Il Parlamento del Kosovo ha approvato ieri (14 settembre) un nuovo governo guidato da Albin Kurti. Con 62 voti sui 120 seggi dell’Assemblea – un voto in più rispetto alla maggioranza semplice necessaria per formare un governo – Kurti formerà così il suo quarto esecutivo. Per un Paese che ha tenuto tre elezioni parlamentari nell’ultimo anno e mezzo, il voto potrebbe sembrare la conclusione della crisi. Non lo è.
Il partito di Kurti, Vetëvendosje (Autodeterminazione), è arrivato primo alle elezioni del giugno 2026, conquistando 53 seggi. Un risultato ben al di sotto dei 61 voti necessari per governare da solo. I nove voti aggiuntivi sono arrivati da parlamentari che rappresentano le comunità non maggioritarie: otto appartenenti a minoranze non serbe e un deputato serbo, Nenad Rašić.
I principali partiti di opposizione albanesi – Partito Democratico del Kosovo (PDK), Lega Democratica del Kosovo (LDK) e Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) – non hanno partecipato alla seduta. La Lista Serba era presente e ha votato contro. I partiti di opposizione hanno annunciato che porteranno la procedura davanti alla Corte costituzionale.
Secondo quanto sostenuto dall’opposizione, l’Assemblea sarebbe stata dichiarata costituita prima che tutti gli incarichi di vicepresidente del Parlamento fossero stati assegnati. La seduta sarebbe quindi stata irregolare.
Perché continua a succedere
La crisi del Kosovo è facile da interpretare erroneamente come un semplice fallimento delle coalizioni. In realtà, si tratta di una trappola costituzionale.
Per formare un governo servono 61 voti. Per eleggere un presidente ne servono molti di più: è richiesto un quorum di 80 membri e, nella pratica, una maggioranza di due terzi nei primi due turni. Ogni volta che il Parlamento non riesce a eleggere un presidente, il Paese viene spinto verso nuove elezioni anticipate.
Il partito di Kurti ha vinto tre elezioni legislative in 18 mesi e ancora non riesce a garantire l’elezione del capo dello Stato. Alla fine di agosto sembrava vicino a un accordo con la LDK per sostenere come presidente il professore di diritto Bekim Sejdiu. Nel giro di un giorno, però, sei deputati della LDK hanno dichiarato che non avrebbero seguito il proprio leader.
Il voto presidenziale non ha ancora una data certa. Se dovesse fallire, il Kosovo andrebbe incontro a una quarta elezione anticipata in due anni.
La storia più lunga della crisi è iniziata dopo le elezioni del febbraio 2025. Vetëvendosje era il partito più votato, ma non era riuscito a raggiungere i 61 voti necessari. I tentativi di eleggere il presidente dell’Assemblea erano falliti ripetutamente. La Corte costituzionale è stata coinvolta più volte.
Due tentativi di formare un governo, nell’ottobre e nel novembre 2025, erano falliti entrambi con 56 voti. Il Parlamento è stato sciolto. Gli elettori sono stati richiamati alle urne nel dicembre 2025 e nuovamente nel giugno 2026.
Nel frattempo, l’approvazione dei bilanci, delle leggi legate all’Unione europea e le normali attività amministrative sono state interrotte. Bruxelles ha dichiarato che il Kosovo ha bisogno di istituzioni stabili se vuole ottenere lo status di Paese candidato e accedere ai finanziamenti previsti dal piano di crescita dell’Unione. Questi dossier sono rimasti in attesa mentre a Pristina i partiti litigavano sulle cariche istituzionali.
Cosa dice Kurti e cosa sente l’opposizione
Prima del voto di domenica, Kurti non ha presentato un nuovo programma. Ha affermato che le elezioni ripetute hanno soltanto interrotto il lavoro dello stesso governo e che ora l’obiettivo è ripristinare “sicurezza e benessere”. Lo status di candidato all’Unione europea, ha detto, rimane il principale obiettivo strategico.
L’opposizione interpreta però la situazione in modo diverso: vede una maggioranza che considera le procedure come opzionali, mantiene gli stessi ministri e continua a non riuscire a raggiungere il compromesso necessario per eleggere un presidente.
Il PDK ha già annunciato che porterà davanti alla Corte sia il nuovo governo sia il modo in cui è stata costituita l’Assemblea.
Per chi osserva la situazione al di fuori dei Balcani, le conseguenze sono concrete. Il Kosovo è un Paese giovane, povero rispetto agli standard europei e tuttora non riconosciuto dalla Serbia e da cinque Stati membri dell’Unione.
Un Paese che non riesce a eleggere un presidente non può ratificare gli accordi secondo tempistiche normali, non riesce a presentarsi come un partner affidabile per la NATO e l’Unione e continua a chiedere agli elettori di risolvere conflitti che i partiti non sono disposti a risolvere tra loro.
Kurti IV pone fine a un primo stallo, in quanto esiste nuovamente un governo dotato di una maggioranza parlamentare. Ma lo stallo più profondo rimane invariato: il partito che vince le elezioni non riesce a completare il funzionamento dello Stato senza voti che non possiede, mentre i partiti che detengono quei voti non sono disposti a concederli senza ottenere un prezzo politico che Kurti, finora, si è rifiutato di pagare.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

