Quando, a giugno, la premier danese Mette Frederiksen ha presentato la nuova squadra di governo, agricoltori e operatori del settore alimentare hanno atteso invano il nome del nuovo ministro dell’Agricoltura. Non si è trattato di una dimenticanza nella presentazione del nuovo esecutivo composto da 21 ministri. La leader dei Socialdemocratici ha infatti deciso di abolire completamente il ministero dell’Agricoltura.

La Danimarca è così diventata il primo Paese dell’Unione europea a non avere più un dicastero specificamente dedicato al settore agroalimentare. Le competenze agricole sono state trasferite principalmente al nuovo ministero della Natura e del Benessere Animale, ma l’intera agenda agroalimentare è stata distribuita tra ben cinque diversi ministeri.

“È un vero terremoto che scuote le fondamenta di Axelborg”, ha commentato il giornalista agricolo danese Kjeld Hansen, riferendosi alla sede della principale organizzazione agricola del Paese.

Il ministero dell’Alimentazione, dell’Agricoltura e della Pesca esisteva in Danimarca dal 1896: per oltre un secolo ha rappresentato il punto di riferimento istituzionale di uno dei settori storicamente più importanti dell’economia nazionale.

Un settore sempre meno centrale nell’economia danese

La decisione del governo di centrosinistra non nasce da esigenze di risparmio della spesa pubblica, ma da una valutazione più ampia sul ruolo dell’agricoltura nella società danese contemporanea.

La prima ragione riguarda il progressivo ridimensionamento economico del comparto. Prima del 1950 l’agricoltura contribuiva per circa il 20% al prodotto interno lordo nazionale; oggi il suo peso è sceso intorno al 2%. Parallelamente, il numero degli occupati nel settore agricolo è passato da 525 mila a circa 63 mila persone, pari a poco più del 2% della forza lavoro complessiva. Anche il numero delle aziende agricole continua a diminuire.

“Oggi questo settore, che ha un peso marginale sull’occupazione e sull’economia danese, riceve semplicemente l’attenzione che spetta a uno dei tanti comparti minori del Paese”, osserva Hansen.

Secondo lo storico dell’agricoltura Esben Bøgh Sørensen, la scelta del governo rappresenta la fine definitiva dell’immagine della Danimarca come nazione agricola. “L’agricoltura è stata una parte fondamentale del racconto che abbiamo costruito sul nostro sviluppo come società. Negli ultimi anni, però, questa immagine ha subito numerosi colpi”, spiega.

Nonostante il ridimensionamento interno, il settore agroalimentare continua comunque ad avere un peso rilevante nelle esportazioni danesi, rappresentando circa il 13% delle merci vendute all’estero. A differenza di altri Paesi europei, la Danimarca mantiene inoltre una bilancia commerciale agricola fortemente positiva.

Il nodo degli allevamenti intensivi e il peso dei suini

Gran parte di questo successo internazionale deriva dal settore suinicolo, nel quale la Danimarca è una delle principali potenze mondiali. Un Paese di circa sei milioni di abitanti alleva quasi cinque volte il numero dei propri cittadini in termini di capi suini ed è il sesto esportatore mondiale di carne di maiale.

Ogni anno vengono prodotti circa 30 milioni di suini, il 90% dei quali viene esportato, vivo o trasformato in carne destinata ai mercati internazionali. Circa l’80% dei terreni agricoli danesi viene utilizzato per coltivare mangimi destinati agli allevamenti, soprattutto quelli suinicoli.

La Danimarca non esporta soltanto animali e prodotti alimentari, ma anche competenze tecniche e know-how. Un’esperienza conosciuta anche in Slovacchia, dove per anni gli allevamenti danesi hanno contribuito a sostenere la produzione nazionale di carne suina.

Ciò che gli allevatori considerano un modello di successo economico, però, è diventato per una parte crescente della società danese un simbolo di problemi ambientali e di benessere animale. Al centro delle critiche ci sono soprattutto gli allevamenti intensivi, accusati di produrre quantità eccessive di liquami e di non garantire condizioni adeguate agli animali.

Il tema è diventato centrale anche durante le elezioni di marzo, quando il comparto suinicolo è entrato nel dibattito politico nazionale. A influenzare l’opinione pubblica sono stati anche un documentario investigativo realizzato all’interno dell’azienda del leader degli allevatori danesi e un libro-inchiesta della giornalista Klara Trebbien sulle dinamiche interne dell’allevamento industriale.

La nuova direzione del governo Frederiksen

La riforma voluta dal governo danese punta a trasformare radicalmente il modello agricolo nazionale. L’obiettivo dichiarato è spostare il sostegno pubblico dalla quantità di terra posseduta alla capacità degli agricoltori di offrire servizi di interesse collettivo, come la tutela della natura, la riduzione delle emissioni, la protezione delle risorse idriche e il miglioramento del benessere animale.

