Come dovrebbe configurarsi il rapporto fra sinistra moderna e ortodossia liberale, davanti alle sfide di oggi? Il recente attacco frontale di The Economist contro il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham (AB) solleva questioni rilevanti non solo per il Regno Unito, ma anche per tutte le democrazie occidentali.

Per sgombrare il terreno da equivoci: la Gran Bretagna non può certo ricreare artificialmente la struttura industriale degli anni Sessanta e Settanta; i sussidi ai consumi non possono sostituire la crescita della produttività; e qualsiasi governo, tanto più nell’attuale situazione dei mercati obbligazionari, deve dimostrare che le proprie ambizioni di spesa sono compatibili con finanze pubbliche sostenibili. Se per “reindustrializzazione” AB intendesse protezione indiscriminata di produzioni britanniche non competitive, o se la “flessibilità” fiscale significasse semplicemente finanziare maggiore spesa corrente attraverso il debito, The Economist avrebbe ottime ragioni per preoccuparsi.

Ma è questo che Burnham sta promuovendo, o solo una sua versione caricaturale? Ed è stata davvero questa l’esperienza di AB come sindaco di Greater Manchester?

Ecco qualche riflessione articolata su cinque punti, prima di tirare le somme.

Politiche industriali

Burnham ha proposto che ogni regione individui “clear and credible industrial ambitions” basate sui propri vantaggi comparati. Ha parlato esplicitamente di fare della Gran Bretagna una “Innovation Nation”. Ha proposto di mettere insieme capitale pubblico e privato attraverso “Good Growth Funds” regionali.

Come sindaco di Greater Manchester dal 2017 fino a pochi giorni fa, AB aveva adottato una strategia mirata a “frontier sectors” come “advanced materials and manufacturing, health innovation and life sciences, digital, tech and AI”. Il tutto partendo da capacità scientifiche e industriali già presenti sul territorio.

L’approccio è quello di una moderna politica industriale “mission-oriented”, per usare l’espressione dell’economista Mariana Mazzucato: il settore pubblico non sostituisce l’impresa privata, ma favorisce la mobilitazione di capitale privato individuando opportunità strategiche, creando infrastrutture e istituzioni, e riducendo il rischio iniziale degli investimenti.

Negli anni ’70 si proteggevano singole imprese in quanto nazionali e si decideva centralmente cosa dovesse essere prodotto. L’approccio di Burnham — e in larga misura anche quello dei rapporti Draghi e Letta, nell’Unione Europea — è invece un altro: definire obiettivi collettivi (innovazione per la produttività, decarbonizzazione, sicurezza energetica, autonomia digitale, salute, difesa comune) e poi usare procurement, ricerca pubblica, regolazione, infrastrutture e capitale pubblico per creare mercati e attirare il settore privato.

Ovviamente anche questa strategia può fallire. Si può puntare sulle tecnologie sbagliate, farsi catturare da vested interests, finanziare imprese poco produttive o scivolare nel protezionismo. Ma sono questi i rischi veri da discutere, non la critica generica del ritorno agli anni Settanta.

Decentramento e sussidiarietà

Burnham non propone solo uno Stato centrale più interventista; propone anche di spostare una parte importante della capacità economica dallo Stato centrale alle città e alle regioni.

La domanda diventa quindi: può uno Stato più decentrato, come quello cui aspira AB, stimolare innovazione e investimenti meglio di uno Stato centrale che si limita a creare condizioni generali favorevoli al mercato? A quali condizioni?

Il “Good Growth Fund” di Greater Manchester ha poco a che vedere con il vecchio modello di impresa pubblica. Quantità limitate di capitale pubblico sono state usate per rendere bancabili progetti che altrimenti non sarebbero partiti, attirando poi capitale privato tramite strategie di leverage. Il primo investimento da £400 milioni era pensato per mobilitare altri £1,3 miliardi di capitale privato. In alcuni programmi più recenti, ogni £1 pubblico dovrebbe attivare circa £4 di investimento privato.

