È andato in scena giovedì allo stadio Roland-Garros a Parigi il primo vero confronto della cruciale campagna elettorale per le presidenziali francesi che si terranno il 18 aprile 2027. Sul palco i sette candidati dello spettro politico francese che hanno spiegato le loro posizioni ospitati dal Mouvement des entreprises de France (MEDEF) l’unione degli imprenditori di Francia. Il dibattito ha toccato temi economici come debito, pensioni, reindustrializzazione, costo del lavoro, norme e fiscalità, mostrando da un lato piuttosto ampio sulla gravità della situazione economica francese, ma profonde divergenze sulle soluzioni sul ruolo dello Stato, sulla protezione sociale e, in particolare, sul rapporto con l’Unione europea.

Tra i candidati a succedere all’attuale presidente Emmanuel Macron figurano due suoi ex primi ministri: il centrista Gabriel Attal e il conservatore Édouard Philippe. Presenti al dibattito, insieme all’eurodeputato di centrosinistra Raphaël Glucksmann, anche il conservatore Bruno Retailleau e la leader del partito dei Verdi Marine Tondelier.

Al dibattito hanno partecipato anche il leader de La France insoumise, esponente dell’ala più radicale della sinistra, Jean-Luc Mélenchon, e Marine Le Pen, tornata in prima linea per il Rassemblement National dopo aver lasciato temporaneamente il ruolo di punta al delfino ed eurodeputato Jordan Bardella. Lo scorso 8 luglio, la Corte d’appello di Parigi ha condannato Le Pen a 45 mesi di ineleggibilità, 30 dei quali con sospensione condizionale. I 15 mesi effettivi, secondo i giudici, sono già stati scontati a partire dal 31 marzo 2025, quando il tribunale dispose l’esecuzione immediata della pena, lasciandole quindi la possibilità di candidarsi alle presidenziali del 2027.

Europa, quattro diverse ricette per Parigi

Il rapporto con l’Unione europea ha fatto emergere alcune delle divergenze più profonde tra i candidati, dalla promessa di Jean-Luc Mélenchon di “disobbedire” alle decisioni europee contrarie agli interessi francesi alla richiesta di Raphaël Glucksmann di utilizzare Bruxelles per proteggere l’industria continentale dalla concorrenza cinese. Secondo l’ultimo sondaggio Ifop-Fiducial per LCI, Le Figaro e Sud Radio, pubblicato il 26 agosto il leader di La France Insoumise oscilla tra il 16% e il 19% delle intenzioni di voto e la sua posizione, al pari a quella destrorsa di Le Pen è guardata con grande attenzione a Bruxelles. Nel dibattito andato in scena giovedì, Mélenchon ha affermato senza mezzi termini di voler “disobbedire a tutto ciò che verrà dall’Europa in contraddizione con gli interessi dei francesi”, chiedendo anche una revisione dei trattati. “Dobbiamo modificare il trattato che costituisce l’Unione europea, perché altrimenti moriremo politicamente, socialmente e industrialmente, perché non siamo in condizione di resistere”, ha affermato.

Come da copione forti critiche all’UE e al suo attuale funzionamento sono giunte da Le Pen, che ha promesso di limitare fortemente il contributo francese al bilancio europeo che per il 2026 ammonta a 29 miliardi per il 2026. “Questo contributo è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni, senza che l’Unione europea abbia apportato molto alla nostra economia, se non un numero considerevole di norme, vincoli e regole di ogni genere”, ha affermato. La leader del Rassemblement National ha inoltre chiesto di eliminare migliaia di norme europee.

La posizione dei due leader delle opposte fazioni stanno suscitando forti preoccupazioni a Bruxelles soprattutto per le conseguenze sul percorso di negoziato per il prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’UE per il periodo 2028-2024. Sarebbero proprio tali timori ad aver spinto il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, a fare il possibile per trovare un accordo entro l’anno in corso, ovvero prima delle presidenziali francesi.

Diversa l’impostazione dell’ex premier Édouard Philippe, che ha individuato soprattutto nella concorrenza cinese una minaccia per l’industria francese, proponendo quote che obblighino le imprese cinesi che operano con la Francia a produrre una parte dei loro beni sul territorio nazionale. “Dobbiamo convincere i nostri partner europei a parlare il linguaggio della potenza alla Cina e agli Stati Uniti”, ha affermato l’ex primo ministro. Philippe ha però sottolineato anche il ritardo competitivo specificamente francese rispetto a Germania, Italia e Spagna.

Una lettura che è stata però contestata dal socialista Glucksmann che ha affermato: “Non ho mai incontrato imprenditori francesi che mi abbiano spiegato che il principale pericolo è la concorrenza tedesca o olandese. Ovunque si parla della Cina”. Il candidato di Place publique ha affermato che “la principale sfida per il prossimo presidente della Repubblica è battere il pugno sul tavolo a Bruxelles” per proteggere maggiormente le imprese europee dalle importazioni cinesi. Nel corso del confronto ha inoltre accusato Le Pen di sostenere una “ideologia anti-Europa”.

Debito e BCE, Philippe contro Mélenchon

Uno dei momenti più accesi del dibattito è stato quello legato al debito pubblico francese, giunto ormai alla cifra record di 3.500 miliardi di euro pari al 117% del PIL. Mélenchon ha riproposto l’idea di cancellare la parte del debito pubblico francese detenuta nell’ambito dell’Eurosistema.

Per il leader della France insoumise il problema non è soltanto quanto spende lo Stato, ma come vengono utilizzate le risorse pubbliche. “Bisogna smetterla di dire che lo Stato getta i soldi dalla finestra. La questione che ci viene posta è il loro utilizzo”, ha affermato.

Mélenchon ha quindi difeso la proposta di “bruciare” la quota di debito detenuta dalla Banca centrale europea, sostenendo di poter trovare alleati anche negli altri Paesi dell’Unione.

La risposta più dura è arrivata da Édouard Philippe: “Farete in modo che la Francia finisca interdetta dalle banche”, ha avvertito l’ex primo ministro. Philippe ha quindi rivendicato una linea fondata sul rispetto degli impegni assunti dal Paese: “La Francia ha una parola, la mantiene e rimette in ordine i propri conti, come hanno fatto tutti gli altri Paesi, anche quando erano governati dalla sinistra con serietà”.

Raphaël Glucksmann ha però respinto le critiche provenienti dai due ex primi ministri macronisti, Philippe e Attal: “È comunque abbastanza sorprendente ricevere lezioni sul debito da due ex primi ministri di Emmanuel Macron”.

Conti pubblici: Le Pen promette 125 miliardi di risparmi

Sul risanamento delle finanze pubbliche Marine Le Pen ha annunciato un piano di dimensioni considerevoli. “Presenteremo appena prima del dibattito di bilancio in Parlamento la nostra traiettoria di risanamento delle finanze pubbliche con 125 miliardi di euro di risparmi”, ha annunciato. Il progetto prevede interventi sulla spesa dello Stato, sulle agenzie pubbliche, sull’immigrazione e sul contributo francese al bilancio dell’Unione europea. Le Pen sostiene che debba essere innanzitutto lo Stato a ridurre il proprio tenore di vita.

Proprio la sostenibilità delle proposte economiche del Rassemblement national ha prodotto uno degli scontri più accesi con Gabriel Attal. “Tutte le riforme che sono state proposte per fare risparmi, in particolare nella sfera sociale, voi avete votato contro”, ha attaccato l’ex primo ministro, ricordando le posizioni del RN su RSA, assicurazione contro la disoccupazione e pensioni.

Attal ha quindi utilizzato una metafora: “Siete in un’assemblea di condominio, siete quella che viene alle assemblee, vota contro tutti gli accantonamenti, contro tutti i risparmi, ma il giorno dopo si lamenta perché l’ascensore è rotto. Basta!”.

“Perché le vostre proposte sono ingiuste, signor ex primo ministro”, ha poi replicato Le Pen.

