Dall’Ucraina al Medio Oriente, al commercio internazionale, Giorgia Meloni chiede un maggiore ruolo dell’Europa, ma rilancia le prerogative nazionali sul fronte economico, della gestione dei fondi e della flessibilità fiscale, accompagnando la richiesta con nuovi attacchi all’Unione europea, dal Green Deal alla burocrazia. È quanto emerge dalle comunicazioni della presidente del Consiglio alla Camera dei deputati in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, che vedrà sul tavolo la guerra in Ucraina, la crisi in Medio Oriente, il prossimo Quadro finanziario pluriennale, le sfide economiche globali, la difesa e la sicurezza europea, la migrazione, il contrasto alle droghe illecite e il Semestre europeo.
Nell’intervento, Meloni ha costruito una linea di fondo coerente con l’impostazione del governo che risulta però contradditoria considerando la strenua opposizione dell’esecutivo al superamento del diritto di veto in seno ai 27. Da anni, e con maggiore forza dopo l’invasione russa dell’Ucraina, diversi governi, il Parlamento europeo e lo stesso ex presidente della Banca centrale europea (BCE) ed ex premier italiano Mario Draghi hanno sostenuto la necessità di ridurre il ricorso all’unanimità in settori strategici, dove il potere di veto di un singolo Stato membro può rallentare o paralizzare l’azione comune. Nelle repliche ai deputati, Meloni ha tuttavia osservato, che, nonostante la sua contrarietà al superamento dell’unanimità, di essere in qualche modo favorevole alla cosiddetta cooperazione rafforzata. “Penso che il fatto che oggi si discuta di recuperare la cooperazione rafforzata tra Paesi che scelgono su alcune cose liberamente di andare avanti…sia una strada che invece vada assolutamente esplorata”, ha affermato.
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Ucraina, il mediatore europeo e la critica ai formati ristretti
Sull’Ucraina, Meloni ha confermato il sostegno italiano a Kyiv e alla pressione su Mosca, indicando nelle sanzioni e nell’assistenza militare, energetica e alla ricostruzione gli strumenti necessari per costringere la Russia ad aprire una trattativa reale. “La nostra solidarietà all’Ucraina resta piena, convinta, concreta”, ha detto la presidente del Consiglio, rivendicando il sostegno alla difesa ucraina, alla resilienza del sistema energetico, alla sicurezza degli impianti nucleari e ai progetti di ricostruzione. “La nostra linea non cambia”, ha aggiunto, sostenendo che “mantenere la pressione su Mosca” resta “l’unico modo concreto” per creare le condizioni di una “seria stagione negoziale”.
Il passaggio più politico, tuttavia, riguarda il ruolo che l’Europa dovrebbe assumere in un eventuale negoziato. Meloni ha sostenuto che “coordinamento non significa delega” e che, in qualsiasi scenario di pace serio, molte condizioni “dipendono dall’Europa, riguardano l’Europa, impattano sull’Europa” e devono quindi essere negoziate dall’Europa. Da qui la proposta, rilanciata anche alla Camera, di individuare “una figura autorevole investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri” per rappresentare gli interessi europei al tavolo.
La richiesta contiene anche una frecciata evidente ai formati diplomatici più ristretti, in particolare ai tentativi condotti da Francia, Germania e Regno Unito per favorire il dialogo con Kyiv e con Mosca. Meloni non cita direttamente Parigi, Berlino e Londra, ma afferma che “procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce solo frammentazione, confusione, debolezza” e che “nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”.
Proprio mentre Meloni parlava alla Camera, a Mosca gli ambasciatori di Francia, Germania e Regno Unito incontravano il vicecapo della diplomazia russa, Sergej Ryabkov. Un incontro, definito “positivo” dallo stesso ministero degli Esteri russo.
Sull’allargamento, Meloni ha confermato il sostegno al futuro europeo dell’Ucraina, ma ha insistito sul principio del merito e della parità di trattamento con Moldova e Balcani occidentali. “L’Ucraina ha compiuto progressi significativi e dovrà continuare nel percorso di riforme, in particolare nel rafforzamento dello Stato di diritto e nella lotta alla corruzione”, ha dichiarato. Il messaggio è duplice: l’Italia non frena Kyiv, ma vuole evitare che l’allargamento all’Ucraina produca una corsia politica preferenziale a danno dei Balcani, dossier sul quale Roma rivendica continuità e attenzione strategica.
Il Libano del dopo UNIFIL è un banco di prova fondamentale per il ruolo dell’UE
Medio Oriente, Hormuz e Libano: diplomazia, rotte e sicurezza
Sul Medio Oriente, Meloni ha legato la crisi regionale agli interessi diretti dell’Italia e dell’Europa: libertà di navigazione, mercati energetici, catene di approvvigionamento, fertilizzanti, materie prime critiche e sicurezza dei militari italiani presenti nell’area.
“L’Italia non è parte del conflitto e non intende diventarlo”, ha affermato la premier, chiarendo che l’obiettivo del governo è evitare un allargamento della crisi e riportare il confronto “dentro un percorso politico e diplomatico”. La presidente del Consiglio ha però aggiunto che non essere parte del conflitto non significa restare fermi, ma proteggere cittadini, imprese, approvvigionamenti e rotte commerciali.
Per quanto riguarda gli sviluppi nello Stretto di Hormuz dopo il blocco totale della via d’acqua da parte di Teheran a seguito della ripresa delle ostilità con gli Stati Uniti, Meloni ha definito “inaccettabile qualsiasi tentativo di alterare unilateralmente le regole che garantiscono il libero transito attraverso lo Stretto”, perché “la libertà di navigazione è un bene comune mondiale e non può essere piegato a logiche di ricatto”.
L’Italia, ha precisato, è disponibile a contribuire agli sforzi internazionali, anche sul piano tecnico e operativo, ma “sempre in un quadro post-conflitto, con finalità esclusivamente difensive, nel rispetto della Costituzione e delle prerogative del Parlamento”.
Sull’Iran, la linea proposta è condizionale: accompagnare un ritorno verificabile al negoziato con un alleggerimento delle sanzioni, oppure rafforzare la pressione se Teheran continuerà a minacciare rotte strategiche, sostenere milizie e violare obblighi internazionali.
“Se l’Iran dimostrerà con i fatti di voler tornare su un percorso serio, verificabile e costruttivo, l’Europa dovrà essere pronta ad accompagnare quel percorso con un alleggerimento graduale e irreversibile ma anche rapido delle sanzioni”, ha detto Meloni, senza tuttavia fare riferimento alla causa scatenante della guerra in Medio Oriente, ovvero gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele lo scorso 28 febbraio. “Se invece Teheran continuerà sulla strada sbagliata, allora l’Unione Europea dovrà essere pronta a rafforzare la pressione anche attraverso nuove misure mirate”, ha aggiunto.
Il Libano viene inserito nella stessa cornice di instabilità regionale. Meloni ha ribadito che ogni attacco contro UNIFIL, il suo personale, le sue basi o la libertà di movimento della missione è “inaccettabile” e ha ringraziato i militari italiani impegnati sul terreno. Allo stesso tempo, ha sostenuto che una soluzione politica non può prescindere dal disarmo di Hezbollah e dal ritiro di Israele dal sud del Libano. “Chi colpisce o minaccia UNIFIL non colpisce soltanto una missione delle Nazioni Unite, colpisce la comunità internazionale”, ha affermato, presentando la missione come uno dei pochi presidi che hanno contribuito a evitare un conflitto più ampio.
Flotilla, l’Italia chiede sanzioni UE contro Ben Gvir: “Superata una linea rossa”
Israele, Ben-Gvir e il limite dell’approccio “pragmatico”
La parte su Israele è quella nella quale emerge con maggiore evidenza la tensione tra condanna di singoli comportamenti e rifiuto di una linea europea di isolamento. Meloni ha confermato il diritto di Israele a vivere in sicurezza, ma ha riconosciuto “l’inaccettabile gravità della situazione umanitaria a Gaza” e “l’illegalità degli insediamenti in Cisgiordania”. Ha rivendicato la posizione assunta insieme a Francia, Germania e Regno Unito contro il progetto di insediamento in Area E1, lo sfollamento forzato dei palestinesi e l’annessione della Cisgiordania.
La presidente del Consiglio ha poi annunciato il sostegno italiano a misure mirate contro i coloni violenti e contro il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir. “L’Italia intende sostenere misure mirate contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo, compromettendo la prospettiva dei due Stati, o come il ministro Itamar Ben-Gvir, che abbiamo chiesto di sanzionare a fronte dell’inaccettabile comportamento di cui si è reso protagonista nei confronti di cittadini italiani”, ha detto. Meloni ha inoltre definito le dichiarazioni di Ben-Gvir sull’Italia “inaccettabili per l’Italia ma anche poco dignitose per Israele”.
La contraddizione è nel passaggio successivo. Meloni chiede misure mirate, pressa la Commissione europea sulle restrizioni ai prodotti provenienti dagli insediamenti e condanna l’estremismo israeliano, ma respinge l’ipotesi di sospendere l’accordo di associazione UE-Israele. “L’isolamento di Israele è un fenomeno pericoloso che allontana la pace, la rende più difficile e finisce per rafforzare le posizioni più estremiste tanto in Israele quanto tra i nemici di Israele”, ha sostenuto, aggiungendo che “punire la società civile israeliana con misure restrittive” sarebbe “sbagliato” e “controproducente”.
Difesa UE, la Polonia incassa i primi 6,6 miliardi di SAFE. Italia ancora ferma
Difesa, spesa NATO e rinuncia allo strumento SAFE
Sul dossier difesa, Meloni ha difeso l’aumento della spesa come una necessità di sicurezza e autonomia strategica. “Oggi più che mai è necessario investire nella propria difesa per garantire la capacità di contare, decidere autonomamente, difendere i propri interessi”, ha detto, collegando il rafforzamento della base industriale nazionale alla cooperazione con partner NATO e con Paesi dell’Indo-Pacifico, dal Giappone all’India, fino alla Corea del Sud. Il lessico è quello dell’autonomia strategica aperta: più capacità europee, ma senza chiudere la porta alle partnership industriali e militari con alleati esterni.
Meloni ha rivendicato che l’Italia si presenterà al vertice NATO con “una percentuale del 2,8% del proprio prodotto interno lordo investito in difesa e sicurezza”, con un aumento dello 0,71. Ha però precisato che questo incremento è garantito “soprattutto” da spese legate alla sicurezza sul territorio.
In questo quadro pesa anche la scelta italiana di non utilizzare, almeno in questa fase, il canale SAFE, lo strumento europeo di prestiti per la difesa comune. La rinuncia è coerente con la prudenza del governo sul debito e con la scelta di concentrare il margine fiscale sull’energia, ma riduce la partecipazione italiana a uno dei principali strumenti comuni costruiti dall’UE per sostenere acquisti congiunti e industria europea della difesa.
La presidente del Consiglio ha cercato di ricomporre questa tensione collegando difesa ed energia. “La difesa è importante, certo, ma mettere a riparo le famiglie e le imprese italiane dalle crisi in atto lo è altrettanto”, ha detto. “Senza sicurezza l’energia finirebbe per costare sempre di più. Senza energia non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi”. L’argomento serve a giustificare la richiesta di flessibilità fiscale non per maggiori spese militari, ma per interventi contro il caro energia.
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Energia, nucleare e flessibilità
Meloni ha presentato come una vittoria italiana l’apertura europea alla possibilità di usare maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica con meccanismi analoghi a quelli previsti per la difesa. Secondo la presidente del Consiglio, la possibilità di attivare su base volontaria la National Escape Clause consentirà all’Italia di investire “14 miliardi di euro nei prossimi tre anni” per mitigare l’impatto dei prezzi dell’energia su famiglie vulnerabili e imprese energivore. “Si tratta di un risultato molto importante che in parecchi consideravano impossibile ma che abbiamo centrato dimostrando la capacità dell’Italia di far valere in Europa i propri interessi”, ha dichiarato.
Tuttavia, come già chiarito dalla Commissione UE la flessibilità non equivale a un via libera indistinto. Le misure dovranno essere definite “in stretto raccordo con la Commissione” e dovranno rientrare in un paniere compatibile con gli obiettivi europei.
Sul piano energetico, la presidente del Consiglio ha rilanciato la linea del mix nazionale, con nucleare, biocarburanti e rinnovabili. “Il nostro governo è impegnato nella realizzazione di un mix energetico nazionale utile agli interessi dei cittadini e delle imprese”, ha detto, rivendicando il disegno di legge delega sul nucleare e definendo l’atomo “la vera soluzione alla nostra dipendenza energetica nel medio e lungo periodo”.
Allo stesso tempo, ha sostenuto che il governo avrebbe raggiunto “il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili” e ha ricordato l’approvazione europea di nuovi aiuti di Stato per la produzione nazionale da fonti pulite.
La stoccata all’opposizione è arrivata quando Meloni ha collegato la flessibilità energetica alla riduzione degli sbarchi. “Sono lontani i tempi in cui l’Italia per avere maggiore flessibilità di bilancio doveva dirsi disponibile a ricevere più immigrati illegali sul suo territorio”, ha detto.
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Green Deal, ETS e burocrazia europea
Gli attacchi al Green Deal e al sistema ETS sono stati tra i passaggi più duri dell’intervento. Meloni ha contestato l’attuazione del principio della neutralità tecnologica, il recente atto delegato sulla revisione dei benchmark ETS e le anticipazioni sulla revisione organica del sistema attesa per luglio. Secondo la presidente del Consiglio, il rischio è che, invece di ridurre l’impatto dell’ETS sui prezzi dell’energia, si introducano nuovi meccanismi destinati a complicare il quadro.
La presidente del Consiglio ha ricordato che le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo avevano indicato “una direzione chiara e pragmatica”, invocando “azioni concrete per ridurre i prezzi, far fronte all’eccessiva volatilità nel breve termine” e attenuare l’impatto dell’ETS “sui prezzi dell’energia elettrica”. Un risultato che Meloni ha definito “faticoso” e “non scontato”, rivendicando la necessità che le decisioni raggiunte dai leader europei vengano poi rispettate nella fase di attuazione.
“Le sintesi che la politica raggiunge all’esito di lunghissime discussioni non sono un esercizio dialettico, sono l’esercizio della democrazia”, ha affermato Meloni. “Ognuno di noi quando si presenta in Consiglio europeo lo fa con alle spalle un mandato del proprio Parlamento. Quel Parlamento a sua volta opera secondo un mandato popolare. Per questa ragione le decisioni che noi prendiamo devono essere rispettate, devono essere attuate, non possono essere rimesse in discussione o addirittura ribaltate da interpretazioni surreali ammantate come tecniche di burocrati che non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni”.
Meloni ha poi collegato questa critica all’attuazione del principio della neutralità tecnologica, al recente atto delegato sui benchmark ETS e alla revisione complessiva del sistema attesa per luglio. Secondo la presidente del Consiglio, “dal focus sulla riduzione dell’impatto sui prezzi dell’energia” si starebbe passando “alla possibile introduzione di nuovi meccanismi che potrebbero finire per complicare il meccanismo invece di semplificarlo come era richiesto”.
La premier ha spiegato di aver ribadito questa posizione anche durante la videoconferenza sulla competitività organizzata con il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il primo ministro belga Bart De Wever. Alla Camera ha quindi chiesto “un mandato chiaro a tenere il punto su questo tema”, sostenendo che anche dalla gestione del dossier ETS si misurerà “il cambio di passo politico e strategico dell’Europa”.
Per Meloni, la semplificazione e la rapidità dei processi amministrativi restano condizioni centrali per rilanciare gli investimenti e la crescita. “Solo se semplifichiamo e rendiamo più veloci i processi amministrativi, solo se rimettiamo la politica al centro e nella condizione di decidere possiamo sperare di rilanciare gli investimenti e aumentare le occasioni di crescita per il continente”, ha concluso.
Commercio internazionale e prerogative nazionali
Sul commercio internazionale, Meloni ha chiesto un rafforzamento degli strumenti europei di difesa commerciale contro pratiche sleali e distorsioni del mercato. “Non si tratta di chiudersi agli scambi internazionali né di agire contro specifici Paesi”, ha detto, ma di garantire reciprocità in materia di diritti, standard di sicurezza, equità e giustizia. Il riferimento è soprattutto alla pressione esercitata da Cina e altri attori sui settori strategici europei, dalle materie prime critiche ai fertilizzanti, fino alle tecnologie industriali avanzate.
Meloni ha collegato la sicurezza economica alla sicurezza nazionale ed europea. La diversificazione delle fonti di approvvigionamento, l’ampliamento degli accordi commerciali e il consolidamento delle catene del valore vengono presentati come strumenti per ridurre le dipendenze strategiche. In questa cornice, la presidente del Consiglio ha inserito anche il Piano Mattei, descritto come una piattaforma di partenariati di lungo periodo con Paesi ricchi di risorse strategiche.
Anche qui, tuttavia, la richiesta di più strumenti europei convive con la difesa delle prerogative nazionali. Meloni ha rivendicato che, nel nuovo sistema europeo di controllo degli investimenti esteri, “grazie all’impegno italiano la decisione finale continuerà a spettare agli Stati membri”.
Bilancio UE, rebates e condizionalità
Sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034, Meloni ha fissato tre linee rosse. La prima riguarda la non accettazione da parte dell’Italia di un bilancio nel quale, a fronte di maggiori contributi, vi siano rischi di avere meno risorse disponibili. La seconda linea rossa indicata da Meloni riguarda i cosiddetti rebates, ovvero gli sconti sui contributi nazionali al bilancio dell’Unione europea concessi ad alcuni Stati membri, che dovrebbero essere eliminati. In merito, Meloni ha avvertito che se nel caso restasse questa impostazione, Roma chiederà di godere dello stesso privilegio in quanto terzo contributore netto al bilancio UE. Infine, la premier ha sottolineato che le nuove priorità, dalla competitività alla difesa, non potranno essere finanziate tagliando la Politica agricola comune (PAC), pesca e coesione.
Meloni ha poi contestato sia il principio “do no significant harm”, che potrebbe escludere automaticamente intere categorie di investimenti dai fondi europei, sia la condizionalità legata allo Stato di diritto. “Siamo certamente a favore di regole chiare ma non siamo pronti a consegnare a chi che sia strumenti di pressione indebita sull’attività di governi nazionali e sovrani”, ha detto. La presidente del Consiglio ha presentato la condizionalità non come garanzia sull’uso dei fondi comuni, ma come potenziale leva politica contro i governi.
Il riferimento implicito all’Ungheria è evidente. Meloni ha affermato che “Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo pur rimanendo inalterate le leggi che vengono contestate”. La frase allude al mutamento dei rapporti tra Bruxelles e Budapest dopo la fine dell’era Orbán e l’arrivo al potere di Péter Magyar, che ha promesso di ripristinare lo Stato di diritto e normalizzare i rapporti con l’UE.
Migrazione, rimpatri e i limiti della “ricetta italiana”
Sulla migrazione, Meloni ha usato toni trionfalistici. Ha definito “storico” l’accordo sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri e lo ha presentato come il risultato del lavoro italiano. Secondo la presidente del Consiglio, il nuovo quadro permetterà di rimpatriare in modo più rapido chi non ha diritto a restare nell’Unione e di aprire centri di rimpatrio in Paesi terzi “seguendo la strada avviata con il tanto contestato protocollo Italia-Albania”. “L’Italia ha indicato la strada e oggi l’Europa la sta percorrendo”, ha dichiarato.
Meloni ha collegato questo risultato alla dichiarazione adottata a Chisinau il 15 maggio su migrazioni e Convenzione europea dei diritti dell’uomo, promossa da Italia e Danimarca. Anche in questo caso, la chiave è la legittimazione delle “soluzioni innovative”, compreso il trattamento in Paesi terzi delle domande di asilo.
Le critiche al nuovo regolamento europeo, però, restano sostanziali. Organizzazioni per i diritti umani e reti specializzate sull’asilo contestano che il nuovo Patto e il regolamento sui rimpatri possano ridurre le garanzie procedurali, accelerare decisioni su domande di protezione complesse, aumentare il ricorso alla detenzione e spostare persone vulnerabili verso Paesi terzi con standard di tutela incerti.
Il protocollo Italia-Albania resta il precedente più visibile di questa strategia, ma anche il più controverso. Il modello è diventato un riferimento europeo, ma non ha ancora dimostrato pienamente la sua efficacia strutturale, anche per i contenziosi giuridici e i costi amministrativi. Mentre la politica discute di numeri e meccanismi, Save the Children ha lanciato di recente un allarme, sostenendo che il patto rischia di rendere il trattenimento dei minori “la nuova normalità alle frontiere”.
[a cura di Simone Cantarini]

