Da mesi, una parte significativa dell’opinione pubblica serba discute su quale dovrebbe essere l’approccio delle forze di opposizione alle prossime elezioni generali, ampiamente attese nel corso del 2026. Negli ultimi giorni, il dibattito si è intensificato: creare un’atmosfera “da referendum” – una scelta chiara e binaria tra il regime e un’alternativa unitaria – è davvero l’unico modo realistico per sconfiggere il presidente Aleksandar Vučić?

In altre parole, i partiti di opposizione già consolidati dovrebbero partecipare attivamente alle elezioni oppure ritirarsi a favore di una nuova lista guidata dagli studenti?

Il dibattito pubblico ha prodotto diverse visioni concorrenti. Alcuni sostengono una lista unica e ampia dell’opposizione, incentrata sugli studenti, con i partiti tradizionali a offrire sostegno dall’esterno. Altri propongono due liste separate: una guidata dagli studenti e una che riunisca l’opposizione tradizionale. Un terzo scenario, attualmente considerato il più realistico, prevede almeno tre liste di opposizione in competizione: una lista studentesca, un blocco filo-europeo e un blocco di destra.

L’opzione che oggettivamente avrebbe le maggiori probabilità di successo – una lista unitaria che unisca studenti e tutti i partiti di opposizione – appare sempre più irrealizzabile. Dall’inizio delle proteste, gli studenti ribelli hanno ripetutamente e fermamente respinto qualsiasi alleanza formale con i partiti politici e non mostrano segni di voler cambiare posizione.

La mediazione si arena nel silenzio

La questione è tornata sotto i riflettori la scorsa settimana quando Goran Jesić, leader del movimento Solidarietà, Liberazione, Autodifesa, ha rivelato di aver brevemente svolto il ruolo di mediatore tra l’opposizione parlamentare e gli studenti in protesta la scorsa estate – e che la comunicazione tra le due parti si è completamente interrotta da settembre.

Il 1° marzo, Jesić ha reso noto che rappresentanti delle università di Novi Sad e Belgrado gli avevano chiesto di fungere da collegamento. L’obiettivo, modesto, era semplicemente coordinare gli sforzi di monitoraggio elettorale e mettere in comune le risorse. Eppure anche questa cooperazione minima si è rivelata “un boccone troppo grande da ingoiare”.

Ex alto esponente del Partito Democratico ed ex vicepremier della Vojvodina, Jesić ha dichiarato di non aver mai parlato direttamente con gli studenti, ma solo con individui non nominati destinati a occupare posizioni di rilievo in una futura lista studentesca. Avrebbe ricevuto una proposta scritta armonizzata, inoltrata poi ai principali leader dell’opposizione: Dragan Djilas (Partito della Libertà e della Giustizia), Zdravko Ponos (Serbia Centro) e Aleksandar Ilić (vicepresidente del Movimento dei Liberi Cittadini). Tutti e tre avrebbero accettato il documento “con entusiasmo”. Poi, il silenzio.

I rappresentanti degli studenti hanno inviato successivamente un documento rivisto che escludeva esplicitamente qualsiasi ruolo per i partiti politici. Jesić ha dichiarato a quel punto conclusa la comunicazione, attribuendo il fallimento alla “mancanza di struttura e di un processo decisionale” all’interno del movimento studentesco e osservando che i suoi rappresentanti non erano in grado di rispondere nemmeno a domande basilari poste dai partiti.

Curiosamente, lo sforzo di coordinamento non ha coinvolto tutti i gruppi di opposizione. Jesić ha spiegato che il Partito Democratico era stato deliberatamente escluso perché aveva già promesso un sostegno incondizionato alla lista studentesca.

Contraddizioni interne al movimento studentesco

Il “rumore di fondo” non riguarda solo i rapporti con i partiti: esiste anche all’interno dello stesso movimento studentesco. Alcuni giorni fa, la tedesca Deutsche Welle ha riferito che membri di un presunto “team di politica estera” delle università di Belgrado, Novi Pazar e Niš avevano parlato a un forum a porte chiuse a Berlino organizzato dall’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza. Un partecipante avrebbe dichiarato: “È la terza volta che siamo a Berlino. Siamo stati a Bruxelles, ma certamente non andremo a Mosca per chiedere consigli.”

Il movimento studentesco ha prontamente diffuso una dichiarazione negando che propri rappresentanti avessero partecipato all’evento e respingendo l’esistenza stessa di un team di politica estera.

Un’atmosfera “da referendum” è davvero essenziale?

L’opinione pubblica ritiene ampiamente che la lista studentesca goda di una fiducia molto più elevata tra i cittadini rispetto a qualsiasi partito tradizionale di opposizione. Ciononostante, molti sostengono che questa popolarità non giustifichi l’esclusione totale dei partiti consolidati.

I partiti filo-europei insistono sul fatto che nessuno abbia il diritto di impedire loro di competere – soprattutto quando i sondaggi suggeriscono che più liste di opposizione potrebbero ottenere un risultato complessivo più forte rispetto a una sola lista studentesca. Solo il Partito Democratico è rimasto fedele alla promessa iniziale di farsi da parte in favore degli studenti, anche se le rilevazioni indicano che una partecipazione più ampia sarebbe più efficace.

I sostenitori del modello “referendario” a due liste sostengono che la vittoria contro Vučić sia possibile solo se gli elettori si trovano di fronte a una scelta netta: la coalizione di governo o gli studenti. Osservano che lo stesso regime teme un’atmosfera così polarizzata – come dimostrerebbero i tentativi di sabotare liste unitarie dell’opposizione nelle elezioni locali creando false liste “di opposizione”.

Eppure vi sono elementi che suggeriscono come la presentazione di più liste credibili di opposizione – purché nessuna scenda sotto la soglia elettorale – potrebbe in realtà produrre un risultato complessivo ancora migliore. Ciò che manca, tuttavia, è il coordinamento. Diversi esponenti dell’opposizione hanno confermato il racconto di Jesić: semplicemente non vi è comunicazione tra studenti e partiti, benché qualsiasi divisione finisca per avvantaggiare soltanto il regime.

Una guerra tossica sui social media

L’assenza di dialogo si è riversata nella sfera pubblica, dove infuria un conflitto aspro – soprattutto sui social network come X. Sostenitori degli studenti e dell’opposizione si scambiano attacchi velenosi. Da un lato si accusano gli organismi studenteschi di decisioni controverse e influenze occulte; dall’altro si chiede ai partiti di opposizione “falliti” di sacrificarsi per il bene superiore.

Alla radice dell’ostilità vi è la competizione per lo stesso segmento dell’elettorato. Questa guerra interna rischia di distruggere lo slancio che entrambi i gruppi avevano contribuito a creare durante le proteste studentesche e civili. Il campo di battaglia è popolato non solo da cittadini reali, ma anche da eserciti di bot il cui unico scopo è alimentare le tensioni. Spesso è impossibile distinguere chi agisca per conto di una delle parti e chi invece stia semplicemente servendo il regime seminando divisione.

La cultura delle accuse, degli insulti e delle etichette immediate – “traditori”, “nazisti”, “opposizione controllata” – sta generando una sfiducia sempre più profonda. Quando entrambi i campi concentrano le proprie energie principalmente nell’attaccarsi a vicenda anziché nel contrastare il regime al potere, l’unico vincitore evidente è Aleksandar Vučić.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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