In Venezuela si continua a scavare fra le macerie per cercare di estrarre chi è ancora intrappolato fra le macerie degli edifici. Nel frattempo arrivano nel Paese centinaia di tonnellate di aiuti umanitari, personale medico e soccorritori stranieri, fra cui un contingente dei Vigili del fuoco e della Protezione civile italiana.

Salgono a quasi 1.500 le persone decedute – e oltre 50mila i dispersi – a causa del terremoto di magnitudo 7.2 e 7.5 che mercoledì 24 giugno ha fatto tremare il Venezuela e non solo. L’impatto è stato catastrofico. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) ha stimato che potrebbero essere oltre sei milioni le persone che sono state intaccate più o meno gravemente dal terremoto – quasi una persona su quattro. Inoltre, secondo le prime stime dell’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) i danni materiali diretti sarebbero di 6,7 miliardi di dollari, pari a circa il 6% del PIL, ma sono destinati ad aumentare: UNDP prevede che la cifra possa addirittura triplicare considerando i danni alle infrastrutture, le ripercussioni economiche più ampie e i costi di ricostruzione a lungo termine.

Ad oggi, sono almeno 774 gli edifici danneggiati, di cui 89 sono crollati completamente. Tra gli edifici danneggiati figurano 44 centri commerciali e 38 ospedali.

Il mondo si mobilita per il Venezuela

Da Caracas a Bogotà, da Pechino a Roma, decine di Paesi hanno fatto convergere sul Venezuela soccorritori, medicinali, ospedali da campo e finanziamenti, in quella che le autorità locali descrivono come una delle catene di solidarietà internazionale più ampie degli ultimi anni in America Latina.

A guidare il fronte degli aiuti finanziari sono stati gli Stati Uniti, che hanno messo sul piatto 150 milioni di dollari, di cui metà destinati a organizzazioni come il World Food Programme dell’Onu e l’International Medical Corps, l’altra metà confluita in un fondo comune delle Nazioni Unite, accompagnati dall’invio di navi da guerra, aerei da trasporto ed elicotteri. Una risposta che il segretario di Stato Marco Rubio ha promesso sarebbe stata “grande, veloce ed efficace”. Sul fronte opposto degli equilibri geopolitici, anche la Cina ha aperto il portafoglio con 100 milioni di yuan, circa 14,7 milioni di dollari, in forniture gratuite, oltre a immagini satellitari delle zone colpite messe a disposizione dei soccorritori.

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Sono però i vicini latinoamericani ad aver risposto con il maggior numero di squadre sul terreno.

Il Brasile ha fatto arrivare tre aerei militari con kit di farmaci essenziali, materiale chirurgico e la struttura per un ospedale da campo della Marina, insieme a un centinaio di depuratori d’acqua a energia solare e quasi cinquanta militari specializzati. Il Messico ha inviato 250 soccorritori, cinque cani da ricerca, quattro aerei e un drone. La Colombia ha mobilitato oltre sessanta tecnici, quattro unità cinofile e dodici tonnellate di equipaggiamento, a cui si sono aggiunti separatamente alcuni pompieri della città di Cali. Panama ha fatto decollare oltre 200 tonnellate di aiuti tra cibo e medicinali, mentre El Salvador ha già fatto arrivare 150 dei 300 soccorritori promessi insieme a 50 tonnellate di forniture.

Anche Cuba, nonostante la drammatica situazione interna, ha dispiegato personale sanitario già operativo nelle zone colpite, a cui si sono aggiunti l’Ecuador una quarantina di tecnici con cani da ricerca, e la Repubblica Dominicana che è stata la prima squadra straniera a raggiungere La Guaira, una delle aree più devastate, dove i soccorritori hanno lavorato senza energia elettrica, con torce e strumentazione specializzata.

Anche l’Europa ha risposto in fretta. La Spagna ha inviato un volo con i militari dell’unità di soccorso e pompieri della regione di Madrid, insieme a un milione di euro di aiuti d’emergenza. La Svizzera ha mobilitato 80 persone e 18 tonnellate di materiale, la Francia un’unità urbana di ricerca e soccorso con squadre cinofile e ingegneri, la Germania una squadra di protezione civile di 48 membri con relativi velivoli da trasporto. Si sono aggiunti i Paesi Bassi, con un pacchetto di due milioni di euro, la Repubblica Ceca, la Turchia con una sessantina di esperti tra soccorritori e medici, e persino l’Iran.

