L’Unione europea stringe sui rimpatri e apre definitivamente la strada alla creazione di centri nei Paesi terzi per trasferire i migranti che non hanno diritto a rimanere sul territorio europeo. È quanto emerge dal Consiglio Giustizia e Affari interni (JHA) che si è riunito ieri in Lussemburgo. I ministri hanno dato il via libera definitivo al nuovo regolamento sui rimpatri, uno dei tasselli con cui Bruxelles punta a rendere più efficace il Patto sulla migrazione e l’asilo, entrato pienamente in applicazione lo scorso giugno. Durante la riunione, i ministri hanno anche discusso la cooperazione con i Paesi terzi, nuovi strumenti di allerta per anticipare improvvisi aumenti degli arrivi e un meccanismo europeo per rispondere alle situazioni di emergenza alle frontiere esterne.
Le riforme europee sulla migrazione “stanno funzionando” e “già dando i loro frutti”, ha affermato il commissario europeo Agli affari interni, Magnus Brunner, intervenendo nella conferenza stampa al termine del Consiglio UE. Per il commissario austriaco si è registrata una “diminuzione significativa” dei passaggi irregolari di frontiera, con un calo del 55% negli ultimi due anni, sviluppo che ha portato anche a un minimo storico delle richieste di asilo, afferma. Per Brunner, “non si tratta di un miglioramento marginale”, ma di una svolta “reale” che trova la sua base nel Patto su migrazione e asilo. A rafforzarli, ha aggiunto il commissario UE, contribuirà il regolamento sui rimpatri adottato dai ministri UE.
Secondo Brunner, le fondamenta sono “un punto di partenza su cui costruire”, tema affrontato dai ministri degli Interni dell’UE. Tra i pilastri di queste fondamenta vi sono una Frontex “nuova e più forte”, per la quale l’UE sta discutendo e presenterà un nuovo mandato. Il secondo è una diplomazia migratoria attiva, cioè la dimensione esterna e l’impegno con i Paesi terzi. Il terzo è rappresentato da un nuovo quadro europeo di risposta alle emergenze, che consentirà agli Stati membri di affrontare gli scenari in cui i movimenti di massa vengono orchestrati e strumentalizzati contro l’Unione. Per il commissario, con queste misure, l’UE sta “mettendo ordine nella nostra casa europea”.
Parlando con i giornalisti, il commissario austriaco ha indicato nella protezione delle frontiere esterne una parte significativa degli sforzi, isolando il Sistema di ingressi e uscite (Entry/Exit System, o Ees) come strumento centrale. Finora sono state registrate 220 milioni di entrate e uscite, con oltre 70mila respingimenti per documenti fraudolenti o falsi e circa 1.800 persone respinte perché considerate una minaccia reale per la sicurezza dell’UE, per legami con il terrorismo o il traffico di stupefacenti, ricorda, affermando che il sistema ha dato “un impulso enorme”: “oggi sappiamo chi entra nell’UE, quando e dove, e chi ne esce di nuovo”.
Il nuovo regolamento introduce per la prima volta un sistema comune europeo per rendere più rapide ed efficaci le procedure nei confronti dei cittadini di Paesi terzi che non hanno titolo per restare nell’Unione. Secondo il Consiglio, circa due persone su tre raggiunte da un ordine di lasciare l’UE oggi non partono effettivamente. “Le nuove norme sui rimpatri adottate oggi aiuteranno gli Stati membri ad attuare rimpatri rapidi in modo efficace”, ha sottolineato il ministro irlandese della Giustizia, degli Affari interni e della Migrazione, Jim O’Callaghan, che presiede il Consiglio.
Tra le principali novità figura l’introduzione di un European Return Order, un formulario comune contenente gli elementi essenziali della decisione di rimpatrio che consentirà alle autorità degli altri Stati membri di riconoscerla. Il riconoscimento reciproco resterà inizialmente volontario, ma dopo tre anni la Commissione potrà proporre di renderlo obbligatorio.
Il regolamento introduce inoltre obblighi più stringenti per le persone che non hanno diritto a rimanere nell’UE, chiamate a cooperare con le autorità durante la procedura di rimpatrio. In caso contrario gli Stati potranno prevedere, secondo le rispettive legislazioni nazionali, riduzioni di benefici e indennità, sanzioni finanziarie e, nei casi previsti dal diritto nazionale, anche conseguenze penali. Per le persone considerate una minaccia alla sicurezza sono previste misure ancora più severe: gli Stati potranno imporre un divieto di ingresso a tempo indeterminato, se giustificato e proporzionato, e periodi di detenzione superiori ai 24 mesi.
Il nodo dei return hubs
La parte politicamente più controversa riguarda però i return hubs. Gli Stati membri potranno concludere accordi con Paesi extra-UE per trasferirvi persone destinatarie di un ordine di rimpatrio anche prima del loro ritorno definitivo nel Paese d’origine. Gli accordi potranno essere conclusi esclusivamente con Stati che rispettino gli standard internazionali sui diritti umani e il principio di non-refoulement, che vieta di trasferire una persona verso un Paese nel quale rischierebbe persecuzioni o trattamenti inumani. I minori non accompagnati saranno esclusi dal meccanismo. Le disposizioni relative agli hub saranno tra quelle applicabili immediatamente dopo l’entrata in vigore del regolamento.
La localizzazione dei centri resta tuttavia aperta. Diversi governi europei stanno già lavorando a possibili accordi con Paesi terzi. Danimarca, Austria, Germania, Grecia e Paesi Bassi hanno avviato interlocuzioni sul modello, mentre Berlino ha parlato di colloqui ancora “preliminari”. Il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt ha sottolineato la necessità di costruire accordi sufficientemente solidi da resistere anche a eventuali ricorsi giudiziari.
Il Consiglio ha inoltre deciso di aumentare la pressione sui Paesi terzi che non collaborano sufficientemente alla riammissione dei propri cittadini. Gli Stati membri sottoporranno a un esame più rigoroso la cooperazione dei Paesi i cui cittadini risultano maggiormente coinvolti nelle procedure di frontiera. Quando emergeranno problemi, il Consiglio potrà discutere ulteriori azioni per aumentare la cooperazione. Un ruolo importante sarà svolto dal rapporto annuale della Commissione sulla collaborazione dei Paesi terzi in materia di riammissioni.
Come anticipare nuove crisi migratorie
Altro capitolo emerso dalla riunione riguarda la capacità dell’Unione di anticipare nuove crisi migratorie. I ministri hanno concordato sulla necessità di migliorare il sistema europeo di situational awareness ed early warning, utilizzando maggiormente gli strumenti già disponibili, le agenzie dell’UE e anche il monitoraggio dei social media per individuare tempestivamente movimenti anomali e possibili situazioni di crisi. L’obiettivo è permettere agli Stati e alle istituzioni europee di coordinare la risposta prima che improvvisi aumenti degli arrivi assumano dimensioni difficili da gestire.
Il tema è diventato particolarmente sensibile dopo la crisi di Ceuta dell’estate scorsa. Alcuni governi hanno chiesto strumenti ulteriori per affrontare afflussi massicci alle frontiere, soprattutto quando Bruxelles ritenga che i movimenti migratori siano deliberatamente orchestrati o utilizzati come strumento di pressione politica.
“Quando i movimenti vengono orchestrati e utilizzati come arma contro di noi, non si tratta soltanto di una questione migratoria: è una questione di sicurezza”, ha affermato Brunner al termine del Consiglio, precisando però che la risposta europea dovrà sempre rispettare “i diritti fondamentali e i valori” dell’Unione.
Le criticità
Il nuovo approccio non è però privo di contestazioni. Organizzazioni per la tutela dei diritti fondamentali hanno concentrato le critiche soprattutto sui return hubs e sull’ampliamento dei poteri di detenzione. Il problema giuridico riguarda in particolare il rischio di refoulement diretto o indiretto, l’accesso effettivo a un ricorso e a un avvocato per le persone trasferite fuori dall’UE e l’individuazione delle responsabilità in caso di violazioni dei diritti fondamentali nei centri situati nei Paesi terzi.
La legalità degli hub dipenderà quindi anche dalle condizioni concrete previste negli accordi con i Paesi ospitanti. Il regolamento stabilisce esplicitamente che ogni misura di rimpatrio dovrà essere attuata nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e che gli accordi potranno essere conclusi soltanto con Paesi che rispettino gli standard internazionali sui diritti umani e il principio di non-refoulement. Sarà però l’applicazione concreta di queste garanzie – e con ogni probabilità anche il futuro contenzioso davanti ai giudici – a stabilire fino a dove gli Stati membri potranno spingersi nell’esternalizzazione dei rimpatri.
[a cura di Simone Cantarini]

