L’Unione europea sta di fatto riscrivendo le regole del mercato globale del gas estendendo i controlli sulle emissioni di metano all’intera catena di approvvigionamento, comprese le importazioni: una mossa che si sta rapidamente affermando come uno dei cambiamenti normativi più significativi nel commercio globale di energia.
Le perdite e le emissioni di metano non sono più considerate semplicemente una problematica ambientale. Sono sempre più viste come una variabile strategica che influenzerà non solo il ritmo del riscaldamento globale nei prossimi decenni, ma anche la resilienza delle economie e l’influenza geopolitica dei fornitori di energia.
La logica alla base dell’approccio di Bruxelles è semplice ma di vasta portata. Poiché il metano intrappola oltre 80 volte più calore della CO2 nel breve termine e si decompone più rapidamente nell’atmosfera, la riduzione delle emissioni può generare un effetto di raffreddamento quasi immediato. Ciò ha indotto i responsabili politici dell’UE a considerare il metano come un “freno di emergenza” per le politiche climatiche, in grado di produrre risultati visibili molto più rapidamente rispetto al processo, che richiede decenni, di decarbonizzazione dell’intera economia.
Da tale premessa è scaturito il Regolamento UE sulle emissioni di metano, entrato in vigore nel 2024 e destinato a modificare le condizioni di accesso al mercato energetico europeo.
Il suo principio è radicale nella sua semplicità: qualsiasi gas, petrolio greggio o carbone che entri nel mercato dell’UE deve essere completamente trasparente e tracciabile in termini di emissioni di metano. I fornitori devono dimostrare la provenienza del combustibile e la quantità di metano emessa in ogni fase, dall’estrazione alla consegna agli acquirenti europei.
Ciò trasforma quella che un tempo poteva essere una norma climatica puramente interna in uno standard commerciale esterno con portata globale.
Per Bruxelles, si tratta di preservare la credibilità del Green Deal ed evitare una situazione in cui i progressi climatici nazionali vengano vanificati dalle emissioni provenienti dall’estero e incorporate nelle importazioni. Senza un’equivalente trasparenza per i combustibili fossili importati, le emissioni vengono semplicemente trasferite all’estero, mentre l’efficacia delle politiche interne risulta compromessa.
Per i fornitori globali, tuttavia, la regolamentazione sta diventando sempre più una questione di accesso al mercato, competitività e sovranità normativa.
Questa tensione è stata particolarmente evidente nelle relazioni transatlantiche.
Gli Stati Uniti restano un fornitore chiave di GNL per l’Europa, ma la regolamentazione del metano nel Paese è diventata sempre più politicizzata e instabile. Sotto l’amministrazione di Donald Trump, il divario tra Washington e Bruxelles sulla governance climatica si è ampliato notevolmente, con la Casa Bianca che considera il quadro normativo dell’UE una forma di protezionismo ecologico.
Dal punto di vista statunitense, gli obblighi di rendicontazione e trasparenza creano nuove barriere per le esportazioni di GNL, aumentano i costi di conformità per i produttori e, forse l’aspetto più significativo, estendono la giurisdizione normativa dell’UE ben oltre i suoi confini.
Eppure, finora Bruxelles ha mantenuto la sua posizione.
Il dibattito rischiava di trasformarsi in una nuova linea di faglia nelle relazioni commerciali tra UE e Stati Uniti, analogamente alle precedenti controversie sulla regolamentazione delle emissioni di carbonio. Tuttavia, l’accordo commerciale del 26 marzo, approvato dal Parlamento europeo, suggerisce che l’UE sia riuscita a difendere il proprio approccio normativo, preservando al contempo l’accesso a risorse energetiche cruciali.
Secondo quanto riferito, l’accordo include clausole di salvaguardia che collegano la riduzione delle tariffe di importazione dell’UE al rispetto degli accordi da parte di Washington, un meccanismo di scadenza valido fino al 31 marzo 2028 e disposizioni di recesso in caso di violazioni o picchi di dumping.
Questo risultato viene interpretato come una vittoria diplomatica, seppur contenuta, ma simbolicamente importante per l’Europa.
Tuttavia, la sfida più immediata potrebbe ora provenire dal mercato stesso.
L’industria petrolifera e del gas europea avverte che la tempistica rischia di innescare uno shock dell’offerta autoindotto già a partire da gennaio 2027, quando gli importatori dovranno dimostrare che i combustibili provengono da paesi o aziende che utilizzano sistemi di monitoraggio, segnalazione e verifica almeno altrettanto rigorosi di quelli in vigore all’interno dell’UE.
Secondo lo studio di Wood Mackenzie, finanziato dall’industria, fino al 43% delle importazioni di gas naturale nell’UE e ben l’87% delle importazioni di petrolio greggio potrebbero risultare non conformi nell’ambito del quadro normativo attuale.
Le conseguenze delineate sono gravi: carenza di gas su scala paragonabile all’interruzione delle forniture russe del 2022, forti aumenti dei prezzi dei carburanti, chiusura di raffinerie e rischi più ampi per la sicurezza energetica europea.
Lo studio stima che la produzione delle raffinerie potrebbe dimezzarsi tra il 2027 e il 2030, il che equivarrebbe alla chiusura di circa 40 raffinerie, mentre i prezzi della benzina potrebbero aumentare fino al 24% e quelli del diesel fino al 16%.
Le associazioni di categoria affermano di sostenere la riduzione delle emissioni di metano per una questione di credibilità, ma sostengono che le tempistiche di attuazione e i sistemi di certificazione non siano ancora realistici. La soluzione da loro proposta è un meccanismo di “fermo del tempo” per dare il tempo necessario alla definizione di quadri di certificazione praticabili e all’attuazione di adeguamenti concreti.
È proprio questo che rende la discussione attuale particolarmente rivelatrice.
Il metano non è più solo una questione climatica. Riguarda sempre più le regole della concorrenza nei mercati energetici globali, l’equilibrio tra ambizione climatica e sostenibilità economica, e la questione di quanto Bruxelles possa esportare il suo modello normativo senza destabilizzare l’offerta.
Per l’Ucraina, le implicazioni sono particolarmente significative. L’allineamento agli standard UE sul metano fa parte del più ampio processo di integrazione europea, ma crea anche un’opportunità per modernizzare le infrastrutture obsolete, ridurre le perdite e recuperare ingenti volumi di gas attualmente sprecati a causa di tecnologie superate e di un monitoraggio inadeguato.
In tal senso, il metano è diventato un raro punto di intersezione politica in cui clima, economia e sicurezza convergono in un unico filone strategico.
Tradotto da Simone Cantarini.
Qui l’articolo originale di EUalive.