In questo schema il settore pubblico fa da catalizzatore, coordinatore e “investitore paziente” a livello locale. Non sostituisce il mercato. Questo cambia parecchio la natura dell’intervento. Una politica industriale nazionale che prova a scegliere i “vincitori” da Londra è molto esposta a limiti informativi. Una politica “place-based”, almeno nelle intenzioni, permette invece alle realtà locali di costruire strategie diverse attorno ai propri cluster, università e competenze.

È una scommessa, certo. Ma un modello basato sulla sussidiarietà non è la stessa cosa dello statalismo centralizzato degli anni Settanta.

Politiche fiscali

Anche la critica dell’Economist sui temi fiscali coglie un rischio reale, ma arriva troppo rapidamente a conclusioni negative.

L’errore di Liz Truss nel 2022 è stato annunciare misure molto costose senza un quadro macroeconomico credibile e in aperto conflitto con le istituzioni fiscali. AB non può ignorare quella lezione. Con rendimenti elevati sui titoli di Stato britannici e uno spazio fiscale limitato, un programma di tagli fiscali e aumento permanente della spesa corrente non finanziato sarebbe rapidamente messo sotto pressione dai mercati.

Finora però AB ha mandato segnali diversi. Ha ribadito la disciplina delle regole fiscali e ha scelto John Healey come cancelliere. Non è una garanzia per il futuro, ma non è nemmeno una “Trussonomics di sinistra”.

La vera domanda è un’altra: cos’è la flessibilità fiscale di cui parla Burnham? Se significa indebitarsi per finanziare in modo permanente sussidi e spesa corrente, l’Economist ha ragione. Se invece significa distinguere meglio tra consumi pubblici e investimenti che aumentano la capacità produttiva futura, potrebbe avere torto.

Nell’UE, tra l’altro, si sta spingendo in una direzione simile, anche se con fatica. Draghi parla da tempo di debito “buono” e “cattivo”. Le nuove regole fiscali del 2024 mantengono i vincoli sulla sostenibilità del debito, ma permettono agli Stati Membri di prolungare il percorso di aggiustamento fiscale fino a sette anni se si impegnano in riforme e investimenti credibili che aumentino crescita potenziale e resilienza.

Non è quindi un via libera a deficit senza limiti. È piuttosto un tentativo di combinare disciplina fiscale e maggiore qualità della spesa.

Resta però un punto chiave: non basta chiamare qualcosa “investimento” perché lo sia davvero. Anche qui, la prova dei fatti spetta a Burnham, così come ai governi dell’UE.

Politiche sociali

L’Economist ha criticato aspramente AB anche sulle politiche sociali, soprattutto quelle di social housing. Anche lì, secondo me, la lettura era semplificata.

È vero che assegnazioni quasi permanenti, scarsa verifica dei requisiti e pochi incentivi alla mobilità sono problemi reali. Ma questo non significa che il problema sia “troppo social housing”.

Il punto è il rapporto tra domanda e offerta. Se oltre un milione di famiglie è in lista d’attesa e gli affitti privati nelle aree più dinamiche sono fuori portata per una parte crescente della popolazione, è difficile dire che l’offerta di case accessibili sia adeguata. Il problema di fondo è una carenza strutturale di abitazioni, frutto di decenni di investimenti insufficienti.

Se alcune famiglie oggi più benestanti continuano a beneficiare di affitti molto agevolati, la risposta è introdurre controlli periodici del reddito e canoni più progressivi, non smantellare il sistema. Trasformare l’edilizia sociale in affitti di mercato con sussidi monetari — come propone l’Economist — rischia invece di spostare soldi pubblici verso i proprietari senza aumentare l’offerta di case.

Il vero nodo è che si costruisce troppo poco. E se è così, perché escludere a priori il settore pubblico dall’aumento dell’offerta?

Anche la critica dell’Economist che il social housing riduca la mobilità va presa con cautela. È vero che può ridurre alcuni incentivi a spostarsi, ma è altrettanto vero che molte persone non si spostano proprio perché nelle aree più dinamiche non trovano case accessibili. Più social housing nelle città potrebbe invece aiutare lavoratori essenziali come insegnanti, infermieri e giovani a vivere vicino ai posti di lavoro. A questo si aggiungono effetti meno visibili ma importanti, come stabilità familiare, migliori condizioni di salute e minori costi indiretti per il welfare.

