Continuano in Perù gli scrutini delle schede per il ballottaggio presidenziale. Si tratta di un testa a testa serratissimo, destinato ad alimentare l’incertezza istituzionale nel Paese, lo scarto tra i due candidati, infatti, è di appena 26mila voti.

Una manciata di centesimi di punto separa Keiko Fujimori, leader del partito populista e conservatore Fuerza Popular e figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, da Roberto Sánchez, alla guida della formazione socialista Juntos por el Perú. Secondo i dati ufficiali più recenti, il leader della sinistra sarebbe in leggero vantaggio con il 50,07% delle preferenze, sul 95,7% delle schede già spogliate. La posta in gioco è l’elezione del nono presidente della Repubblica negli ultimi dieci anni: sono stati infatti ben otto i capi di Stato che si sono avvicendati dal 2016 a oggi, in una convulsa spirale di elezioni, destituzioni parlamentari e designazioni d’urgenza di vicepresidenti o leader del Congresso alla più alta carica dello Stato.

Manca ancora il 4% delle schede, provenienti soprattutto dalle aree rurali, dove l’elettorato è storicamente più vicino alla sinistra. Tuttavia, la tensione è già alta: sono stati inviati ai Giurì elettorali oltre 1.500 verbali di contestazione dei risultati. È quindi molto probabile che si vada incontro a una lunga serie di ricorsi legali, che faranno slittare la proclamazione del vincitore definitivo di alcune settimane.

Un Paese paralizzato dalle proteste e dalla criminalità

Le urne si sono aperte in un clima di esasperazione sociale che ha infiammato il Paese già nei giorni immediatamente precedenti al voto. A partire dal 26 maggio, una massiccia mobilitazione guidata dalla Confederazione nazionale dell’agro peruviano (Conveagro) ha visto migliaia di agricoltori bloccare strade e arterie strategiche in almeno nove regioni, tra cui Piura, Lambayeque, Arequipa e San Martín.

Produttori di riso, banane e canna da zucchero sono scesi in piazza per denunciare il crollo dei prezzi agricoli, l’impennata dei costi dei fertilizzanti e la concorrenza sleale delle importazioni di riso a basso costo. I blocchi stradali, che hanno interessato anche tratti della Panamericana, hanno provocato duri scontri con la polizia, causando un numero imprecisato di feriti e spingendo alcuni manifestanti a minacciare lo sciopero della fame.

Alla crisi nelle campagne si è saldata una gravissima emergenza di sicurezza pubblica.

Pochi giorni prima del voto, le associazioni dei trasportatori hanno minacciato uno sciopero nazionale per protestare contro l’ondata di estorsioni e omicidi siglati dalla criminalità organizzata. In diverse città, i conducenti di taxi, autobus e moto-taxi denunciano ormai da tempo di essere vittime quotidiane del “pizzo” imposto dalle bande criminali, un fenomeno che ha reso la sicurezza il tema cardine del dibattito politico.

I candidati Presidente

Per la cinquantunenne Keiko Fujimori questa è la quarta volta consecutiva al ballottaggio presidenziale. Trainata dallo slogan “Torna Fujimori, ritorna l’ordine”, si è presentata all’elettorato come l’unico baluardo capace di invertire la rotta sul fronte della criminalità. Tra le sue ricette più severe spiccano l’obbligo per i detenuti di autofinanziarsi il cibo lavorando in cella, l’espulsione immediata dei migranti irregolari che commettono reati e il dispiegamento permanente di pattuglie miste di polizia e dell’esercito a bordo dei mezzi pubblici delle grandi aree urbane.

Un approccio radicale giustificato con un parallelo storico: “Come mio padre nel 1990 affrontò l’iperinflazione e il terrorismo di Sendero Luminoso con misure straordinarie, così faremo noi oggi contro la delinquenza”.

Sul fronte opposto si schiera Roberto Sánchez, deputato ed ex ministro con una formazione da psicologo. Fondatore nel 2008 di Juntos por el Perú, una formazione della sinistra democratica e critica verso i modelli capitalisti, Sánchez punta a una radicale riscrittura della Costituzione.

Il suo inaspettato exploit al primo turno ha subito messo in allarme il mondo delle imprese e dell’industria. Consapevole delle resistenze del mondo imprenditoriale e per disinnescare gli attacchi della rivale, che lo accusava di voler trascinare il Perù sulle orme dei governi di Caracas e L’Avana, Sánchez ha corretto il tiro a pochi giorni dal voto, promettendo di garantire la stabilità macroeconomica, tutelare la proprietà privata, rispettare l’autonomia della Banca Centrale e mantenere in vigore i trattati internazionali di libero scambio.

La sua proposta politica resta però legata a doppio filo all’eredità della sinistra rurale. In campagna elettorale aveva, infatti, invocato la scarcerazione e la concessione del perdono a Pedro Castillo, l’ex presidente che sta scontando una condanna a oltre undici anni per il tentato golpe del dicembre 2022. Un asse che serve a Sánchez sia per onorare il sostegno ricevuto, sia per intercettare il profondo voto di protesta delle periferie andine contro le élite urbane della capitale.

Non è un caso che al primo turno Sánchez abbia dominato nelle cinque regioni del sud delle Ande, dove Fujimori ha registrato i dati peggiori. Il voto del sud andino si è confermato così il vero argine storico al fujimorismo. Se l’antifujimorismo classico nasce, infatti, dal rifiuto dei metodi autoritari degli anni Novanta, le comunità andine votano contro un’idea di Stato centralista in cui ogni decisione strategica continua a essere presa esclusivamente nella capitale.

Per marcare la distanza con la destra reazionaria, ha assunto posizioni più aperte sui diritti della comunità LGBT+ e delle donne, dichiarandosi a favore dell’aborto in caso di stupro, pur ribadendo di considerarsi “pro-vita” e legato alla difesa dell’aborto terapeutico. Ha inoltre difeso la necessità di legalizzare le unioni omosessuali, ancora vietate nel Paese, dichiarando fermamente di credere “nei diritti delle minoranze”. Sul piano dello sviluppo, la sua ricetta prevede una forte spinta all’industrializzazione interna per superare il modello della pura esportazione di materie prime, muovendosi verso un’economia a maggiore valore aggiunto.

In un Perù così polarizzato, fragile e paralizzato dalle proteste economiche, per il prossimo presidente il primo successo politico sarà semplicemente riuscire ad arrivare indenne alla fine del proprio mandato.

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