La scorsa settimana, la ministra serba della Pubblica amministrazione e dell’Autogoverno locale Snežana Paunović ha fatto delle dichiarazioni sconvolgenti, affermando che, se si fosse trovata al posto di Slobodan Milošević, avrebbe “attuato la pulizia etnica del Kosovo nel 1998”.
Successivamente ha cercato di spiegare di non aver inteso dire che avrebbe ucciso gli albanesi, ma che chiunque non si considerasse sufficientemente cittadino della Repubblica Federale di Jugoslavia avrebbe dovuto essere costretto a lasciare il Kosovo e trasferirsi nel proprio “Paese d’origine”. Quando sono arrivate le condanne, la ministra non ha ritrattato le sue parole.
Ha affermato di mantenere le proprie posizioni, di appartenere allo stesso partito politico da 34 anni e di non preoccuparsi delle opinioni dei suoi critici. Il suo successivo intervento non ha attenuato la gravità della dichiarazione iniziale. Al contrario, l’ha resa ancora più inquietante, perché ha dimostrato che non si trattava di un’uscita infelice dettata dall’impulso, ma di una convinzione politica ponderata.
La pulizia etnica non è una metafora, una figura retorica, un’iperbole televisiva o una descrizione vaga di un’idea politica. Nei documenti delle Nazioni Unite, il termine indica la creazione di un’area etnicamente omogenea attraverso la forza o l’intimidazione, al fine di allontanare i membri di un determinato gruppo.
L’uccisione non è l’unico strumento di questa politica. Minacce, deportazioni, trasferimenti forzati, confisca delle abitazioni, distruzione delle proprietà e creazione di un clima di paura tale da costringere le persone alla fuga ne costituiscono l’essenza stessa. Quando la ministra afferma che non avrebbe ucciso gli albanesi ma li avrebbe mandati in Albania, non sta respingendo l’idea della pulizia etnica: la sta descrivendo con precisione.
È particolarmente allarmante che parole del genere provengano dalla ministra responsabile della pubblica amministrazione e delle autonomie locali. È proprio attraverso la pubblica amministrazione e le istituzioni locali che lo Stato entra ogni giorno in contatto con i propri cittadini. È qui che vengono rilasciati i documenti, registrati i bambini, esercitati i diritti, tutelata la proprietà e verificata l’effettiva uguaglianza di fronte alla legge.
La Costituzione serba garantisce l’uguaglianza e vieta ogni discriminazione fondata sulla nazionalità. Eppure la ministra responsabile di una parte del sistema incaricato di garantire tale uguaglianza ha dichiarato pubblicamente che misurerebbe il diritto di una persona ad appartenere allo Stato sulla base di un criterio di lealtà etnica e che priverebbe della propria casa chi non lo superasse.
Secondo il censimento del 2022, che non comprendeva il territorio del Kosovo, 61.687 cittadini della Serbia si sono dichiarati albanesi. La maggior parte vive a Preševo, Bujanovac e nei comuni circostanti del sud del Paese. Non sono ospiti il cui soggiorno dipenda dalla volontà dello Stato. Sono cittadini serbi, persone i cui diritti non dipendono da quanto forte proclamino la propria lealtà al Paese, dal fatto che sostengano o meno il governo o da come interpretino la propria identità nazionale.
Dopo le parole di Snežana Paunović, ogni albanese in Serbia ha il diritto di chiedersi se un membro del governo lo consideri un cittadino uguale agli altri oppure qualcuno al quale, un giorno, potrebbe essere indicata la strada verso il confine.
Gli anni Novanta sono iniziati proprio con questo tipo di classificazione politica degli esseri umani. Prima che comparissero le colonne di profughi, si parlava di popoli inaffidabili, territori storici, aree etnicamente desiderabili e cittadini che avrebbero dovuto trasferirsi nei luoghi che qualcun altro aveva dichiarato “propri”.
Quelle parole si trasformarono poi in uniformi, posti di blocco, campi, autobus e camion. Lasciarono dietro di sé una Vukovar devastata, una Sarajevo assediata, una Mostar divisa, fosse comuni, Srebrenica, villaggi incendiati e milioni di persone che una mattina si svegliarono senza una casa, una città o la vita che avevano conosciuto fino al giorno prima. Molti non arrivarono a vedere il mattino successivo.
Nel complesso delle guerre nell’ex Jugoslavia furono uccise più di 140.000 persone e quasi quattro milioni furono espulse o costrette ad abbandonare le proprie case. Nella sola Bosnia-Erzegovina morirono circa 100.000 persone e circa 2,2 milioni furono costrette a lasciare le proprie abitazioni.
Intere famiglie scomparvero nel giro di pochi giorni. Intere generazioni crebbero da rifugiati. Gli Stati si impoverirono, le città furono distrutte e le società avvelenate per decenni, mentre l’odio alimentato dai politici continuò a sopravvivere molto tempo dopo che gli ultimi colpi di arma da fuoco avevano cessato di risuonare. Membri di eserciti e gruppi armati diversi commisero crimini, e tra le vittime vi furono serbi, bosgnacchi, croati, albanesi, rom e appartenenti ad altre comunità. Ogni crimine merita condanna e ogni vittima merita dignità.
Allo stesso tempo, le politiche perseguite sotto il governo di Milošević trascinarono la Serbia nelle guerre, nelle sanzioni, nell’isolamento internazionale, nella devastazione economica e, infine, nei bombardamenti. Milošević fu incriminato davanti al Tribunale dell’Aia per deportazioni, omicidi, persecuzioni e altri crimini connessi al Kosovo, alla Croazia e alla Bosnia-Erzegovina. Il procedimento si concluse senza una sentenza a causa della sua morte, avvenuta nel 2006. La Serbia ha continuato a pagare il prezzo politico e umano del suo governo anche molto tempo dopo la sua scomparsa.
L’aspetto più pericoloso della dichiarazione di Snežana Paunović era racchiuso in una sola parola: “farei”. Con quella parola ha smesso di parlare del passato e ha rivelato ciò che lei stessa farebbe se avesse il potere. Ha presentato la catastrofe degli anni Novanta come un lavoro incompiuto e un’occasione mancata.
Nella sua spiegazione, il problema della politica di Milošević non era la persecuzione di una popolazione, ma il fatto che quella persecuzione non fosse stata condotta fino in fondo. Una simile posizione, espressa nel 2026 da un membro del governo serbo, rappresenta un insulto a ogni cittadino che negli ultimi venticinque anni ha cercato di far uscire questo Paese dalle macerie lasciate da una politica alla quale la ministra oggi dichiara pubblicamente la propria fedeltà.
Nel 1998 e nel 1999 furono commessi gravi crimini contro i civili albanesi in Kosovo e oltre 900.000 albanesi furono costretti a lasciare le proprie case. Dopo il ritiro delle forze serbe e l’arrivo delle missioni internazionali, iniziarono uccisioni, attacchi ed espulsioni di serbi, rom, ashkali, gorani e altri non albanesi. Circa 200.000 appartenenti a queste comunità lasciarono il Kosovo.
Migliaia di famiglie di ogni nazionalità vivono ancora oggi con le conseguenze delle sparizioni, degli omicidi, dei beni sottratti e dell’impossibilità di tornare nelle proprie case. Riconoscere i crimini commessi contro gli albanesi non diminuisce la sofferenza dei serbi. Condannare la persecuzione dei serbi non dà a nessuno il diritto di sostenere la persecuzione degli albanesi. Solo uno Stato serio può dire la verità su ogni vittima, respingendo al tempo stesso la vendetta collettiva come programma politico.
Per questo motivo la reazione di Ivica Dačić è ancora più sconvolgente. In qualità di presidente del Partito Socialista di Serbia (SPS), avrebbe potuto dimostrare che il suo partito aveva almeno compreso una parte delle conseguenze delle politiche degli anni Novanta. Come vice primo ministro, aveva il dovere di tutelare il prestigio dell’istituzione di cui fa parte. Come ministro dell’Interno, aveva il dovere di difendere l’ordine costituzionale e la sicurezza di ogni cittadino serbo.
Invece ha definito le critiche rivolte a Snežana Paunović “vergognose e ipocrite” e ha cercato di giustificare le sue parole richiamando le sofferenze dei serbi in Kosovo. Così facendo, ha trasformato il comportamento scandaloso di una ministra in una posizione pubblicamente difesa dal vice primo ministro.
Dačić sa benissimo che il linguaggio politico può avere conseguenze reali e giuridiche. Nel 2018 la Camera d’Appello del Meccanismo delle Nazioni Unite all’Aia pronunciò la sentenza definitiva nel caso di Vojislav Šešelj per il discorso tenuto a Hrtkovci il 6 maggio 1992, con il quale aveva incitato all’espulsione della popolazione croata. Fu riconosciuto colpevole di aver istigato la deportazione, la persecuzione mediante sfollamento forzato e altri atti inumani sotto forma di trasferimento coatto, tutti qualificati come crimini contro l’umanità. Fu condannato a dieci anni di carcere.
