Ratko Mladić è stato uno degli esempi più terribili di fin dove possa spingersi il nazionalismo. Il generale serbo-bosniaco fu tra i principali artefici di alcuni degli eventi più drammatici della storia recente dei Balcani, tra cui il genocidio di Srebrenica del 1995, nel quale furono uccisi oltre 8.000 bosgnacchi nell’ambito del progetto di pulizia etnica perseguito dalle forze serbe. Eppure, la sua condanna prima e la sua morte, avvenuta ieri (27 agosto), non sembrano aver scalfito il nazionalismo che lo aveva sostenuto. Al contrario,  la sua figura sta già attraversando un nuovo processo di mitizzazione.

Esattamente come accaduto con Dragoljub Draža Mihailović, Mladić rischia di essere trasformato da criminale di guerra condannato a simbolo nazionale, fino a diventare, agli occhi dei suoi sostenitori, un eroe da celebrare. Mihailović fu un generale dell’esercito jugoslavo attivo nella seconda guerra mondiale, dove combatté i partigiani di Josip Tito; fondatore del movimento dei cetnici, si macchiò di innumerevoli stragi, prendendosela in particolare con la popolazione civile musulmana in Bosnia.

A decenni dalla sua morte, l’ideologia di Mihailović è ancora forte tra la cittadinanza serba, al punto che, dopo essere stato riabilitato dall’Alta Corte serba nel 2015, Belgrado ha dedicato un museo alla sua figura. Il nazionalismo di Mladić già ottiene forte riscontro in Serbia, basti pensare al grande murale nel pieno centro della capitale che recita come “l’unico genocidio mai commesso nei Balcani è stato nei confronti dei serbi”.

Non ci ha pensato due volte l’attuale ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić a strizzare l’occhio a chi la pensa come il boia di Srebrenica. “Il generale Mladić è un generale e i protocolli sono noti. È noto anche il suo ruolo, ma ciò che spetta al generale Mladić sarà certamente rispettato”, ha dichiarato Vujić, lasciando intendere come – malgrado la condanna del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia nel 2017 e la morte in carcere – Mladić potrà essere sepolto con i massimi onori di Stato.

La voce del governo rispecchia quella del presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha costruito gran parte della propria carriera politica proprio all’interno di quell’area nazionalista che aveva sostenuto Slobodan Milošević e che, durante le guerre jugoslave, contribuì alla costruzione del progetto della Grande Serbia.

Vučić fu ministro dell’Informazione nel governo di Milošević alla fine degli anni Novanta e apparteneva allora al Partito radicale serbo di Vojislav Šešelj. Negli anni successivi ha progressivamente modificato la propria posizione, trasformandosi da esponente della destra nazionalista in leader apparentemente più pragmatico e filo-europeo. Ma questa trasformazione non ha comportato una vera e propria rottura con il nazionalismo serbo.

Al contrario, il nazionalismo rimane uno degli strumenti attraverso cui Vučić costruisce consenso. La sua politica combina infatti una forte retorica patriottica con un pragmatismo diplomatico che gli consente di mantenere rapporti sia con l’Unione europea sia con la Russia e la Cina. Sul piano interno, invece, la questione nazionale rimane centrale: il Kosovo, la posizione della Republika Srpska, la memoria delle guerre degli anni Novanta e la difesa dell’identità serba continuano a essere elementi fondamentali della narrazione politica del presidente.

È proprio in questo spazio che la figura di Mladić può diventare utile. Non è necessario che Vučić celebri esplicitamente il generale o ne neghi i crimini perché la sua figura possa essere riassorbita all’interno di una più ampia narrazione nazionalista. È sufficiente che lo Stato eviti una netta condanna simbolica della sua eredità e permetta che la memoria del generale venga occupata da chi lo considera un eroe. Come con Mihailović, il tempo potrà fare il resto.

Già concedendo a Mladić gli onori spettanti a un generale apre al rischio di separare il grado militare dalla responsabilità storica di chi lo ha ricoperto. Questo è esattamente il terreno sul quale nasce la mitizzazione: quando il carnefice torna a essere semplicemente “il generale” o quando il genocidio diventa una “controversia” e le vittime vengono progressivamente espulse dalla narrazione facendo comparire al loro posto l’immagine del comandante che avrebbe semplicemente difeso il proprio popolo.

Un uomo può morire. Una sentenza può essere pronunciata. Ma un mito, se viene alimentato dalla politica, può sopravvivere molto più a lungo del suo creatore.

, , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *