Entro il 2050 si prevede che 216 milioni di persone si sposteranno all’interno di sei macro-regioni del mondo a causa del cambiamento climatico. Partendo da questa stima, Benedetta Cotta, docente dell’Università di Padova, ha ricostruito il rapporto tra crisi ambientale e mobilità umana durante l’incontro online del 3 novembre 2026, nell’ambito del ciclo di appuntamenti del progetto Jean Monnet “European Values and Migration (EUAMI)”. Hanno partecipato le due scuole italiane partner, il Canossa Campus e l’ISI Fermi di Mantova, e gli studenti hanno rivolto domande alla docente.

Cambiamento climatico e migrazioni sono strettamente interconnessi anche se, come sottolineato dalla Professoressa Cotta: “non è una relazione causale: non è detto che la presenza di fattori ambientali porti necessariamente alla migrazione”, tuttavia ha aggiunto che “in termini di comprensione la relazione si vede”. A pesare è anche la disuguaglianza, poiché le inondazioni colpiscono più spesso le aree più povere, e il cambiamento climatico “rende più forti le disuguaglianze, a livello globale ma anche all’interno di un territorio”. Per questo motivo la risposta non può restare nazionale ma “serve un approccio globale”.

Trovare una risposta al fenomeno non è semplice, e per Cotta la strada passa dalle politiche eco-sociali, che inseguono insieme obiettivi ambientali e sociali. Queste politiche si reggono su tre pilastri: integrare i due obiettivi già nella progettazione, garantire una transizione giusta che tenga conto di come costi e benefici si distribuiscono tra gruppi e territori, e coinvolgere comunità e cittadini. “È molto importante che chi subirà, tra virgolette, una politica possa partecipare alla sua definizione” ha sostenuto la docente.

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Il Green Deal e le promesse mancate

Dal 2019 l’Unione europea ha provato a muoversi in questa direzione con il Green Deal, il piano che aveva l’ambizione di dare una cornice a politiche prima frammentate, prevedendo fondi per la transizione ecologica rivolti a persone e territori vulnerabili. Oggi quel pacchetto normativo è stato drasticamente ridimensionato, anche a causa delle proteste degli agricoltori, e allo stesso tempo è andato incontro ad un processo di semplificazione con i pacchetti Omnibus varati in questa legislatura. La nuova parola d’ordine di Von der Leyen II è “competitività e industria”, non più ambiente e transizione. Secondo Cotta questo slittamento è stato dovuto alla perdita, nell’attuale commissione, di Frans Timmermans, l’ex Commissario che si era battuto per le politiche verdi nello scorso mandato.

“Sono scettica sul fatto che il Green Deal venga attuato così come era stato pensato: verrà rivisto e, secondo me, purtroppo al ribasso” ha commentato Cotta, osservando che nella proposta di bilancio pluriennale dell’Unione adesso in discussione a Bruxelles, non compaia alcuna voce sulle politiche verdi, si parla bensì di resilienza e non più di transizione.

Qual è l’impegno dell’Italia?

Gli studenti del Canossa, intervenendo nel dibattito hanno richiamato il rapporto Ipcc del 2023 e il probabile superamento del grado e mezzo di riscaldamento, ed hanno chiesto quale ruolo abbia l’Italia nella transizione climatica europea. Si sono domandati anche se il Mediterraneo, tra le aree più colpite, possa generare a sua volta migranti italiani. Per Cotta il Paese si muove a due velocità: “A livello nazionale non è una priorità, a livello locale e regionale ci sono molte azioni” alcune rese possibili dai fondi del Pnrr, come le due nuove linee del tram a Padova. Manca, secondo la docente, “una regia unica”, ma l’Italia non è ferma: “semplicemente non rende visibile il tema», e intanto attua regolamenti e direttive europee.” ha commentato Cotta.

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Al quadro ha contribuito la giornalista Sara Bertolli, che ha moderato l’incontro. La transizione ecologica, ha detto, non è oggi in cima all’agenda di nessuna delle tre istituzioni europee, come mostrano i pacchetti di semplificazione Omnibus. Con l’Omnibus I l’obbligo di rendicontazione di sostenibilità scende da circa 50mila imprese, quelle con almeno 250 dipendenti e 50 milioni di fatturato, a circa 7mila, quelle con più di mille dipendenti e più di 450 milioni, un chiaro segnale dell’indebolimento delle politiche sulla sostenibilità per le imprese. Il provvedimento è stato voluto soprattutto dai Patrioti per l’Europa, con l’appoggio di Conservatori, Popolari, le stesse forze che in questo momento sono al Governo in Italia. “Non sono opinioni: sono voti effettivi nel Parlamento europeo”, ha concluso Bertolli.

Il confronto si è svolto il 3 novembre durante l’evento online “Crisi climatica e mobilità umana, tra sfide globali e risposte locali”, organizzato nell’ambito del progetto Jean Monnet European Values and Migration (EUAMI), cofinanziato dall’Unione Europea e coordinato dall’Università di Padova. 

[Con il contributo di Giacomo Cellupica]

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