Undici Paesi hanno rilanciato con una Lettera congiunta la proposta di superare la regola dell’unanimità in materia di politica estera. Non c’è l’Italia, che invece nel maggio 2023 era stata tra i nove Paesi che avevano dato vita al Gruppo degli amici della maggioranza qualificata in politica estera. Per l’Italia, la Lettera congiunta in tal senso, era stata firmata da Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri. Il gruppo si è poi allargato, e nel giugno scorso era composto da 12 Paesi. Ma ora, al momento di rilanciare la proposta, l’Italia si è sfilata.
Il significato è chiaro. Nel maggio 2023 Tajani e Forza Italia avevano la forza di portare il governo sulla loro posizione riguardo ad un aspetto fondamentale della politica europea, almeno per quanto riguardava la competenza diretta del ministro degli Esteri. La proposta infatti è limitata alla politica estera, e non ad altre politiche. Ricade quindi pienamente nella responsabilità della Farnesina e di Tajani. Oggi Meloni e Fratelli d’Italia sono in grado di imporre a Tajani e Forza Italia una linea nazionalista, contraria all’integrazione europea – e quindi all’interesse italiano, che è l’integrazione europea, come ha spiegato in molte occasioni il presidente Mattarella.
Il Vicepremier e Ministro degli Esteri in più occasioni, anche nel Parlamento italiano, si è detto favorevole al superamento dell’unanimità – e non solo in politica estera – e addirittura agli Stati Uniti d’Europa. Ma verba volant, scripta manent. E lui la firma sulla Lettera degli amici della maggioranza qualificata stavolta non l’ha potuta mettere. Non certo perché non condivida la proposta, che ha sostenuto per decenni, anche quando era Vicepresidente della Commissione e Presidente del Parlamento Europeo.
Questa è la parabola di Tajani e di Forza Italia in questa legislatura. Un vecchio proverbio vuole che “chi va con lo zoppo impara a zoppicare”. Chi sta in una coalizione composta principalmente da partiti nazionalisti, sarà costretto a prendere una posizione nazionalista. E perché gli elettori moderati, popolari, che da De Gasperi in poi hanno sempre sostenuto l’integrazione europea, dovrebbero votare un partito che volta le spalle ai propri valori fondativi? Continuando a stare in una coalizione sostanzialmente nazionalista, Forza Italia sarà costretta ad andare contro le posizioni che storicamente ha espresso in Italia e in Europa, nel quadro del Partito Popolare Europeo, e sostenute dai suoi leader, da Berlusconi a Tajani.
Tutto questo avviene mentre in Germania i leader dei Cristiano Democratici (il più grande partito nazionale dentro al Partito Popolare Europeo) e dei Socialdemocratici (pilastro dei Socialisti europei e del Gruppo Socialista e democratico al Parlamento europeo) invitano la maggioranza europeista al Parlamento europeo – che ha eletto Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, embrione di un governo europeo – a siglare un vero e proprio patto di coalizione tra popolari, liberali, socialisti e verdi. L’obiettivo è stabilizzare la coalizione ed evitare qualsiasi collaborazione tra il Partito Popolare europeo e i partiti nazionalisti alla sua destra, cioè i Conservatori e riformisti di Meloni, i Patrioti di Salvini e l’Europa delle Nazioni Sovrane di Vannacci. Cioè gli alleati di Forza Italia.
Alle prese con il pericolo neo-nazista di Alternative fur Deutschland, la classe politica tedesca sta finalmente traendo qualche lezione dalla storia recente dell’Europa. Quello che è accaduto in Ungheria e Polonia – svolta autoritaria, erosione dello stato di diritto e del sistema liberal-democratico – può succedere in qualsiasi Paese. Per evitarlo è necessario che le forze europeiste e democratiche si uniscano. Per battere il PiS in Polonia, il popolare Tusk alle elezioni scorse ha formato una coalizione europeista e democratica, che include anche liberali, socialisti e verdi. In Ungheria tutte le opposizioni si sono unite in un unico partito per riuscire, dopo 16 anni, a mandare a casa Orbàn e smantellare la sua “democrazia illiberale”, che non era più democrazia per quanto era divenuta illiberale.
D’altronde, al Parlamento europeo si vede meglio che altrove le reali convergenze politiche, dal momento che lì non esistono “maxi-emendamenti e fiducia” per costringere il Parlamento a votare come vuole il governo, ovvero per coartare la propria maggioranza. Sono dunque i gruppi politici che negoziano tra loro per trovare un compromesso accettabile su tutti i dossier legislativi. E si tratta di decisioni fondamentali riguardo all’economia, l’ambiente, l’energia, l’agricoltura, ecc. In questa legislatura i popolari, cui aderisce Forza Italia, hanno votato insieme ai liberali di Renew Europe ed ai social-democratici di S&D oltre il 90% delle volte. Un dato interessante, su cui dovrebbero riflettere i dirigenti di tutti i partiti.
Questa è la difficile scelta che ha di fronte a sé anche Forza Italia. Stare in una coalizione con forze nazionaliste – che rischia infine di imbarcare pure Vannacci, con il suo programma sfacciatamente razzista e fascista – e abiurare di fatto alla sua tradizionale posizione liberale ed europeista. Oppure uscirne per poter essere coerenti con i propri valori e posizioni, in un momento storico in cui creare una politica estera e una difesa europea, completare il mercato unico e implementare il Rapporto Draghi, sono le questioni essenziali per garantire l’indipendenza e il benessere degli europei.
Il problema è anche cosa troverebbe dall’altra parte. I dirigenti degli altri partiti italiani della “coalizione Ursula” – dal frammentato mondo centrista liberale al PD, ai Verdi – come reagirebbero? Avrebbero la lungimiranza di cogliere l’importanza dell’iniziativa dei loro corrispondenti tedeschi, che riguarda il Parlamento europeo, ma di fatto è un monito a tutti in vista delle elezioni del 2027 in Francia, Italia, Spagna, Polonia, e altri Paesi, da cui dipende il futuro dell’Europa? Saprebbero capire che Polonia e Ungheria parlano di noi? De te fabula narratur! Saprebbero alzarsi al livello delle sfide globali che abbiamo di fronte, o preferirebbero ciascuno rimanere nella propria “comfort zone” ideologica? Perché un conto è dirsi europeisti. Un altro compiere scelte difficili, anche in politica interna, per perseguire davvero l’integrazione europea.

