Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato ieri, 15 giugno 2026, le conclusioni sul Global Gateway – è la strategia dell’UE per finanziare infrastrutture sostenibili nei Paesi partner – riaffermando la strategia di investimento globale dell’UE come strumento cardine dell’azione esterna europea. La decisione, approvata alla 4182ª riunione del Consiglio, afferma il ruolo del Global Gateway nella risposta dell’Unione alle sfide geopolitiche ed economiche globali, ma non scioglie le tensioni di fondo tra interessi europei e sviluppo autentico dei Paesi partner.

La decisione giunge in un momento in cui l’UE si trova a dover difendere la propria rilevanza globale su più fronti simultaneamente: la frammentazione geopolitica accelera, gli aiuti allo sviluppo mondiale sono in forte contrazione — calati del 23% nel 2025 rispetto all’anno precedente secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE) — e la concorrenza con la Cina e la sua Belt and Road Initiative si intensifica. A fronte di ciò, il Global Gateway si presenta non soltanto come una strategia di investimento, ma come la risposta europea alla domanda su chi sarà il partner di riferimento per i Paesi del Sud globale nel prossimo decennio.

Le conclusioni toccano interessi economici diretti dell’industria europea, in particolare le Piccole e medie imprese, e hanno ricadute potenziali su settori strategici come l’energia, le materie prime critiche, il digitale e i trasporti in decine di Paesi partner. Per i governi e le imprese europee, ma anche per i Paesi beneficiari, si tratta di capire se il Global Gateway può davvero bilanciare gli interessi dell’UE con uno sviluppo genuinamente vantaggioso per tutti.

Cinque anni di Global Gateway, dalla risposta alla Cina all’ambizione geopolitica

Il Global Gateway è stato lanciato nel dicembre 2021 con l’obiettivo di mobilitare 300 miliardi di euro entro il 2027 — poi rivisto a 400 miliardi — principalmente per investimenti infrastrutturali. Fin dall’inizio è stato presentato come la risposta europea alla Belt and Road cinese, con un’enfasi esplicita su standard ambientali, sociali e di governance più elevati e su una logica di partenariato paritario piuttosto che di dipendenza.

Il percorso non è stato lineare. Nel 2023 sono stati lanciati oltre novanta progetti bandiera, ma la strategia ha subito incontrato resistenze: pipeline progettuali costruite dall’alto verso il basso, strumenti finanziari lenti e complessi, scarso coinvolgimento degli Stati membri e consultazione debole con i partner locali. Nel marzo 2026, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione di valutazione del Global Gateway con 371 voti a favore, 146 contro e 80 astensioni, sostenendo il suo ruolo geostrategico ma sollevando critiche sulla chiarezza dei finanziamenti, sulla scarsa partecipazione dei partner locali e sulla debolezza della supervisione parlamentare.

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Governance più stretta, più spazio alle PMI e rendicontazione obbligatoria

Le conclusioni adottate ieri si articolano in nove sezioni tematiche che coprono governance, partenariati locali, settore privato, multilateralismo, strumenti finanziari, comunicazione strategica e sinergie intersettoriali.

Sul piano della governance, il Consiglio riafferma il proprio ruolo di indirizzo politico e chiede alla Commissione di garantire il coinvolgimento sistematico degli Stati membri in tutte le fasi di pianificazione, selezione e valutazione delle iniziative. Il Global Gateway Board dovrà riunirsi almeno una volta l’anno, preferibilmente in coincidenza con il Consiglio Affari Esteri, e i suoi ordini del giorno dovranno affrontare questioni di chiara rilevanza politica.

Sul versante della proprietà locale, le conclusioni riaffermano l’importanza di allineare i progetti alle priorità dei Paesi partner. Le autorità nazionali, regionali e locali, insieme alla società civile e ai partner sociali, dovranno essere consultate fin dalle fasi iniziali di progettazione — non solo a lavori avviati. Le grandi rotte infrastrutturali che il Global Gateway intende finanziare, come corridoi ferroviari, energetici o digitali che attraversano più Paesi, dovranno rispondere alle esigenze specifiche di ciascuna area geografica e non essere calate dall’alto.

Per quanto riguarda il settore privato, il testo sottolinea il ruolo centrale delle imprese, comprese le PMI degli Stati membri, e chiede accesso più semplice alle opportunità di investimento attraverso l’Investment Hub e le Delegazioni UE. Si prevede la riduzione delle barriere amministrative e finanziarie e l’introduzione di strumenti di mitigazione del rischio specificamente pensati per le piccole imprese.

In materia finanziaria, le conclusioni riconoscono il ruolo centrale di garanzie e blending nel mobilitare investimenti sostenibili, e chiedono sinergie tra strumenti finanziari interni ed esterni dell’UE. Tutti gli Stati membri, inclusi quelli privi di Export Credit Agency o istituti di sviluppo nazionali, dovranno poter partecipare efficacemente al Global Gateway attraverso strumenti a livello europeo.

Il documento sulle conclusioni riflette una posizione politica collettiva netta: il Global Gateway deve entrare in una nuova fase di maturità, passando dalla mobilitazione di risorse alla dimostrazione di risultati concreti e misurabili.

Il testo richiama esplicitamente la necessità di “criteri chiari e trasparenti per la selezione dei progetti, rendicontazione regolare e più uniforme, focus rafforzato sulla preparazione dei progetti e tempestiva attuazione, e monitoraggio dei traguardi e dell’impatto”. Una formulazione che, nella sua precisione procedurale, contiene un’implicita autocritica sulla fase precedente.

