Gli Stati Uniti hanno introdotto nuovi dazi compresi tra il 10% e il 12,5% sulle merci provenienti da 60 partner commerciali, tra cui Unione europea e Cina, accusati da Washington di non contrastare in modo adeguato l’ingresso nelle proprie catene di approvvigionamento di prodotti realizzati attraverso il lavoro forzato.

La misura, entrata in vigore alla scadenza della tariffa globale temporanea del 10%, rappresenta il primo tentativo dell’amministrazione guidata da Donald Trump di ricostruire una barriera doganale quasi universale dopo che, a febbraio, la Corte Suprema aveva annullato i dazi “reciproci” imposti sulla base della legislazione sullo stato di emergenza nazionale.

In questa occasione, la Casa Bianca ha fatto ricorso alla Sezione 301 del Trade Act del 1974, una base giuridica già utilizzata in passato e considerata meno vulnerabile alle contestazioni giudiziarie. Il nuovo regime copre il 99,4% delle importazioni statunitensi, ma prevede numerose esenzioni, tra cui petrolio e gas, fertilizzanti, alcuni prodotti alimentari, minerali critici, aeromobili e beni già sottoposti ai dazi di sicurezza nazionale su automobili, acciaio, alluminio e rame.

Secondo il rappresentante statunitense per il Commercio Jamieson Greer, l’iniziativa mira a correggere contemporaneamente una violazione dei diritti umani e una distorsione commerciale. “Gli Stati Uniti hanno un divieto di importazione di manodopera forzata da quasi un secolo e lo applicano rigorosamente. È giunto il momento che i nostri partner commerciali facciano lo stesso”, ha dichiarato.

La giustificazione è stata respinta da diversi governi, che hanno contestato l’idea di non disporre di strumenti adeguati contro il lavoro forzato. Le reazioni dei mercati sono state tuttavia limitate: i rendimenti obbligazionari sono saliti leggermente per il rischio di nuove pressioni inflazionistiche, ma l’attenzione degli investitori è rimasta concentrata soprattutto sulla crisi in Medio Oriente.

Accordo UE-USA, dal primo luglio scattano i tagli ai dazi sui prodotti americani

Bruxelles sceglie la prudenza

Sul fronte europeo, la Commissione ha scelto per ora una linea prudente, evitando di annunciare contromisure immediate e riservandosi di verificare se le nuove tariffe statunitensi restino compatibili con l’accordo commerciale di Turnberry, raggiunto a fine luglio dello scorso anno, che prevede un tetto del 15% per gran parte dei prodotti europei.

Bruxelles ha sostanzialmente contestato la motivazione avanzata da Washington per poter introdurre i dazi, secondo cui l’UE non applicherebbe in modo adeguato i divieti sul lavoro forzato. “Siamo rimasti sorpresi di vedere l’Unione europea inclusa nell’elenco, perché disponiamo di standard molto elevati in materia di lavoro e abbiamo rispettato gli impegni assunti nell’accordo commerciale”, ha affermato l’Alta rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’UE, Kaja Kallas, chiedendo “chiarimenti” agli Stati Uniti.

A ribadire la posizione di Bruxelles è stata anche la portavoce capo della Commissione europea, Paula Pinho, intervenuta venerdì durante il briefing di mezzogiorno a Palazzo Berlaymont. Pinho ha anzitutto chiarito che il nuovo regime tariffario statunitense, entrato in vigore venerdì, sostituisce i dazi temporanei introdotti dopo la sentenza della Corte Suprema e prevede per l’Unione europea un dazio onnicomprensivo del 10%.

“È estremamente importante sottolineare che questo nuovo regime tariffario per l’UE, in vigore da oggi, comprende un dazio onnicomprensivo del 10% ed è conforme agli impegni assunti dagli Stati Uniti nella dichiarazione congiunta UE-USA”, ha affermato Pinho. “Le tariffe ora imposte restano ampiamente entro il tetto massimo del 15% concordato. In altre parole, con questo nuovo regime tutte le esportazioni dell’UE beneficeranno di un trattamento uguale o migliore rispetto a quello previsto dall’accordo UE-USA e dal tetto tariffario del 15%”.

