Martedì 23 giugno l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha incontrato a Tirana il primo ministro albanese Edi Rama, accompagnato dal ministro dell’Energia e delle Infrastrutture Enea Karakaçi e dalla ministra dell’Economia e dell’Innovazione Delina Ibrahimaj.

Nel corso dell’incontro, Eni e i due dicasteri hanno firmato un memorandum d’intenti per la realizzazione congiunta di uno studio di fattibilità sulla costituzione di una riserva strategica nazionale di idrocarburi e di un hub energetico in Albania. Lo studio dovrà valutare la fattibilità tecnica, economica, finanziaria, legale e regolatoria del progetto, oltre alle opportunità di approvvigionamento del mercato albanese in prodotti energetici.

Karakaçi ha definito la sicurezza energetica un pilastro della sicurezza nazionale e dello sviluppo economico del paese, sottolineando che l’obiettivo è ridurre l’esposizione dell’Albania agli shock dei mercati internazionali; il ministro ha anche annunciato che è già pronta una bozza di legge sulla costituzione e gestione delle scorte petrolifere strategiche. Rama, da parte sua, ha rivendicato lo stretto rapporto strategico con l’Italia e con Eni, spiegando che il nuovo operatore nascente si assumerà la responsabilità di garantire la riserva di petrolio del paese.

Durante l’incontro, Rama e Descalzi hanno anche fatto il punto sulle altre attività di Eni in Albania, in particolare sul progetto di interconnessione elettrica rinnovabile merchant tra Albania e Italia e sulle attività esplorative di idrocarburi.

Secondo le stime più accreditate l’Albania dispone di circa 150milioni di barili di petrolio pesante, un volume modesto che paragonato ai grandi produttori mondiali, ma decisamente rilevante nell’area dei Balcani Occidentali.

Un ritorno recente, non una presenza ininterrotta

Eni è presente in Albania dall’inizio degli anni ’90, quando si aggiudicò due blocchi offshore, Adriatiku-2 e Adriatiku-4, ma dopo aver perforato tre pozzi esplorativi senza scoperte commerciali, rilasciò le concessioni nel 1999.

La compagnia italiana è rientrata nel paese solo nel 2019, quando, unica azienda a partecipare alla gara internazionale bandita dall’Agenzia nazionale albanese delle risorse naturali (Akbn), si è aggiudicata, con una quota di partecipazione del 100%, il blocco onshore di Dumre: 587 km², un’area pari a circa tre volte la superficie di Milano, situata a 40 km a sud di Tirana.

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Il Production Sharing Contract, firmato da Descalzi con l’allora ministra delle Infrastrutture e dell’Energia Belinda Balluku – oggi ex Vice primo ministro indagata dalla procura anticorruzione SPAK –  è entrato in vigore nel marzo 2020, e prevede come operatrice del blocco Dumre la controllata Eni Albania B.V.

Le attività di perforazione del primo pozzo esplorativo, denominato Dumrea Deep-1, sono slittate più volte: i lavori preparatori, originariamente previsti per la fine del 2023, sono partiti a dicembre 2024, con la fase di perforazione stimata in circa 211 giorni. Ancora a fine gennaio di quest’anno, in un nuovo incontro tra Descalzi e Rama, Eni descriveva l’iniziativa come un’attività esplorativa concentrata sul gas, tuttavia ad oggi non sono state annunciate scoperte commerciali né avviate estrazioni.

La concorrenza cinese e l’addio di Shell

Eni non è la sola compagnia interessata agli idrocarburi albanesi, la presenza più rilevante nel Paese resta quella cinese. Geo-Jade Petroleum – che ha acquisito l’altra società cinese Bankers Petroleum attiva nel Paese – è il principale operatore per volumi estratti grazie al giacimento onshore di Patos-Marinza, nei pressi di Fier. A dicembre 2024 l’azienda ha avviato una nuova campagna di perforazione con l’obiettivo dichiarato di portare la capacità del giacimento a un milione di tonnellate annue, equivalenti a circa 20mila barili al giorno, diventando il primo operatore straniero sul territorio per volume.

Il rivale di Geo-Jade Petroleum, l’olandese Shell, ha infatti deciso di abbandonare le proprie attività di esplorazione in Albania, uscendo dal blocco 4, nel sud del paese, e sospendendo le operazioni sul giacimento di Shpirag, dopo perdite complessive stimate in circa 1,1 miliardi di euro.

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