Dall’Italia, il 26 giugno, è decollato un primo volo con operatori dei Servizi Sanitari regionali e Vigili del Fuoco impegnati in ricerca e soccorso, assistenza medica e logistica, seguito da un secondo velivolo dell’Aeronautica Militare con tende autoportanti e il personale necessario a completare il modulo TAST dei Vigili del Fuoco, dedicato al supporto logistico e cartografico sul campo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che sono stati già stanziati 5 milioni di euro di cui 3 destinati alle organizzazioni italiane operanti nel Paese, uno alla Croce Rossa e alla Mezzaluna Rossa e uno per l’agenzia ONU World Food Program.

Dall’Asia sono arrivati due aerei militari indiani con un ospedale da campo e oltre 35 tonnellate di materiale sanitario, mentre dal Vietnam si attendono 82 specialisti con i relativi mezzi, e squadre di soccorritori sono già operative dal Giappone.

A completare il quadro sono le organizzazioni internazionali: la Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha stanziato 2,5 milioni di dollari e fatto partire dal proprio hub regionale di Panama un primo carico di 17 tonnellate tra kit igienici, zanzariere e attrezzature da cucina.

Anche Papa Leone XIV ha inviato un primo contributo d’emergenza di 100mila euro tramite la Caritas vaticana, mentre lo chef Josè Andrés, fondatore di World Central Kitchen, distribuisce già pasti a Caracas e ha promesso un milione di dollari dal proprio fondo Longer Tables.

Secondo il bilancio diffuso dal presidente del Parlamento venezuelano Jorge Rodríguez, il Paese ha finora ricevuto 2.624 soccorritori stranieri, 137 cani, 49 veicoli di supporto e 84,4 tonnellate tra equipaggiamento, medicinali e materiale medico-chirurgico, destinati a rafforzare la Protezione civile e la rete ospedaliera nazionale.

Anche Machado farà ritorno

María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e Premio Nobel per la Pace, ha annunciato l’intenzione di rientrare in patria. “È giunto il momento di tornare in Venezuela, è mio dovere stare accanto al mio popolo”, ha dichiarato a Fox and Friends, spiegando che dopo il sisma “dobbiamo stare insieme per abbracciarci, per soffrire e piangere insieme” e che la priorità resta salvare vite umane e assistere chi è stato colpito.

Machado vive nascosta dalle elezioni del 2024, contestate e ritenute fraudolente dall’opposizione, ed ha lasciato clandestinamente il Venezuela nel dicembre 2025 per ritirare di persona il Nobel, poi consegnato simbolicamente al presidente statunitense Donald Trump. Da allora non è più rientrata. Dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio da parte delle forze statunitensi, la leader avrebbe voluto tornare subito nel Paese, ma sia Trump che il segretario di Stato Marco Rubio l’avrebbero dissuasa, citando timori per la sua sicurezza e la necessità di privilegiare il dialogo con la presidente ad interim Delcy Rodríguez e con il governo provvisorio.

Il suo nuovo appello a rientrare, però, non sembra essere stato accolto con favore a Washington.

Secondo indiscrezioni del New York Times, riferite da due funzionari della Casa Bianca, l’amministrazione statunitense si sarebbe mostrata irritata dalle ripetute richieste di Machado di ricevere assistenza per facilitare il proprio ritorno proprio nei giorni dell’emergenza sismica: un funzionario avrebbe definito l’iniziativa una vera e propria “manovra politica”, arrivata mentre Washington e decine di altri Paesi erano concentrati nel coordinare i soccorsi e l’invio di aiuti. Gli stessi funzionari avrebbero precisato che gli Stati Uniti continuano a sostenere in linea di principio il desiderio di Machado di rientrare in Venezuela, ma non ritengono che questo sia il momento opportuno per farlo. Una portavoce della leader dell’opposizione non avrebbe risposto immediatamente alle richieste di commento.

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