Quel caso dimostra che le parole dei politici, quando vengono pronunciate da una posizione di autorità e rivolte contro una determinata comunità, possono costituire il preludio immediato alla persecuzione e alla perdita della sicurezza, della proprietà e della propria casa.
L’appello di Dačić alle sofferenze dei serbi rappresenta anche un affronto alle stesse vittime serbe, perché trasforma il loro dolore in una giustificazione per espellere altri. I serbi costretti a lasciare Peć, Prizren, Đakovica o Priština non ottengono alcuna giustizia da una ministra che immagina un Kosovo senza albanesi. Le loro proprietà non saranno restituite, i dispersi non saranno ritrovati, i monasteri non saranno più sicuri e il ritorno non diventerà più facile perché un membro del governo utilizza il linguaggio della rappresaglia collettiva.
Parole del genere aiutano proprio quei circoli di Priština che cercano di rappresentare Belgrado come una minaccia permanente per gli albanesi e di liquidare ogni richiesta serba di tutela della comunità serba come una pretesa territoriale o etnica mascherata.
La Serbia è già impegnata in una difficile battaglia per garantire la sicurezza dei serbi in Kosovo, tutelarne i diritti, preservare le comunità locali, favorire il ritorno degli sfollati e proteggere il patrimonio religioso e culturale. La dichiarazione di Snežana Paunović rende questa battaglia ancora più difficile.
D’ora in poi, ogni avversario della Serbia potrà indicare il fatto che una ministra a Belgrado immagina apertamente un Kosovo ripulito dagli albanesi, mentre il leader del suo partito la difende. Una sola frase pronunciata in televisione ha danneggiato gli sforzi diplomatici dello Stato e le stesse persone che lo Stato ha il dovere di proteggere.
L’Unione europea ha già affermato che in Europa non c’è posto per un linguaggio che giustifichi o promuova la pulizia etnica e che dichiarazioni di questo tipo contraddicono gli obblighi della Serbia nel processo di normalizzazione delle relazioni con Priština. Questa reazione non è il frutto di un’ostilità nei confronti della Serbia. È la Serbia a danneggiare sé stessa quando un membro del suo governo sostiene l’espulsione di una popolazione e il vice primo ministro attacca i suoi critici anziché prendere provvedimenti nei confronti della ministra.
Il percorso europeo non riguarda soltanto capitoli negoziali, legislazione, fondi e incontri a Bruxelles. Esso richiede la garanzia fondamentale che chi esercita il potere non divida i cittadini tra coloro che appartengono allo Stato e coloro che dovrebbero esserne espulsi.
Il silenzio del primo ministro dopo un simile episodio non può continuare senza conseguenze. Đuro Macut deve chiarire se un membro del suo governo stesse parlando a nome dell’esecutivo serbo. Se così non fosse, deve adottare misure concrete.
Un incarico ministeriale non è una piattaforma privata e un governo non è una raccolta di individui liberi di annunciare davanti alle telecamere i propri progetti personali per modificare la composizione etnica di un territorio, per poi richiamarsi alla propria appartenenza partitica quando l’opinione pubblica chiede conto delle loro parole. Ogni giorno che passa senza una risposta chiara trasforma la dichiarazione di Snežana Paunović da scandalo personale in un peso che grava sull’intero governo.
La Serbia deve decidere quale tipo di Paese vuole essere. Uno Stato che appartiene a tutti i suoi cittadini non esamina il sangue, l’origine o le convinzioni politiche prima di riconoscere a una persona il diritto ad avere una casa. Uno Stato che rispetta le proprie vittime non cerca conforto nella fantasia di perseguitarne altre. Uno Stato che vuole un futuro europeo non può mantenere nel proprio governo una persona che rimpiange pubblicamente il fatto che Slobodan Milošević non abbia espulso ancora più persone.
Snežana Paunović ha fatto molto più che insultare gli albanesi. Ha umiliato la Serbia, danneggiato i suoi interessi e dimostrato quanto rapidamente la nostalgia politica per gli anni Novanta possa riemergere ai più alti livelli dello Stato. Ivica Dačić ha aggravato ulteriormente la situazione difendendola.
Ora il governo ha una sola scelta responsabile: respingere senza alcuna ambiguità le sue parole e dimostrare che non c’è posto, nelle sue file, per chi sostiene la pulizia etnica. Qualunque risposta inferiore a questa significherebbe che la Serbia, anche dopo oltre 140.000 morti e quasi quattro milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, non ha ancora compreso il costo di una politica che pretendeva di decidere chi avesse il diritto di continuare a vivere nella propria casa.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

