Accordo di associazione, allontanandosi ulteriormente dall’obiettivo dell’adesione all’Unione europea sancito dalla stessa Costituzione georgiana”, ha detto la commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos. “In questo momento” – ha aggiunto – “dobbiamo constatare con profondo rammarico che la Georgia è un Paese candidato soltanto di nome”.

