I prossimi due anni potrebbero essere decisivi per stabilire se la Slesia, regione polacca al confine con la Cechia, saprà sfruttare la trasformazione industriale europea per attrarre investimenti oppure se continuerà a perdere stabilimenti e posti di lavoro. In gioco non c’è soltanto il futuro dell’industria mineraria.

Nei prossimi anni la Slesia potrebbe avere bisogno di migliaia di lavoratori industriali aggiuntivi e, allo stesso tempo, trovarsi a dover ricollocare parte degli occupati in altri settori. Non c’è contraddizione. Sono due possibili volti della stessa trasformazione: da un lato lo sviluppo di un’industria moderna, dall’altro la perdita di competitività e il ridimensionamento dei settori tradizionali.

Secondo le analisi dell’Istituto per la Ricerca Strutturale, realizzate in collaborazione con l’Istituto per le Riforme, entro il 2031 la differenza tra lo scenario positivo e quello negativo per lo sviluppo industriale della Slesia potrebbe ammontare a circa 57.000 posti di lavoro. Non si tratta né del numero previsto di nuovi posti di lavoro né di una previsione di licenziamento di 57.000 persone. È la differenza tra due possibili traiettorie di sviluppo della regione.

“Entrambi i percorsi sono possibili e quello che si concretizzerà dipenderà, tra l’altro, dalla politica economica adottata e dalle azioni delle imprese polacche”, ha sottolineato Aleksander Śniegocki, presidente dell’Istituto per le Riforme, durante il briefing che ha preceduto la conferenza “Made in Poland: la Slesia nella corsa europea all’industria moderna”.

I risultati delle analisi rappresentano il punto di partenza per una discussione sulla strategia industriale nazionale. I loro autori e i rappresentanti del Patto per l’Industria Polacca sostengono che le decisioni relative al finanziamento degli investimenti, ai costi dell’energia, alle infrastrutture e allo sviluppo delle competenze debbano essere prese già ora.

In gioco ci sono infatti i nuovi strumenti europei di sostegno, il futuro bilancio dell’Unione europea e una concorrenza sempre più intensa per attrarre gli investimenti industriali.

La Slesia non può aspettare la fine della trasformazione

Industria e costruzioni rappresentano circa il 42% del valore aggiunto prodotto in Slesia. In questi settori lavorano circa 570.000 persone, mentre la regione concentra circa il 15% dell’industria e dell’edilizia polacche. Quest’ultima quota, tuttavia, è progressivamente diminuita.

Non è soltanto una storia legata al carbone. La Slesia dispone di una solida base produttiva che comprende, tra gli altri, la siderurgia, l’industria automobilistica, quella meccanica, elettromeccanica ed energetica. Proprio per questo, i cambiamenti nella politica industriale europea potrebbero avere qui un’importanza particolarmente rilevante.

“La trasformazione può essere analizzata attraverso indicatori nazionali, ma gli investimenti concreti e le trasformazioni degli stabilimenti industriali si concentrano nelle singole regioni”, ha osservato Śniegocki.

A suo giudizio, il futuro dell’industria non sarà determinato esclusivamente dagli indicatori nazionali di crescita o dalle dimensioni dei programmi pubblici. Sarà importante capire dove verranno costruite le nuove fabbriche, quali stabilimenti modernizzeranno la propria produzione e se i mercati del lavoro locali saranno in grado di fornire gli specialisti necessari.

Il rischio è che la chiusura delle miniere e la riduzione della produzione in altri settori colpiscano gli stessi territori. In una situazione simile, il problema non riguarderà soltanto il numero di posti di lavoro disponibili, ma anche la possibilità per le persone con determinate qualifiche di trovare una nuova occupazione.

Il paradosso del mercato del lavoro: mancheranno lavoratori, ma non ovunque

Nello scenario di rapido sviluppo dell’industria, all’economia della Slesia potrebbero mancare circa 72.000 lavoratori già nel 2031. Nel 2040 la carenza dovrebbe superare le 115.000 unità, il dato più elevato tra le tre regioni analizzate.

Nello scenario sfavorevole, invece, circa 21.000 persone dovranno lasciare l’industria entro il 2031 e cercare lavoro in altri settori. «Non si tratta di una previsione della disoccupazione, ma di un’analisi delle tensioni sul mercato del lavoro», ha precisato il presidente dell’Istituto per le Riforme.

Inoltre, la carenza di lavoratori nell’economia nel suo complesso non esclude problemi a livello locale. In una parte della regione le aziende potrebbero competere per trovare meccanici, montatori e operatori di macchinari, mentre in un’altra i lavoratori licenziati potrebbero avere difficoltà a trovare una nuova occupazione.

“Anche nello scenario di base, domanda e offerta di lavoro nella sola industria manifatturiera sono relativamente equilibrate”, ha osservato Śniegocki. “La realizzazione dello scenario negativo potrebbe portare a una carenza di posti di lavoro. I lavoratori dovrebbero allora passare ad altri settori”.

Non basta però presumere che il mercato risolva il problema da solo. “Nei dati aggregati può sembrare semplice, ma nella pratica emergono numerose barriere: i nuovi posti di lavoro possono trovarsi in località diverse e i lavoratori potrebbero non possedere le qualifiche richieste”, ha spiegato Śniegocki.

Allo stesso tempo, una rapida crescita industriale potrebbe aumentare la domanda di ulteriori categorie professionali. Nel 2031, nello scenario positivo, la domanda aggiuntiva dovrebbe riguardare circa 5.800 addetti alla lavorazione dei metalli e meccanici, 5.000 montatori, 4.700 operatori di macchinari e 3.200 tecnici.

Nel frattempo, la potenziale offerta di lavoro continuerà a diminuire. Tra il 2025 e il 2040 il numero di persone disponibili a lavorare in Slesia dovrebbe diminuire dell’11,9%, mentre nell’industria il calo dovrebbe raggiungere il 18,2%. Già lo scorso anno il tasso di attività economica nella regione era del 55,9%, contro il 58,6% dell’intera Polonia.

“Shock cinese 2.0”

Nel frattempo, l’Europa sta cercando un modo per rafforzare la propria competitività nei confronti di Stati Uniti e Cina, ridurre la dipendenza dalle materie prime energetiche importate e sviluppare capacità produttive proprie nei settori strategici.

Śniegocki ha richiamato l’attenzione su un fenomeno che ha definito “shock cinese 2.0”. Si tratta di una nuova ondata di cambiamenti strutturali legati alle eccedenze produttive della Cina e allo sviluppo dei suoi settori tecnologici. Questa volta la concorrenza non riguarda soltanto la produzione di massa tradizionale, ma anche la mobilità elettrica, le batterie, la digitalizzazione e le nuove tecnologie energetiche.

Allo stesso tempo, l’Europa rimane esposta alle oscillazioni dei prezzi dei combustibili fossili e alle interruzioni delle forniture. La dipendenza dal petrolio e dal gas importati aumenta i costi delle attività economiche e rende più difficile per le imprese pianificare nel lungo periodo.

Una delle risposte dovrebbe essere lo sviluppo delle tecnologie pulite e la trasformazione dell’industria verso l’elettrificazione. Secondo i dati citati durante il briefing, la quota dell’elettricità nel consumo finale di energia in Europa dovrebbe passare da circa il 23% al 46% entro il 2040.

Dietro questo cambiamento si cela un mercato potenzialmente enorme. L’elettrificazione dei trasporti, dell’industria e dei sistemi energetici comporta una crescente domanda di batterie, trasformatori, motori, cavi, componenti elettronici e apparecchiature per le reti elettriche.

“Se però riusciremo a sviluppare competenze e capacità industriali nel settore delle cosiddette tecnologie pulite – come pompe di calore, sistemi di accumulo dell’energia, automobili elettriche o pannelli fotovoltaici – si aprirà davanti a noi un mercato enorme”, ha sottolineato Marcin Korolec, presidente dell’Istituto per l’Economia Sostenibile ed ex ministro dell’Ambiente.

Ha inoltre richiamato l’attenzione sul potenziale del rame. Secondo l’esempio da lui citato, un’auto elettrica può contenere circa 80 kg di rame e dei suoi componenti, mentre un’automobile convenzionale ne contiene soltanto 20 kg. La crescita dell’elettrificazione implica quindi una maggiore domanda di questa materia prima e dei prodotti nei quali viene utilizzata.

“Forse dovremmo concentrarci meno sull’esportazione del rame in sé e maggiormente sull’esportazione di beni che utilizzano il rame. In questo modo potremmo creare maggiore valore aggiunto in Polonia”, ha osservato l’esperto.

“Made in Europe”, ma anche “Made in Poland”?

L’Unione europea sta preparando un nuovo quadro di sostegno all’industria. Durante il briefing sono stati citati l’Industrial Accelerator Act e il nuovo quadro sugli aiuti di Stato denominato CISAF. È stato inoltre ricordato che sono in corso i negoziati sul nuovo Quadro finanziario per il periodo 2028-2034.

Dal punto di vista della Polonia, ciò rappresenta sia un’opportunità per ottenere nuove risorse sia il rischio di rimanere fuori dal principale flusso degli investimenti. I finanziamenti saranno in larga misura collegati a priorità e progetti che dovranno competere a livello europeo.

“Se durante i negoziati europei e, successivamente, attraverso i bandi, riusciremo a garantire la partecipazione di soggetti polacchi, sarà un’opportunità di sviluppo”, ha valutato Śniegocki. “Il rischio, invece, è rimanere ai margini, a causa di una preparazione nazionale insufficiente o di criteri dei bandi sfavorevoli che limiteranno le nostre possibilità”.

Secondo gli esperti, nei prossimi anni sarà necessario stabilire quali progetti la Polonia vuole sviluppare, quali settori presentano il maggiore potenziale e come preparare le imprese a concorrere per ottenere i finanziamenti.

“Dal punto di vista polacco possiamo porre la questione in un altro modo: come fare in modo che la trasformazione economica dell’Europa sia anche – almeno in parte – Made in Poland”, ha sottolineato Korolec.

L’industria chiede una strategia, non soltanto finanziamenti

La necessità di una politica industriale coordinata è sottolineata dal Patto per l’Industria Polacca, che riunisce più di 30 organizzazioni di datori di lavoro e associazioni di settore. L’iniziativa coinvolge rappresentanti di settori tradizionali, come la siderurgia, l’industria chimica, cementiera, cartaria e dell’alluminio, ma anche aziende che sviluppano componenti per l’energia eolica, le batterie e la mobilità elettrica.

Monika Helak, analista senior di politiche pubbliche presso l’Istituto per le Riforme, ha sottolineato che l’industria ha bisogno di una direzione d’azione comune.

“Da un lato abbiamo un grande potenziale e un forte settore industriale, uno dei più grandi d’Europa. Dall’altro, dobbiamo affrontare numerose sfide fondamentali. Se non faremo un passo avanti, in futuro potremmo trovarci in una situazione economica più difficile”, ha affermato.

Una delle principali richieste del Patto è l’elaborazione di una strategia trasversale per la trasformazione dell’industria. Dovrebbe stabilire come rafforzare la produzione nazionale, finanziare la decarbonizzazione e sviluppare tecnologie che consentano di mantenere la competitività sui mercati internazionali.

Altri ambiti prioritari sono l’utilizzo efficace delle risorse pubbliche, la riduzione dei costi energetici, gli investimenti nelle infrastrutture e nell’innovazione, lo sviluppo del riciclo e del recupero delle materie prime critiche, nonché la formazione del personale.

Il Patto sottolinea inoltre la necessità di sostenere le aziende che sviluppano tecnologie pulite e di mantenere un dialogo costante con imprese, lavoratori ed enti locali.

“Vogliamo lavorare alla definizione di un percorso chiaro verso una politica industriale pulita. Senza di essa l’economia polacca non sarà né forte né stabile. Abbiamo bisogno di una direzione chiara per lo sviluppo economico e di una normativa stabile”, ha sottolineato Helak.

Secondo i rappresentanti dell’iniziativa, è particolarmente importante collegare la politica nazionale alle esigenze delle singole regioni. La Slesia, la Bassa Slesia e la Grande Polonia hanno un’importanza rilevante per l’industria, ma le loro strutture economiche e le esigenze legate alla trasformazione non sono identiche. Le soluzioni dovrebbero quindi tenere conto delle specializzazioni locali, della disponibilità di lavoratori e della localizzazione degli stabilimenti.

Clima e competitività

Nell’ambito della campagna “Made in Poland”, promossa dall’Istituto per le Riforme e dall’Istituto per l’Economia Sostenibile con il sostegno del Patto per l’Industria Polacca, si è svolta a Katowice una conferenza con l’obiettivo di tradurre il dibattito nazionale sulla politica industriale nelle esigenze concrete della regione. I prossimi incontri si terranno in Bassa Slesia e nella Grande Polonia.

Le conclusioni della discussione saranno presentate durante una conferenza dedicata alla strategia industriale nazionale presso il Sejm, prevista per il 3 dicembre.

“Gli obiettivi climatici e la necessità di aumentare la competitività si completano a vicenda. La Slesia può trarre grandi benefici da una simile strategia, così come dall’elettrificazione”, ha sottolineato Monika Helak.

Foto di: Pexels, via Pixabay

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.

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