Nel giro di diciassette giorni, a maggio, è successo qualcosa che gli storici dell’economia potrebbero un giorno indicare come il momento in cui l’intelligenza artificiale ha smesso di essere soltanto una tecnologia ed è diventata una materia prima. Il 12 maggio il CME Group ha annunciato, con la società di dati Silicon Data, i primi futures sulla “potenza di calcolo”, agganciati a un indice giornaliero dei prezzi di noleggio delle GPU. Il 19 maggio l’Intercontinental Exchange, casa madre del New York Stock Exchange, ha replicato con la società Ornn. Il 28 maggio Reuters ha rivelato che lo Shanghai Futures Exchange sta studiando qualcosa di diverso: futures non sull’hardware, ma sui token.

Due filosofie, un’unica condotta

La frattura più interessante non è tecnica. Gli Stati Uniti finanziarizzano l’input dell’AI: il costo di affittare i chip, l’infrastruttura, l’energia. “Il calcolo è il nuovo petrolio del XXI secolo”, ha sintetizzato il numero uno del CME Terry Duffy. La Cina punta invece sull’output, il consumo finale: il token, l’unità minima con cui i modelli elaborano e fatturano ogni richiesta. Pechino può permetterselo perché ha i numeri: secondo la National Data Administration il consumo cinese di token è passato da circa 100 miliardi al giorno a inizio 2024 a oltre 140.000 miliardi a marzo 2026, quasi mille volte in due anni, al punto che alcuni modelli razionano l’accesso. Quando una risorsa diventa scarsa e i prezzi oscillano, servono strumenti di copertura: è la storia di ogni commodity. E per Pechino non è solo finanza: prezzare il token significa trattare il calcolo come infrastruttura critica, spingere l’adozione interna e preparare il terreno per esportare i servizi AI a basso costo (quell’”elettricità digitale” su cui la Cina ha già un vantaggio di volume e di prezzo) come una futura merce strategica nella corsa con Washington.

La direzione cinese non è un’astrazione: a marzo Zhang Yunquan, dell’Accademia Cinese delle Scienze, ha proposto al parlamento il lancio di futures sul compute, e un preprint indipendente (Yicai Xing, AI Token Futures Market: Commoditization of Compute and Derivatives Contract Design) ne ha già disegnato il contratto, proponendo uno “Standard Inference Token” e un indice regolato per cassa, sul modello dei futures elettrici. Le sue simulazioni stimano una riduzione del 62-78% della volatilità dei costi di calcolo per le imprese, con l’avvertenza che si tratta di un lavoro non sottoposto a revisione paritaria. Il punto chiave: token e compute sono due anelli della stessa catena, perché il prezzo del calcolo (a monte) determina il costo del token (a valle). I futures americani e cinesi misurano due punti diversi della stessa condotta.

Chi fissa il prezzo, comanda

Perché conta? Perché chi fissa il benchmark fissa una porzione dell’architettura economica che gli sta sopra. Wall Street ha dominato il petrolio non solo estraendolo, ma prezzandolo: WTI e Brent sono il linguaggio in cui il mondo quota il greggio. Non è un caso che proprio l’ICE (la borsa su cui si scambia il Brent, accanto a gas, elettricità e permessi di emissione) sia tra le prime a lanciare futures sul compute: chi prezza l’energia del mondo si candida a prezzarne anche il calcolo, con la stessa promessa che fece la fortuna del petrolio finanziario, “un meccanismo di prezzo accettato a livello globale”. E qui c’è un dettaglio che dovrebbe interessare l’Europa: il Brent è un benchmark europeo, nato dal Mare del Nord. Un prezzo di riferimento globale, un tempo, l’Europa lo ha avuto. La domanda è se ne vorrà uno anche per l’intelligenza artificiale.

Ed è qui che la prospettiva europea, ancor di più se federalista, diventa scomoda. L’Unione investe con serietà sullo strato fisico dell’AI (gigafactory, EuroHPC, ecc.), ma lo strato finanziario, il prezzo di riferimento e il luogo dove le imprese andranno a coprirsi, si forma a Chicago, New York e Shanghai. Il rischio di medio periodo è quello del price-taker: un’azienda tedesca o un’app italiana si copriranno su piattaforme regolate dalla CFTC o dalla CSRC, pagando margini e clearing a infrastrutture non europee e accettando come «vero» un prezzo deciso altrove. È qui che la formula europea dell’open strategic autonomy, “aperti dove possibile, autonomi dove necessario”, viene messa alla prova: se ha un senso, non può fermarsi ai chip e ai data center, ma deve arrivare fino ai benchmark, perché un prezzo deciso altrove è proprio la dipendenza che dovrebbe prevenire. Con una cautela, però: i progetti di Shanghai sono preliminari, quelli americani ancora soggetti ad approvazione. Siamo all’inizio: il momento per sedersi al tavolo, non quando è già apparecchiato.

Chi, in Europa, può muoversi. E come

La domanda utile non è di chi lamentarsi, ma chi può sedersi a quel tavolo, con strumenti che l’Unione già possiede. Il veicolo politico, intanto, c’è: è la Savings and Investments Union, lanciata nel marzo 2025 come erede della Capital Markets Union e motivata dalla Commissione proprio con l’autonomia strategica. Un prezzo di riferimento europeo dell’AI è esattamente l’infrastruttura comune che dovrebbe abilitare, a patto che la DG FISMA (la commissaria Albuquerque) e la DG CONNECT lavorino insieme con un mandato che oggi non figura nel portafoglio di nessuno. Nemmeno la borsa andrebbe inventata da zero, perché lo stesso paper paragona i token all’elettricità e ai permessi di emissione, e l’Europa quota energia e CO₂ meglio di chiunque al mondo: la European Energy Exchange di Lipsia (gruppo Deutsche Börse), che gestisce le aste del sistema ETS, è il candidato più naturale a costruire un future sul compute, con Euronext, che controlla Borsa Italiana, ed Eurex pronte ad affiancarla.

Del resto, finché un contratto dedicato non esiste, la copertura più immediata a disposizione passa già dall’energia, dato che l’elettricità è la voce dominante sotto il costo del calcolo: e la borsa europea di riferimento per i futures sull’energia è, di nuovo, l’EEX. Prima del future, però, serve il sottostante, perché nessun derivato regge senza un indice spot credibile, ed è qui che la rete EuroHPC, le AI Factories e le future gigafactory (finanziate dai 20 miliardi di InvestAI e dotate, dal gennaio 2026, di un mandato giuridico esplicito) diventano decisive: quella capacità pubblica di calcolo potrebbe pubblicare un prezzo trasparente del compute europeo, l’equivalente sovrano degli indici di Silicon Data o di Ornn.

Anche il quadro regolatorio non andrebbe creato, ma soltanto applicato, visto che l’UE ha già il Benchmarks Regulation per disciplinare l’amministrazione degli indici finanziari e l’ESMA come supervisore: un “indice europeo del prezzo del calcolo” nato sotto quelle regole sarebbe robusto e credibile, a condizione di quella vigilanza più integrata a livello ESMA, cara alla SIU e a un think tank come Bruegel, che eviterebbe 27 mercati nazionali. La metodologia, poi, può venire dalla ricerca, come quel paper l’ha fornita alla Cina, che non a caso si appoggia alla teoria dei mercati a due versanti di Jean Tirole, Nobel a Tolosa: la Toulouse School of Economics, l’European University Institute con la sua Florence School of Regulation (esperta da decenni dell’analogia con i mercati elettrici), la Bocconi e di nuovo Bruegel hanno tutto il necessario per definire uno Standard Inference Token europeo, ed è un cantiere accademico che si potrebbe aprire domani.

Restano le imprese, che di un simile mercato sono insieme i clienti e i fornitori di dati: i cloud europei come OVHcloud e le iniziative sovrane di SAP e Schwarz Digits, i frontier lab del continente come Mistral e Aleph Alpha, e soprattutto le grandi telco (Deutsche Telekom, Orange, TIM, Telefónica) che, come i loro omologhi cinesi, hanno cominciato a vendere capacità di calcolo – per quanto limitata – sono gli alimentatori naturali di un indice fatto di transazioni reali e i primi a doversi coprire; coinvolgerle nella governance del benchmark è ciò che lo renderebbe liquido e legittimo. Nessuno di questi passi richiede un trattato nuovo: chiede di collegare cose che l’Europa ha già. La materia prima istituzionale c’è; serve la regia.

Come la vedono i grandi dell’AI

Nessuno lo dirà ad alta voce, ma la logica di mercato è trasparente. Per gli hyperscaler (AWS, Google, Microsoft, Oracle) la finanziarizzazione è a doppio taglio: un prezzo pubblico del calcolo rende più commodity ciò che oggi si vende come servizio differenziato, ma rende anche la spesa in AI prevedibile e copribile, abbassando la barriera all’adozione. Non a caso il paper indica le istanze spot di Amazon EC2 come l’antenato dei futures sul compute: il noleggio a prezzo variabile l’hanno inventato i cloud provider.

A spingere di più, però, sono gli attori nati per questo: i cosiddetti neocloud, i grandi marketplace di GPU come Hyperbolic, e gli index provider come Ornn e Silicon Data, che descrivono ormai il calcolo come un mercato globale di commodity più che come un servizio cloud tradizionale. Sono loro, insieme ai laboratori, a gestire l’esposizione più grande al prezzo del compute, e quindi i primi a volersi coprire. Per un laboratorio di frontiera come Anthropic, però, la commoditizzazione è più delicata, perché il token è l’unità di vendita: uno Standard Inference Token ancorato a un modello del gennaio 2024 è scomodo per chi vive del fatto che i propri token non sono affatto fungibili, perché la qualità, e la sicurezza, sono tutto il valore. È prevedibile che i frontier lab difendano una fascia premium, lasciando alla standardizzazione il volume di fascia bassa, dove la pressione dei modelli open cinesi è già feroce. Tutti, comunque, guarderanno a una variabile in apparenza secondaria: dove verranno domiciliati e regolati questi mercati. Perché chi ospita il benchmark ne scrive, in parte, le regole.

Non tutti, peraltro, sono convinti che sia il momento. C’è chi osserva che si rischia di finanziarizzare l’intelligenza artificiale prima ancora di averla resa davvero produttiva, e che costruire benchmark e derivati su un mercato così giovane può anticipare una bolla più che domarla. È un’obiezione seria, e vale anche per l’Europa: un indice sovrano ha senso se nasce su transazioni reali, non su aspettative. Ma è proprio questa la ragione per muoversi ora con i piedi per terra, partendo dal prezzo spot prima che dai futures, invece di restare a guardare e poi importare il prezzo deciso altrove.

La gara dell’AI non si gioca più solo su chi addestra il modello migliore o costruisce il data center più grande, ma su chi fissa il prezzo dell’intelligenza, e le due potenze hanno scelto due punti opposti. Washington prezza l’infrastruttura: i gigawatt di elettricità e i chip che fanno girare i modelli, cioè ciò che entra. Pechino prezza l’uso: il token, cioè ciò che esce. L’Europa gli ingredienti li ha tutti; le manca la decisione di metterli insieme. Sedersi a quel tavolo, invece di pagare il prezzo che altri quoteranno, è una scelta politica, non tecnica: una scelta che, come tante altre, ha senso prendere, se ci sarà la volontà.

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