Arabia Saudita, Turchia e Pakistan provano a ridisegnare gli equilibri di sicurezza del Medio Oriente con un nuovo patto di difesa collettiva che guarda già a un possibile allargamento all’Egitto. Il “Mecca Joint Defence Agreement“, firmato il 7 agosto alla Mecca dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, prevede che un attacco armato contro uno dei tre Paesi sia considerato un attacco contro tutti. Un meccanismo che Ankara ha apertamente accostato all’articolo 5 della NATO e che arriva dopo mesi di guerra con l’Iran, attacchi contro i Paesi del Golfo e crescenti dubbi nella regione sulla capacità degli Stati Uniti di garantire da soli la sicurezza dei propri alleati.

A chiarire la portata dell’intesa è stato il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, secondo il quale dal punto di vista tecnico il meccanismo di difesa reciproca è equivalente a quello previsto dall’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica. Come sottolineato da Fidan parlando all’agenzia di stampa turca Anadolu, l’accordo non è diretto contro l’Iran né contro un altro Paese in particolare: l’obiettivo dichiarato è rafforzare la deterrenza collettiva e garantire sostegno a ciascuno dei tre membri in caso di aggressione. Il ministro degli Esteri turco ha aggiunto che la natura dell’assistenza, dalla forma al livello dell’intervento, sarà definita attraverso consultazioni tra gli alleati.

“NATO è un’enorme alleanza militare con 32 Paesi. Noi qui abbiamo iniziato con tre”, ha spiegato Fidan, invitando a procedere attraverso passi graduali e concreti. I negoziati che hanno portato alla firma sarebbero andati avanti per due anni e otto mesi. Il nuovo organismo avrà inoltre un comitato ministeriale sul modello di quello dell’Alleanza Atlantica e un segretariato generale con sede in Arabia Saudita, mentre gli aspetti più propriamente operativi saranno definiti durante la prima riunione del comitato.

Ma la configurazione a tre potrebbe essere soltanto l’inizio. Erdogan punta apertamente a un allargamento dell’alleanza e l’Egitto viene indicato da Ankara come il candidato più immediato. Secondo Fidan, l’ingresso del Cairo potrebbe avvenire una volta risolte alcune questioni tecniche. Turchia, Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto hanno del resto già iniziato negli ultimi mesi a coordinarsi nel formato denominato R4, nato per affrontare le crisi regionali e in particolare le conseguenze della guerra con l’Iran.

L’eventuale adesione egiziana darebbe al patto un peso politico e militare sensibilmente maggiore, riunendo quattro tra le principali potenze sunnite della regione e collegando in un’unica cornice strategica il Golfo, il Mediterraneo orientale e l’Asia meridionale. Il Pakistan aggiunge inoltre un elemento unico: è l’unico Stato a maggioranza musulmana dotato di armi nucleari.

Proprio Teheran, tuttavia, ha reagito con maggiore cautela di quanto potrebbe suggerire la natura dell’accordo. Secondo quanto riferisce Reuters, il 10 agosto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che l’Iran non vede ragioni per ritenere che il nuovo patto sia rivolto contro la Repubblica islamica. Secondo Teheran, l’intesa segnala piuttosto un cambiamento nell’approccio dei Paesi della regione alla propria sicurezza, con una maggiore volontà di fare affidamento sulle capacità regionali invece che sulle potenze esterne.

Baghaei ha indicato però anche le condizioni alle quali Teheran può guardare positivamente al nuovo assetto: qualsiasi meccanismo deve essere inclusivo, tenere conto delle realtà geopolitiche e storiche della regione e individuare correttamente le fonti della minaccia. In questo quadro il portavoce iraniano ha indicato Israele e i suoi alleati come fattori di destabilizzazione regionale.

La prudenza iraniana aiuta anche a evitare una lettura eccessivamente lineare del Patto della Mecca come semplice alleanza sunnita costruita contro Teheran. Pakistan e Turchia hanno mantenuto infatti canali con la Repubblica islamica anche durante la guerra e Islamabad ha svolto un ruolo particolarmente importante nella mediazione tra Iran e Stati Uniti.

È proprio il ruolo pakistano a rappresentare, secondo Pierre Haski, uno degli aspetti più interessanti della nuova architettura. In un commento pubblicato il 10 agosto su Le Nouvel Observateur, Haski definisce Islamabad “un attore centrale paradossale”: legato storicamente all’Arabia Saudita e allo stesso tempo costretto a mantenere un rapporto con l’Iran, con il quale condivide una lunga e instabile frontiera.

Il Pakistan, osserva Haski, si muove contemporaneamente su più tavoli: gode del sostegno finanziario saudita, ha avuto rapporti difficili con Teheran a causa della questione baluci, ma ha anche svolto un ruolo di intermediario tra iraniani e americani. Una posizione che secondo il giornalista francese riflette una trasformazione più generale dei rapporti internazionali. “Niente alleanze esclusive, niente blocchi, ma relazioni più fluide, a geometria variabile”, scrive Haski, richiamando la formula del “multi-allineamento” utilizzata dall’India.

Per questo, secondo il commentatore del Nouvel Observateur, sarebbe riduttivo interpretare l’accordo della Mecca esclusivamente come un patto anti-iraniano. La questione centrale è piuttosto il nuovo equilibrio regionale emerso dalla guerra: Israele si è confermato la principale potenza militare del Medio Oriente, la garanzia di sicurezza degli Stati Uniti viene percepita come meno affidabile e l’Iran, pur indebolito, resta un attore che nessuno dei suoi vicini può ignorare. Per Mohammed bin Salman, l’alleanza con Ankara e Islamabad rappresenterebbe quindi anche uno strumento per aumentare l’autonomia strategica saudita e rafforzare la propria posizione nel mondo sunnita.

Una lettura in parte analoga arriva dal britannico The Times che parla della nascita di una possibile “NATO musulmana”. In un’analisi, il quotidiano sottolinea la considerevole somma di capacità militari riunite dai tre Paesi: le risorse finanziarie ed energetiche dell’Arabia Saudita, la forza militare e l’industria della difesa turca e, infine, l’arsenale nucleare e le capacità convenzionali pakistane. Ma invita anche a non confondere la clausola di mutua difesa con la nascita immediata di una vera NATO musulmana.

Le divergenze restano infatti profonde. Pakistan, Turchia e Arabia Saudita non condividono necessariamente le stesse priorità strategiche: Islamabad continua a concentrare gran parte della propria pianificazione militare sull’India; Ankara ha interessi che vanno dalla Siria al Mediterraneo orientale; Riyadh guarda soprattutto alla sicurezza del Golfo e alla minaccia rappresentata dagli Houthi e dalle altre milizie sostenute dall’Iran. Il patto, inoltre, non dispone ancora delle strutture che caratterizzano un’alleanza militare integrata, da un comando comune a una dottrina condivisa e a sistemi coordinati di difesa.

[a cura di Simone Cantarini]

, , , , , , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *