Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che trasmetterà al Congresso il testo dell’intesa raggiunta con l’Iran, aprendo alla revisione parlamentare di un accordo sul quale continuano tuttavia a mancare dettagli essenziali. Parlando martedì 16 giugno a margine del vertice del G7 di Evian, in Francia, Trump ha inoltre assicurato che il memorandum sottoscritto con Teheran stabilisce in maniera inequivocabile che la Repubblica islamica non potrà sviluppare né acquistare un’arma nucleare.

“Non avevo mai pensato di inviarlo, non ci avevo nemmeno pensato, ma lo farò. Lo invierò al Congresso”, ha dichiarato Trump rispondendo alle domande dei giornalisti. Il presidente ha poi dato indicazione ai suoi collaboratori di procedere: “Mi piace l’idea. Mandatelo al Congresso, per favore”.

L’annuncio, seppur resto con la ormai nota modalità informale tipica del tycoon statunitense, rappresenta un passaggio significativo, perché fino a questo momento l’amministrazione USA non aveva diffuso il contenuto integrale del memorandum concordato con Teheran. Trump ha assicurato che il testo sarà pubblicato formalmente, sostenendo che il documento afferma “chiaramente” che l’Iran non avrà un’arma nucleare.

Il presidente ha ribadito il concetto anche durante l’incontro con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani. “L’Iran non avrà mai un’arma nucleare. Non potrà svilupparla né acquistarla”, ha affermato Trump, avvertendo che un’eventuale violazione comporterebbe conseguenze “incredibili” e “definitive”.

Resta però da chiarire quale sia l’effettiva portata giuridica e operativa del documento. Il vicepresidente JD Vance ha descritto l’intesa raggiunta finora come un memorandum generale di una pagina, ammettendo che molti dettagli devono ancora essere definiti nel corso dei negoziati previsti nei successivi sessanta giorni. Tra i nodi ancora aperti figurano i meccanismi di verifica del programma nucleare iraniano, il destino dell’uranio già arricchito, le condizioni per la revoca delle sanzioni e le garanzie sull’applicazione dell’accordo.

Le pressioni dei repubblicani per il voto del Congresso

La decisione di Trump è arrivata dopo le richieste avanzate da alcuni esponenti repubblicani, compreso il senatore Lindsey Graham, tradizionalmente vicino al presidente, ma molto critico nei confronti della guerra lanciata da Washington insieme a Israele contro l’Iran.

Graham ha ricordato che l’Iran Nuclear Agreement Review Act del 2015 impone al Congresso di esaminare qualsiasi accordo relativo al programma nucleare iraniano che coinvolga gli Stati Uniti. Il senatore della Carolina del Sud ha inoltre chiesto che Vance e gli altri negoziatori presentino personalmente l’intesa ai parlamentari.

“Attendo di esaminare il prodotto finale”, ha scritto Graham, sottolineando che l’accordo dovrà essere sottoposto non soltanto a una revisione, ma anche a un voto del Congresso.

Il memorandum sta suscitando perplessità anche tra altri senatori repubblicani, che chiedono maggiori informazioni sulle concessioni offerte a Teheran, sulle modalità di controllo e sugli incentivi economici che potrebbero accompagnare il graduale allentamento delle sanzioni.

Trump ha cercato di minimizzare il rischio di una bocciatura parlamentare. Seduto accanto al presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ha ironizzato sulle divisioni politiche interne agli Stati Uniti: “Quello che dovrei fare è inviarlo al Congresso dicendo che non dovrebbe essere approvato, e così lo approveranno. Qualunque cosa dica, loro vogliono fare il contrario”.

I leader del G7 mettono alla prova Trump sul fragile accordo con l’Iran e sul ruolo statunitense in Ucraina

Trump elogia la nuova leadership iraniana

Nel corso dell’incontro con l’emiro del Qatar, Trump ha dedicato ampio spazio anche al futuro politico dell’Iran, assumendo toni sorprendentemente concilianti nei confronti dell’attuale gruppo dirigente di Teheran guidato da Mojtaba Khamenei, figlio della defunta guida suprema Ali Khamenei, deceduto il 28 febbraio durante l’attacco lanciato da Israele e Stati Uniti.

Il presidente ha escluso che il cambio di regime fosse tra gli obiettivi dell’offensiva militare condotta contro l’Iran e della successiva iniziativa diplomatica. “Non ho mai parlato di un cambiamento di regime”, ha affermato, aggiungendo che questa strategia “in passato non ha funzionato”.

