Il 2027, con una sequenza di elezioni decisive in Italia, Francia, Spagna e Polonia, potrebbe diventare un passaggio cruciale anche per il futuro dell’Unione europea. È da questa prospettiva che si è sviluppato il confronto “ÈU Ora! Come svegliare l’Europa!”, organizzato a Bergamo da Focus Europe, con la partecipazione dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dell’eurodeputato del Partito democratico Giorgio Gori e del direttore del Centro d’eccellenza Jean Monnet fEUture dell’Università eCampus, Roberto Castaldi.
Il punto di partenza del dibattito è stato il decennale del referendum britannico sulla Brexit. Aprendo l’evento, la sindaca di Bergamo, Elena Carnevali, ha ricordato che quella consultazione venne percepita come l’inizio di una possibile disgregazione europea, ma il bilancio degli ultimi dieci anni racconta soprattutto il prezzo pagato dal Regno Unito, tra instabilità politica, difficoltà economiche e perdita di peso internazionale. Nel frattempo, l’Europa è stata investita da una successione di crisi: la guerra russa contro l’Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, l’emergenza energetica, la pressione dei dazi e il deterioramento delle relazioni transatlantiche.
Secondo Carnevali, il dato che emerge da questa fase è che la sovranità nazionale, da sola, non costituisce più una risposta sufficiente. La capacità di proteggere cittadini, imprese e territori passa necessariamente attraverso una maggiore cooperazione europea, che deve tradursi anche nelle politiche locali: dalla transizione ecologica alla ricerca, dall’istruzione alla gestione dell’inverno demografico, fino a una nuova visione del Mediterraneo non soltanto come confine, ma come spazio di mobilità e cooperazione.
L’ex presidente del Consiglio e già commissario UE all’Economia, Paolo Gentiloni, ha collocato il dibattito dentro una trasformazione più ampia. Da un lato, ha osservato, il consenso verso l’Unione europea è cresciuto e raggiunge livelli che non si vedevano da tempo. Dall’altro, l’Europa si trova davanti alla rottura di fatto di un equilibrio transatlantico che per decenni ha garantito sicurezza politica e strategica al continente. Per l’ex commissario europeo, continuare a coltivare la nostalgia di quel rapporto non basta: “la nostalgia non è una strategia”.
Gentiloni ha riconosciuto che l’Unione ha iniziato a reagire. Rispetto al 2014, quando all’annessione russa della Crimea non seguì una risposta europea adeguata, la reazione all’invasione dell’Ucraina è stata più solida. Sul commercio, Bruxelles ha cercato di ampliare la rete di accordi con partner come Mercosur e India. Anche sul terreno della difesa, tema rimasto per oltre vent’anni in una dimensione quasi esclusivamente dichiarativa, qualcosa ha iniziato a muoversi. Ma il giudizio resta severo: il risveglio europeo è ancora “parziale e lento”.
La questione centrale, per Gentiloni, è evitare che l’attuale accelerazione della spesa militare si trasformi in una frammentazione permanente. Il riarmo nazionale rischia infatti di produrre squilibri economici e strategici tra gli Stati membri, con una Germania destinata a raggiungere livelli di spesa incomparabili rispetto agli altri grandi Paesi europei. Da qui la necessità di una difesa comune, non come alternativa pacifista alla sicurezza, ma come condizione per fare dell’Europa una potenza capace di difendere la pace dentro e fuori i propri confini.
Accanto alla difesa, l’ex presidente del Consiglio ha indicato la necessità di un nuovo debito comune europeo. L’Unione, ha ricordato, non dispone ancora di un vero safe asset comparabile ai titoli del Tesoro statunitensi, né di un mercato finanziario integrato capace di sostenere programmi di larga scala su difesa, intelligenza artificiale e politica industriale. L’esperienza del debito comune attivato durante la pandemia ha mostrato che, in condizioni eccezionali, l’Europa può superare i propri tabù. Il problema è se quella svolta resterà un’eccezione o diventerà il punto di partenza per una nuova capacità fiscale europea.
Giorgio Gori ha insistito sul legame tra i diversi dossier: sicurezza, competitività, transizione energetica, digitale, bilancio comune e capacità di investimento non possono essere trattati come capitoli separati. La distanza di produttività tra Europa, Stati Uniti e Cina continua ad allargarsi, mentre il rapporto Draghi, pur molto citato nel dibattito politico, resta largamente non attuato al di là delle misure di semplificazione.
Per l’eurodeputato democratico, nessuno Stato membro è più in grado di affrontare da solo queste sfide. Eppure, proprio nei governi che si dichiarano europeisti, continua a pesare una forte spinta nazionalista. Il nodo resta l’unanimità: finché le decisioni più rilevanti dipenderanno dal veto di ogni singolo Paese, l’Unione continuerà a muoversi troppo lentamente rispetto alla velocità delle crisi.
Roberto Castaldi ha portato il confronto sul terreno istituzionale, sostenendo che occorra passare dalla discussione sugli obiettivi a quella sugli strumenti. Una federazione europea, ha argomentato, non significherebbe cancellare gli Stati membri, ma restituire ai cittadini una parte della sovranità che gli Stati nazionali hanno ormai perso nella competizione globale. L’alternativa concreta non è più tra disarmo e riarmo, ma tra riarmo nazionale e costruzione di una difesa europea.
Castaldi ha ricordato come l’insieme dei Ventisette disponga già della seconda spesa militare mondiale, ma con un livello di efficienza molto più basso rispetto agli Stati Uniti, a causa della frammentazione di sistemi d’arma, programmi industriali e catene decisionali. Da qui la proposta di rafforzare il pilastro europeo della Nato, investire in capacità comuni di intelligence, trasporto, difesa aerea e cybersicurezza, e vincolare maggiormente gli strumenti finanziari europei ai progetti realmente condivisi.
[a cura di Simone Cantarini]