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Parlamento, ONG e think tank approvano, ma con molte riserve

Le reazioni esterne alle conclusioni rivelano un giudizio tutt’altro che unanime.

Il Parlamento europeo, già nella risoluzione di marzo 2026, aveva sostenuto il ruolo geostrategico della strategia pur sollevando preoccupazioni su finanziamenti poco chiari, insufficiente partecipazione dei partner locali e debole supervisione parlamentare.

Dalla società civile arriva una critica più radicale. Maria Nyman, segretaria generale di Caritas Europa, ha evidenziato in un’analisi pubblicata ad aprile 2026 su EUobserver tre problemi strutturali del modello: le strategie di sviluppo dipendenti dalla crescita economica non riducono efficacemente la povertà nel XXI secolo; la promessa di trasformare fondi pubblici in trilioni di investimenti privati è stata ampiamente smentita dai dati; infine, l’approccio ignora le asimmetrie strutturali — dalla tassazione transfrontaliera delle imprese alle regole commerciali squilibrate — che drenano risorse dai Paesi a basso reddito. Secondo Nyman, il rischio concreto è che l’UE contribuisca alla riduzione della povertà quanto basta per affermare di tenerci ancora, ma non abbastanza da fare una differenza reale.

L’ECDPM, think tank specializzato nelle relazioni Africa-Europa, ha documentato un alto livello di scetticismo tra i Paesi partner, con “molta confusione su cosa l’UE stia cercando di ottenere”. Funzionari europei in Paesi come il Kenya hanno faticato a spiegare gli obiettivi del Global Gateway a interlocutori che restano diffidenti verso ciò che percepiscono come interesse europeo travestito da cooperazione.

L’Africa subsahariana sparisce dai radar e i dati Bruegel lo confermano

Le conclusioni del 15 giugno arrivano in un momento in cui la tensione tra la mission originaria del Global Gateway — ridurre il divario di investimenti globale e sostenere lo sviluppo dei partner — e la sua crescente funzione di strumento geopolitico ed economico europeo è diventata difficile da ignorare.

Un’analisi empirica pubblicata questo mese da Bruegel esamina le determinanti degli aiuti UE dal 2005 al 2024 e documenta che, pur restando orientati alla riduzione della povertà, i finanziamenti europei sono sempre più influenzati da fattori strategici: i flussi migratori verso l’UE, l’accesso alle materie prime critiche e l’allineamento politico dei Paesi beneficiari. In parallelo, il peso della governance democratica come criterio di allocazione è in declino — particolarmente evidente negli anni successivi al lancio del Global Gateway nel 2021. Sul piano geografico, la quota dell’Africa subsahariana negli aiuti UE è crollata da oltre il 90% nei primi anni 2000 a circa il 15% oggi, mentre quella destinata a Europa e Asia centrale è salita al 58%.

Gli stessi ricercatori avvertono però che i dati post-2021 coprono solo tre anni, e che il rischio di un progressivo allontanamento dai Paesi più vulnerabili rimane reale man mano che gli impegni del Global Gateway si tradurranno in esborsi effettivi.

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Perché queste conclusioni arrivano ora? Il Consiglio si trova di fronte a una doppia pressione: da un lato, l’esigenza di dimostrare che il Global Gateway ha prodotto risultati concreti in vista dei negoziati sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, che determinerà le risorse disponibili per l’azione esterna europea; dall’altro, la necessità di rispondere alle aspettative dei Paesi partner in un contesto globale in cui questi ultimi hanno sempre più scelte tra diversi offerenti, quali Europa, Cina, partner del Golfo, istituzioni multilaterali.

Le conclusioni cercano di tenere insieme due logiche che tirano in direzioni diverse: la logica della competitività strategica (sicurezza delle catene di approvvigionamento, materie prime critiche, riduzione delle dipendenze) e la logica del partenariato genuino (proprietà locale, sviluppo sostenibile, diritti). Il testo le dichiara complementari. Se lo siano davvero nel concreto delle scelte di finanziamento è la domanda a cui i prossimi anni dovranno rispondere.

Chi guadagna nell’immediato sono le imprese europee, in particolare le PMI, che ottengono impegni espliciti su accesso facilitato e riduzione delle barriere. Chi rischia di perdere, nel lungo periodo, sono i Paesi più vulnerabili e meno strategicamente rilevanti per l’UE, se la logica degli interessi dovesse prevalere su quella dei bisogni nella selezione dei progetti.

Ora tocca alla Commissione dimostrare che funziona

Il Consiglio chiede alla Commissione di avviare un regolare processo di verifica dei progressi del Global Gateway, basato sulla rendicontazione di tutti i membri del Team Europe. I risultati dovranno fornire una panoramica chiara degli impegni finanziari, degli investimenti mobilitati e degli insegnamenti tratti, e dovranno essere presentati in anticipo rispetto alle riunioni del Global Gateway Board.

Sono diversi gli sviluppi da monitorare nei prossimi mesi: la proposta della Commissione per semplificare l’identificazione dei progetti bandiera; il processo di definizione del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale e la quota di risorse destinate all’azione esterna; l’evoluzione dei negoziati con i principali Paesi partner su corridoi strategici come quelli nell’Africa subsahariana, nel Sudest asiatico e nell’America latina; e la concreta attuazione degli impegni sulla partecipazione delle PMI.

[Marco Boi]

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