Parallelamente, Copenaghen punta ad accelerare la transizione climatica: il governo vuole ridurre le emissioni di gas serra dell’85% entro il 2035 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2045.

Sono previste inoltre nuove restrizioni sull’uso dei pesticidi nelle aree considerate strategiche per la formazione delle riserve di acqua sotterranea, una nuova strategia alimentare nazionale per aumentare la produzione interna di frutta, verdura e legumi e una maggiore promozione dei prodotti locali e biologici.

Tra gli interventi allo studio vi è anche una riduzione dell’IVA sui prodotti alimentari, con l’obiettivo di dimezzarla per tutti gli alimenti ed eliminarla completamente per frutta e verdura.

La nuova legge sulla natura e sulla biodiversità punta invece a proteggere il 30% del territorio danese, destinandone il 10% a forme di tutela più rigorosa.

Il modello di allevamento intensivo dei suini “è andato troppo oltre”, ha dichiarato Frederiksen. “Non è il futuro della produzione alimentare danese. Appartiene al passato. Abbiamo bisogno di un’agricoltura forte, ma capace di considerare maggiormente le comunità locali, i vicini, il benessere degli animali e la natura”.

Già durante il precedente mandato il governo aveva avviato un confronto tra istituzioni, ambientalisti e agricoltori attraverso un programma di dialogo sulla trasformazione ecologica del settore. È inoltre in fase di definizione un nuovo accordo per ristrutturare la filiera della produzione suinicola.

Il programma di governo indica anche un cambio di prospettiva: la produzione di carne suina dovrà essere orientata maggiormente verso il mercato interno e la trasformazione nazionale, riducendo la dipendenza dalle esportazioni.

Tra le misure annunciate vi è inoltre il divieto del taglio della coda dei suini, una pratica utilizzata negli allevamenti intensivi per prevenire il comportamento aggressivo tra gli animali.

Dal 2030 la Danimarca dovrebbe diventare il primo Paese al mondo a introdurre una tassa sulle emissioni di carbonio generate dagli allevamenti.

La sfida alla lobby agricola

Il terzo elemento alla base della riforma è di natura politica. Secondo diversi analisti danesi, l’abolizione del ministero rappresenta anche un tentativo di ridimensionare l’influenza storica della lobby agricola sulle politiche pubbliche.

Per decenni si è consolidato un rapporto molto stretto tra il governo e Landbrug & Fødevarer, la principale organizzazione di rappresentanza degli agricoltori e dell’industria alimentare danese.

“Si è creata una tradizione di collaborazione estremamente stretta tra il mondo agricolo organizzato e le istituzioni. Dall’esterno può sembrare che questi rapporti siano diventati troppo intrecciati”, ha spiegato l’ex ministro dell’Agricoltura Rasmus Prehn.

L’ex ministra dell’Agricoltura ed ex commissaria europea Mariann Fischer Boel, tuttavia, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze della scelta.

“Se qualcuno vuole distruggere l’agricoltura danese, deve prima calcolare attentamente tutte le conseguenze. Se poi i consumatori continueranno semplicemente ad acquistare carne suina importata dalla Polonia, tutto questo sforzo sarà stato inutile”, ha osservato.

Le reazioni del settore

Gli agricoltori danesi hanno accolto con forte preoccupazione il nuovo corso del governo. Secondo Jeppe Bloch Nielsen, presidente dell’associazione dei produttori di suini, alcune proposte sono “completamente fuori dalla realtà”.

“Vedo addensarsi nuvole nere sopra il nostro settore”, ha dichiarato, sostenendo che il solo divieto del taglio della coda potrebbe compromettere importanti mercati di esportazione come Germania, Polonia e Italia.

Anche l’eurodeputato e agricoltore Asger Christensen ha definito l’abolizione del ministero una catastrofe. “Quando la responsabilità viene distribuita tra più persone, alla fine nessuno è davvero responsabile. La sicurezza alimentare è una questione strategica e questa scelta del governo è profondamente irresponsabile”, ha affermato.

Gli allevatori hanno inoltre criticato la nomina della nuova ministra dell’Ambiente Maria Reumert Gjerding, già presidente della Società danese per la conservazione della natura, ritenendo che possa rafforzare una visione troppo orientata all’ambientalismo nelle politiche agricole.

Di segno opposto la reazione delle associazioni animaliste. Animal Protection Denmark ha accolto con favore la riforma, sostenendo che per la prima volta il governo avrà un ministro responsabile direttamente del benessere di oltre 200 milioni di animali allevati.

“Finora questi animali erano affidati a ministeri nei quali gli interessi dell’industria agricola prevalevano spesso sul benessere animale”, ha dichiarato la direttrice esecutiva Britta Riis.

La scelta di Frederiksen apre dunque una nuova fase per l’agricoltura danese: da simbolo storico dell’identità nazionale a settore chiamato a reinventarsi in nome della sostenibilità, del clima e del rapporto con la società.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su euBrief disponibile qui.

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