Trump ha sostenuto che le diverse ondate di attacchi abbiano comunque decimato i precedenti vertici della Repubblica islamica. “Il primo gruppo di leader è morto, il secondo è morto e ora c’è un terzo gruppo”, ha detto. La nuova leadership, secondo il presidente americano, sarebbe composta da persone “molto intelligenti” e “non radicalizzate”, potenzialmente in grado di aiutare il Paese a uscire dall’isolamento.

“È un Paese che merita rispetto e vedremo come verrà gestito da questa nuova leadership”, ha aggiunto Trump, affermando che Washington avrebbe ora “un ottimo rapporto” con gli attuali dirigenti iraniani.

Il presidente ha però richiamato anche la repressione delle proteste antigovernative, sostenendo che le precedenti leadership abbiano ucciso 45 mila manifestanti. Alla domanda sul rischio che anche il nuovo potere iraniano prosegua con torture e repressioni, Trump ha risposto di aver affrontato la questione, attribuendo le violenze principalmente ai primi due gruppi dirigenti.

Le valutazioni sulla presunta moderazione della nuova leadership restano per ora affermazioni politiche del presidente americano. Non sono stati resi pubblici elementi sufficienti per stabilire quale sia la composizione effettiva del nuovo vertice iraniano, il suo orientamento ideologico o la sua disponibilità ad accettare controlli internazionali stringenti sul programma nucleare.

Hormuz, traffico ancora ridotto dopo l’intesa

L’altro banco di prova immediato dell’accordo riguarda lo Stretto di Hormuz. Nonostante l’annuncio della tregua e l’impegno a riaprire la rotta, il traffico navale in uscita dal Golfo resta estremamente limitato.

I dati di MarineTraffic analizzati da BBC Verify hanno individuato soltanto sette navi transitate verso il Golfo di Oman dopo l’annuncio dell’accordo: tre petroliere e quattro navi cargo. Secondo la società di intelligence marittima Windward, una petroliera per il trasporto di gas di petrolio liquefatto avrebbe attraversato lo stretto senza trasmettere la propria posizione, mentre le altre sei unità avevano i sistemi di localizzazione attivi.

La metaniera Disha sarebbe stata la prima nave per il trasporto di gas naturale liquefatto a passare attraverso Hormuz mantenendo accesi i transponder. La nave, dopo essere entrata nel Mar Arabico, si è diretta verso il porto indiano di Dahej, nello Stato del Gujarat.

La debole ripresa del traffico suggerisce che armatori e assicuratori stiano aspettando la pubblicazione del testo definitivo e maggiori garanzie sulla sicurezza della navigazione. Il memorandum rappresenta quindi ancora un quadro politico preliminare: l’impegno di Trump a renderlo pubblico e a trasmetterlo al Congresso potrebbe essere il primo vero test sulla solidità dell’intesa e sulla distanza tra le dichiarazioni del presidente e gli obblighi concretamente accettati da Washington e Teheran.

Teheran e il nodo Libano

Da Teheran è arrivata una lettura dell’intesa più ampia rispetto a quella delineata da Washington. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che la fine della guerra in Libano e il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati durante il conflitto costituiscono una parte integrante del memorandum raggiunto con gli Stati Uniti. Secondo il capo della diplomazia iraniana, nuovi attacchi israeliani contro il Libano o la prosecuzione dell’occupazione rappresenterebbero una violazione dell’accordo.

Una posizione ribadita anche dal viceministro degli Esteri Majid Takht-e-Ravanchi, secondo cui il testo prevede la cessazione delle operazioni militari “su tutti i fronti”, compreso quello libanese, e attribuisce a Washington la responsabilità di garantire anche il comportamento dei propri alleati. Hezbollah ha precisato che il ritiro israeliano dovrebbe essere discusso nella fase successiva dei negoziati, presentandolo come un risultato atteso dell’intesa e non necessariamente come una condizione preliminare.

Sul punto, Trump ha lanciato una stoccata diretta al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusando Israele di impiegare “troppo tempo” nella guerra contro Hezbollah e invitando il governo israeliano a essere “più responsabile” nei confronti del Libano.

Il presidente americano ha criticato in particolare gli attacchi contro edifici residenziali e le conseguenti vittime civili, sostenendo che queste operazioni rischiano di ostacolare il consolidamento dell’accordo con Teheran.

Trump è arrivato inoltre a suggerire che la nuova leadership siriana potrebbe occuparsi di Hezbollah con maggiore efficacia rispetto a Israele, un’affermazione che rappresenta un evidente schiaffo politico a Netanyahu.

La presa di distanza della Casa Bianca si inserisce in un rapporto sempre più teso: il premier israeliano ha escluso il ritiro delle proprie forze dalle aree occupate in Libano e ha rivendicato la libertà di intervenire nuovamente contro l’Iran qualora lo ritenesse necessario.

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