Nell’intervento conclusivo Attal ha rincarato la dose: “La cortina fumogena Bardella è definitivamente caduta. Si torna ai grandi classici della signora Le Pen: soggetto, verbo, immigrazione”. Sul resto del programma economico del RN, ha aggiunto, “non sappiamo come venga finanziato” e alla fine “ricadrà sempre sulle imprese”.

Pensioni, torna la divisione destra-sinistra

Il tema pensioni ha fatto emergere una delle fratture più nette. La riforma approvata nel 2023 e che prevede l’innalzamento progressivo dell’età legale da 62 a 64 anni resta ad oggi uno dei dossier più divisivi della politica francese. Dopo mesi di proteste e scontri politici, la sua applicazione è stata parzialmente sospesa dalla legge di bilancio della sicurezza sociale per il 2026, promulgata il 30 dicembre 2025, con congelamento della progressione fino al primo gennaio 2028 lasciando la palla proprio al prossimo presidente che vedrà se rilanciarla, modificarla o sostituirla con un nuovo sistema.

Nel dibattito davanti agli industriali, il leader dei repubblicani Bruno Retailleau ha proposto di legare l’età pensionabile “all’aspettativa di vita”, mentre il macronista Attal ha affermato di voler superare l’attuale sistema con “un nuovo sistema universale” fondato, invece, “sulla durata della contribuzione”. Marine Le Pen ha invece confermato una formula differenziata sulla base dell’età di ingresso nel mercato del lavoro. Chi ha cominciato a lavorare “prima dei vent’anni partirà a sessant’anni”, per arrivare poi “progressivamente” a “quarantadue anni di contributi e un’età legale di sessantadue anni”.

Mélenchon propone di procedere nella direzione opposta rispetto alle riforme degli ultimi anni: riportare l’età pensionabile “in un primo momento a sessantadue anni” e poi, “il più rapidamente possibile”, a sessant’anni. Marine Tondelier ha promesso invece di “abrogare” l’ultima riforma delle pensioni, mentre Glucksmann ha sostenuto la necessità di rivedere la riforma Borne introducendo una maggiore differenziazione in base alla gravosità delle professioni.

Salari e costo del lavoro

Il confronto sul lavoro ha riproposto una divisione altrettanto marcata. Mélenchon si è rivolto direttamente alla platea degli imprenditori chiedendo un aumento dei salari: “Vi metto in guardia: il bilancio Lecornu, più l’inflazione alimentare, se non aumentate i salari, la Francia cadrà in recessione”. La formula utilizzata nel confronto è stata ancora più diretta: “Se non aumentate i salari, la Francia cadrà in recessione. Questa è la vostra responsabilità”.

Anche Glucksmann ha sottolineato come il reddito da lavoro non stia pagando abbastanza, definendolo una “minaccia per la democrazia”, escludendo tuttavia di finanziare un aumento del potere d’acquisto “attraverso la demolizione del modello sociale” o “l’aggravamento del debito”.

La sua proposta consiste nel ridurre la CSG (Contribution sociale généralisée), il prelievo che contribuisce a finanziare il sistema di protezione sociale francese, sui redditi da lavoro, reperendo le risorse attraverso una maggiore tassazione delle grandi successioni. “Oggi il patrimonio dei francesi proviene per due terzi dall’eredità e per un terzo dal prodotto del loro lavoro. Stiamo ricreando una società di privilegi, una ‘ereditocrazia’ invece della meritocrazia”, ha sostenuto. “Esiste un problema quando si tassa più il lavoro dell’eredità”, ha aggiunto Glucksmann, definendo l’attuale situazione “socialmente ingiusta”.

Marine Tondelier ha proposto invece un aumento diretto del salario minimo. “Gli ecologisti porteranno e introdurranno un salario minimo di 2.000 euro lordi”, ha promesso. La misura sarebbe accompagnata da “un grande piano di aiuti per le piccole e medie imprese”.

Tondelier ha contestato anche la lettura del costo del lavoro proposta dalla destra: “È un costo per le imprese, ma è anche il reddito dei francesi, è il loro potere d’acquisto”. E ha ricordato che “quello che c’è tra il lordo e il netto è salario differito”.

