L’Iran ha intensificato la propria campagna militare nello Stretto di Hormuz, lanciando attacchi con missili da crociera contro diverse petroliere. Tra questi figurano due episodi segnalati dagli Emirati Arabi Uniti che hanno provocato la morte di almeno un marinaio.
Gli attacchi arrivano nel contesto della ripresa delle operazioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani, compresi alcuni impianti situati a Bandar Abbas, mentre il già fragile cessate il fuoco continua a deteriorarsi. Di conseguenza, il traffico attraverso questo fondamentale corridoio marittimo per il commercio energetico mondiale è sceso ai livelli più bassi delle ultime settimane, a causa dei crescenti rischi per la sicurezza della navigazione.
In uno sviluppo che ha suscitato ampio dibattito, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di voler chiedere ai Paesi del Golfo di rimborsare gli Stati Uniti per il ruolo svolto nella protezione dello Stretto di Hormuz. Trump ha inoltre ipotizzato che Washington possa imporre un blocco navale e riscuotere tariffe dalle imbarcazioni in transito, una proposta che ha sollevato numerose perplessità considerando che lo stretto rappresenta uno dei principali punti di passaggio strategici del commercio energetico globale. L’idea si discosta dai consolidati principi della libertà di navigazione e rischia di complicare ulteriormente gli sforzi diplomatici volti a ridurre le tensioni nella regione.
L’ultima escalation si inserisce in un quadro di crescente instabilità mediorientale, con le azioni iraniane che minacciano di compromettere sia i mercati petroliferi sia la sicurezza del traffico marittimo internazionale.
Nuove tensioni tra Houthi e Arabia Saudita aggravano il quadro regionale
Ad aumentare ulteriormente la volatilità della situazione è stato il lancio di missili da parte del movimento yemenita Houthi, sostenuto dall’Iran, contro l’Arabia Saudita il 13 luglio. I bersagli erano l’aeroporto di Abha, nel sud del Regno, in un attacco che interrompe anni di relativa calma garantiti dalla tregua del 2022. Secondo la coalizione militare guidata da Riad, le forze saudite sono riuscite a intercettare tutti i missili.
L’escalation è seguita alle accuse degli Houthi secondo cui l’Arabia Saudita, o forze ad essa alleate, avrebbe colpito l’aeroporto internazionale di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo proveniente dall’Iran. Il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ha confermato di aver preso di mira la pista dell’aeroporto per impedire l’atterraggio del velivolo, sostenendo di aver agito per motivi di sovranità nazionale. L’aereo avrebbe successivamente deviato verso Hodeidah.
Gli Houthi hanno inoltre trattenuto un aereo del Comitato Internazionale della Croce Rossa presso l’aeroporto di Sana’a, anche se il personale a bordo risulta al sicuro. Nel frattempo era già fallito un recente accordo per lo scambio di prigionieri, segnale delle crescenti fratture tra le parti.
Questo nuovo confronto tra Houthi e Arabia Saudita rischia di riaprire il fronte lungo il confine meridionale saudita, complicando ulteriormente gli equilibri di sicurezza del Golfo proprio mentre l’attenzione internazionale è concentrata sullo Stretto di Hormuz e sul confronto diretto tra Stati Uniti e Iran.
L’episodio rappresenta anche un chiaro promemoria della rete di gruppi armati sostenuti dall’Iran in tutta la regione. Pur godendo di una significativa autonomia operativa, le azioni degli Houthi – coordinate temporalmente con gli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz – evidenziano come Teheran continui a esercitare la propria influenza attraverso milizie alleate, anche mentre è sottoposta a una crescente pressione militare da parte degli Stati Uniti.
Con molteplici focolai di crisi attivi, dallo Yemen al Golfo Persico, il rischio di un’escalation regionale di più ampia portata rimane elevato.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