AB non nega che serva anche più edilizia privata. Ma questo non rende inutile il social housing. In una fase di scarsità, può essere parte della soluzione insieme al mercato. La domanda vera è: quale mix tra pubblico e privato può far funzionare di nuovo il mercato immobiliare?

Strategia politica

Sottostante a questi temi di politica economica e sociale è una questione politica che, secondo chi scrive, è il vero tema da affrontare nelle nostre democrazie in crisi: c’è un disperato bisogno di politici dotati di capacità di coinvolgimento, che non si propongano però come salvatori della patria, bensì come catalizzatori in grado di convogliare dal basso competenze ed energie positive che sono presenti nella società e nell’economia.

Servono politici in grado di coniugare una visione a lungo termine — Burnham propone un orizzonte di dieci anni — con una narrazione vincente e obiettivi concreti, che rispondano alle reali priorità dei cittadini.

AB insiste giustamente sul tema della collaborazione. Viene in mente quella che Papa Leone XIV chiama, nella sua enciclica Magnifica Humanitas, la “ricostruzione delle mura di Gerusalemme”: mettere insieme persone e istituzioni diverse per un progetto comune. Tradotto in politica economica: partnership tra politica, imprese, istituzioni pubbliche, comunità locali, sindacati, università e società civile.

È questo che manca alla politica, oggi, ma è urgente ovunque, a partire dall’Europa.

Si pensi, per contro, alle misure recentemente adottate dal governo Merz in Germania: è probabile che vengano percepite come decisioni calate dall’alto, frutto di estenuanti trattative tra politici anziché di un dialogo con la società. Intanto l’AfD resta molto forte nei sondaggi, tra il 26 e il 29%. Non c’è un rapporto causale semplice, ma il dato fa pensare a una distanza crescente tra istituzioni e cittadini — distanza che, invece, un approccio á la Burnham tenderebbe a colmare.

Questo non significa che AB non possa fallire. La leadership partecipativa non basta: contano i risultati. Però l’idea di provare a mobilitare la società invece di amministrarla dall’alto merita attenzione, indipendentemente dalla matrice politica.

Conclusioni

The Economist parte da una visione della crescita che privilegia il ruolo del mercato: il ruolo dello Stato è liberalizzare, aumentare la mobilità del lavoro e del capitale, favorire il libero scambio globale.

Ma questa impostazione, da sola, rischia di non trarre lezioni importanti dall’esperienza degli ultimi 45 anni. Sottovaluta l’importanza di quello che Raghuram Rajan chiama il “terzo pilastro”: il ruolo delle comunità locali e corpi intermedi. Ignora l’importanza di istituzioni capaci di coordinare investimenti, innovazione, infrastrutture e capitale umano. Si limita a favorire lo spostamento degli abitanti delle regioni deindustrializzate verso aree dove già si concentra il lavoro — una strategia di crescita, questa, socialmente insostenibile, mentre occorre anche cercare di creare nuovi ecosistemi produttivi dove quelli vecchi sono spariti.

Questo non significa affatto che le politiche liberali dell’Economist siano da rigettare in blocco. Anzi, forse il punto è proprio questo: sia Burnham sia l’Economist tendono a presentarsi retoricamente come alternative politiche mentre, in realtà, dovrebbero essere complementari. Una strategia credibile ha bisogno di entrambe le cose: concorrenza, apertura internazionale, semplificazione, condizioni favorevoli agli investimenti — ma anche investimenti pubblici, politica industriale mirata, innovazione mission-oriented, partnership pubblico-private e maggiore decentramento.

L’alternativa a un laburismo á la Burnham non è il liberalismo — con cui questo modello può e deve combinarsi — ma sempre più spesso il populismo, nazionalista o tecnocratico, che prospera proprio quando Stato, mercato e società smettono di dialogare.

*Ettore Dorucci un ex manager della Banca centrale europea (BCE) e membro del Movimento Federalista Europeo (MFE). 

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