Édouard Philippe ha invece proposto di “avvicinare il lordo al netto”, riducendo il peso del finanziamento della protezione sociale sui redditi da lavoro. Per l’ex premier la questione è anche politica: “Non esiste esempio di democrazia che resista all’indebolimento duraturo delle classi medie popolari”. Attal ha proposto invece di “tornare indietro sugli aumenti del costo del lavoro intervenuti dal 2024”, che ha definito una “palla al piede per le nostre imprese”.

Norme, quattro candidati per la semplificazione

Un consenso più ampio è emerso sulla necessità di ridurre il peso burocratico sulle imprese, anche se con differenze importanti. “Il primo problema è lo Stato burocratico”, ha sostenuto Retailleau, promettendo di cancellare, poche settimane dopo un’eventuale elezione, “un centinaio di norme, le più stupide”.

Le Pen ha chiesto di “fermare la follia normativa”, mentre Attal ha riconosciuto che “il principale fallimento degli ultimi anni in materia economica è in particolare questa questione della semplificazione”.

Glucksmann ha invece invitato a distinguere: “La norma è come il colesterolo: c’è la buona norma e c’è la cattiva norma”, ricordando che alcune regole servono a tutelare “la salute” e “l’ambiente”.

Retailleau ha proposto una liberalizzazione ancora più ampia del mercato del lavoro. “Usciremo, se lo vorrete, dalle 35 ore: sceglierete la durata del lavoro nella vostra impresa o nel vostro settore, insieme ai dipendenti”, ha promesso agli imprenditori. “Sceglierete anche, nel quadro del dialogo sociale, le regole del codice del lavoro che si applicheranno concretamente nella vostra impresa, ad eccezione di alcuni principi fondamentali”.

Sulla fiscalità Retailleau vorrebbe proporre invece una riduzione di “40 miliardi di euro di contributi sociali e imposte sulla produzione”. “La Francia è quel bel Paese dove lo Stato si serve prima ancora che l’impresa abbia guadagnato il primo euro”, ha affermato, denunciando una “punizione fiscale”.

Philippe ha parlato invece di ridurre di 50 miliardi le imposte sulla produzione compensando l’intervento con una diminuzione equivalente degli aiuti alle imprese. “Perché è bene fare promesse che sappiamo finanziare. Almeno questo è semplice”, ha spiegato.

Una divisione particolarmente evidente riguarda il Pacte Dutreil, il meccanismo che agevola fiscalmente la trasmissione delle imprese familiari. Philippe ha affermato di non voler “toccare un capello del Pacte Dutreil, nemmeno uno”, perché “le imprese familiari hanno un ruolo particolare nel capitalismo”. Tondelier ha invece detto di voler modificarlo sostenendo che oggi tale meccanismo “viene distorto”. “Vogliamo che il Pacte Dutreil ritorni allo spirito originario, favorire la trasmissione familiare, ma non servire all’ottimizzazione fiscale”, ha dichiarato.

Glucksmann ha attaccato più in generale la distribuzione del carico fiscale, insistendo sulla necessità di tassare maggiormente le grandi eredità.

Le leader dei verdi ha provato infine a portare nel confronto il costo economico della transizione climatica. “Anche gli ecologisti vogliono la libertà. L’ecologia è la condizione della libertà”, ha affermato, ricordando agli imprenditori che “l’attività economica dipende anche dalla temperatura che fa”.

Secondo la candidata ecologista, “l’inazione climatica costa cinque volte più dell’azione”. Una tesi utilizzata per contestare l’idea che le politiche ambientali rappresentino esclusivamente un costo per le imprese.

Tondelier ha anche attaccato le posizioni sull’immigrazione di Le Pen, richiamando proprio uno studio del Medef secondo il quale l’economia francese avrà bisogno nei prossimi decenni di milioni di lavoratori stranieri. “Non siamo mai stati così vicini a una rottura del patto sociale”, ha avvertito.

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