Quasi tre cittadini europei su quattro ritengono che il sistema istituzionale dell’Unione europea debba essere riformato. È quanto emerge dall’edizione di luglio di EUROSCOPE, l’indagine realizzata da Polling Europe sull’opinione pubblica nei 27 Stati membri.
Secondo il sondaggio, il 73% degli intervistati considera necessario modificare l’attuale funzionamento delle istituzioni europee. Il 39% ritiene sufficienti alcuni cambiamenti limitati, mentre il 34% chiede riforme radicali. Soltanto il 15% considera adeguato il sistema attuale, mentre il 12% non esprime una posizione.
L’indagine è stata condotta online tra il 3 e il 10 luglio 2026 su un campione di 5.048 cittadini maggiorenni, distribuiti proporzionalmente tra i 27 Paesi dell’Unione. I risultati sono stati disaggregati per area geografica, per alcuni dei principali Stati membri e secondo l’orientamento politico degli intervistati.
La domanda di riforma è particolarmente forte in Italia, dove l’84% degli intervistati ritiene necessario intervenire sull’architettura istituzionale dell’UE. Il 47% chiede trasformazioni radicali e il 37% modifiche più circoscritte. Solo l’8% giudica adeguato il sistema esistente.
Il dato italiano è il più elevato tra i grandi Paesi analizzati. Per quanto riguarda la Francia, la percentuale di coloro che considerano necessaria una riforma è dell’81%, con un 45% favorevole a cambiamenti radicali. In Polonia la quota complessiva è del 71%, in Germania e nei Paesi dell’Europa centrale e orientale del 70%. Più contenuta, pur restando ampiamente maggioritaria, la richiesta di riforma in Spagna, dove raggiunge il 67%.
A livello regionale, il consenso per una revisione delle istituzioni sale al 76% nell’Europa meridionale, mentre si attesta al 70% sia nei Paesi dell’Europa centrale e orientale sia nell’Europa settentrionale.
La richiesta attraversa tutti gli schieramenti
Il malcontento nei confronti dell’attuale assetto istituzionale non riguarda soltanto gli elettori delle forze euroscettiche. La necessità di riformare l’Unione è riconosciuta dalla maggioranza degli intervistati appartenenti a tutti i principali gruppi politici europei.
Tra gli elettori riconducibili al gruppo dei Patrioti per l’Europa, l’83% chiede cambiamenti, mentre tra quelli della Sinistra europea la quota raggiunge l’81%. Seguono Europa delle Nazioni Sovrane con l’80%, i Conservatori e Riformisti europei con il 79% e Renew Europe con il 76%.
Anche tra gli elettori delle forze tradizionalmente più favorevoli all’integrazione europea prevale nettamente la richiesta di riforma: il 71% tra i sostenitori dei Socialisti e Democratici, il 70% tra quelli del Partito popolare europeo e il 69% tra gli elettori dei Verdi.
Le differenze emergono soprattutto sull’intensità dei cambiamenti richiesti. Tra gli elettori di Europa delle Nazioni Sovrane, il 63% invoca riforme radicali. La quota scende al 50% tra i Patrioti e al 49% tra gli elettori dell’ECR. Tra i sostenitori del PPE, invece, soltanto il 23% chiede una trasformazione radicale, mentre il 47% preferisce interventi più limitati.
Il nodo dell’allargamento
Il dibattito sulla riforma istituzionale è destinato ad assumere un peso crescente con l’avanzamento del processo di allargamento. L’ingresso di nuovi Paesi renderebbe più complesso il funzionamento di un’Unione già composta da 27 Stati, in particolare nei settori in cui le decisioni richiedono ancora l’unanimità.
Da tempo Parlamento europeo, Commissione e alcuni governi chiedono di estendere il ricorso alla maggioranza qualificata, soprattutto in materia di politica estera, sicurezza, fiscalità e bilancio. Altri Stati, invece, temono che l’abbandono dell’unanimità possa ridurre la capacità dei governi nazionali di difendere i propri interessi.
L’indagine mostra poi un’opinione pubblica europea divisa sull’adesione dell’Ucraina. Il 49% si dichiara favorevole all’ingresso di Kyiv nell’UE, ma soltanto il 19% lo auspica nel più breve tempo possibile come auspicato dalla Commissione europea. Il 30% chiede prima il completamento delle riforme previste per tutti i Paesi candidati, mentre il 18% preferirebbe una fase iniziale di adesione associata, senza diritto di voto.
[a cura di Simone Cantarini]