La portavoce ha inoltre rilevato che il nuovo regime “ripristina integralmente le esenzioni tariffarie aggiuntive per l’Unione europea”, aggiungendo che Bruxelles prende atto “positivamente” della conformità delle misure annunciate da Washington agli impegni già concordati. “Noi abbiamo già rispettato la nostra parte dell’accordo, con gli impegni tariffari entrati in vigore il primo luglio di quest’anno, e ci aspettiamo che gli Stati Uniti continuino a rispettare i termini della dichiarazione congiunta”, ha sottolineato.

Più netta la risposta di Pinho sulla giustificazione scelta dalla Casa Bianca. “Non siamo d’accordo con la premessa di questa indagine ai sensi della Sezione 301 sul lavoro forzato e lo abbiamo comunicato anche alle nostre controparti statunitensi”, ha dichiarato. “L’UE dispone già di norme solide sul lavoro forzato e respingiamo pertanto completamente l’idea che possa essere considerata parte del problema globale del lavoro forzato”.

Rispondendo anche alle critiche del rappresentante statunitense per il Commercio Jamieson Greer sull’applicazione delle regole digitali europee, Pinho ha poi aperto alla prosecuzione del confronto, ma senza mettere in discussione l’autonomia normativa dell’Unione. “Nella stessa dichiarazione c’è un invito al dialogo, che accogliamo pienamente. Siamo pienamente impegnati in questo dialogo, preservando al tempo stesso la nostra autonomia regolamentare”, ha affermato. “Continueremo a confrontarci e continueremo ad applicare la nostra legislazione, che non è discriminatoria nei confronti di alcun Paese: guarda alle imprese e offre loro la possibilità di correggere le condotte non conformi al diritto europeo”.

Come sottolinea Reuters, la cautela europea non elimina però le incognite: un’ulteriore indagine statunitense sulla sovraccapacità produttiva potrebbe infatti condurre a nuovi dazi contro 16 partner commerciali, compresa l’UE.

L’ex capo negoziatore europeo Ignacio García Bercero ha osservato che Washington sembra essersi adoperata per mantenere le nuove misure entro i limiti dell’accordo con Bruxelles, ma ha invitato a non sottovalutare il rischio rappresentato dalle successive iniziative ai sensi della Sezione 301.

Trump prepara nuovi dazi su decine di Paesi mentre si aggrava la guerra con l’Iran

Una misura globale, ma dagli effetti diseguali

Un dazio del 10% è stato applicato, tra gli altri, a Regno Unito, Canada, Messico, India, Indonesia, Bangladesh e Pakistan. Altri 38 Paesi, compresi Cina e Vietnam, sono stati colpiti con un’aliquota del 12,5%.

La Cina ha respinto la decisione, ribadendo la propria opposizione alle tariffe unilaterali e sostenendo che le guerre commerciali non producono benefici per nessuna delle parti. Australia, Brasile e Norvegia hanno definito le misure prive di giustificazione, mentre il Canada ha scelto una risposta più prudente, annunciando la prosecuzione del dialogo con Washington.

Più favorevole il giudizio del Regno Unito, che ha sottolineato come il proprio accordo con gli Stati Uniti resti in vigore e abbia comportato l’azzeramento dei dazi su whisky e tecnologie mediche. La Camera di commercio britannica ha comunque descritto il risultato come ambivalente: Londra ottiene condizioni migliori per alcuni settori, ma perde parte del proprio vantaggio competitivo rispetto all’UE su altre categorie di merci.

Nonostante l’ampiezza formale della misura, il suo impatto immediato potrebbe essere meno dirompente di quanto suggerisca la platea dei Paesi coinvolti. Kelly Ann Shaw, già consigliera commerciale della Casa Bianca durante il primo mandato di Trump, ha osservato, citata da Reuters, che le aliquote corrispondono in larga parte a quanto già preannunciato e che l’amministrazione ha ampliato l’elenco delle esclusioni con circa 471 prodotti.

“Penso che, in termini di impatto economico, si tratti più che altro di uno status quo”, ha affermato. La novità principale non risiede quindi soltanto nel livello dei dazi, ma nella costruzione di una nuova architettura giuridica con cui Trump tenta di rendere permanente e più resistente alle contestazioni giudiziarie la propria politica tariffaria globale.

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